Prova a incastrarmi

Basato sugli atti di uno dei più complessi processi di mafia mai celebrati negli Stati Uniti. Jack DiNorscio (Vin Diesel), della famiglia Lucchese del New Jersey, scampa per miracolo al tentativo di omicidio da parte del cugino tossicodipendente, lo stesso che per paura dell’immancabile vendetta denuncia all’Fbi l’intero clan. Jack, il solo a essere già detenuto, malvisto dagli altri mafiosi decide di difendersi da sé, rinunciando all’assistenza di un legale. L’uomo, poco istruito ma dotato di una forte carica umana, riuscirà, malgrado le prove addotte dalla pubblica accusa, a entrare in sintonia con i membri della giuria. Fedele a oltranza alla legge mafiosa che impone omertà a ogni costo, riuscirà a smontare il castello accusatorio a carico suo e di tutti gli altri membri della famiglia, facendo così mandare assolto l’intero clan.

La recensione

Sidney Lumet ha cominciato a fare film quasi cinquant’anni fa con
La parola ai giurati
e ancora lì, in un’aula di tribunale, torna con questo apologo sullo strisciante
appeal
esercitato dalla c

xXx

Xander Cage è un amante del brivido, un campione degli sport estremi che si diverte a sfidare le autorità. Dopo l’ennesima bravata, Xander rischierebbe la galera, se non fosse per Augustus Gibbons, dirigente della segretissima NSA (National Security Agency), che vuole servirsi di lui per una importante e rischiosa missione a Praga. Xander dovrà infiltrarsi tra le fila di un’organizzazione chiamata Anarchy 99 che minaccia di distruggere il mondo. Il film di Rob Cohen avrebbe potuto chiamarsi «007 per caso». XXX è infatti una versione coatta e pompata agli estrogeni della serie di James Bond. Ma al contrario della saga tratta dai romanzi di Ian Fleming, che da almeno venticinque anni sembra incapace di sfornare un prodotto decente (l’ultimo episodio veramente riuscito, La spia che mi amava, risale al 1977), questo simpatico spoof funziona, diverte e ha la saggezza di spingere il pedale sul versante dell’azione inventandosi alcune sequenze di notevole impatto spettacolare (memorabile per follia ed esecuzione quella della valanga). Certo, la vicenda è formulaica e in alcuni momenti sfiora l’idiozia, ma ha il film ha il merito di non prendersi troppo sul serio, di stemperare tutto nell’ironia e, una volta tanto, di fregarsene altamente della verosimiglianza, soprattutto nella costruzione coreografica degli stunt e delle scene d’azione. E poi può contare sul carisma di Vin Diesel, film dopo film sempre più sicuro e sfrontato. Asia Argento non sfigura, almeno come presenza scenica, anche se sarebbe curioso vederla nella versione inglese, in presa diretta, dato che l’auto-doppiaggio non sembra averle giovato. (andrea tagliacozzo)

Fast & Furious – Solo parti originali

Sono passati otto anni da quando l’ex galeotto Dominic Toretto (Diesel) ha varcato in macchina la frontiera messicana, scegliendo un’esistenza da fuggitivo. Adesso, arenato in una capanna su una spiaggia della Repubblica Dominicana, e vivendo perennemente in fuga con l’unica cosa che gli resta del suo passato, Letty (Rodriguez), cerca di rifarsi una vita. Ma sa che le autorità gli stanno col fiato sul collo. Quando la tragica scomparsa di qualcuno che ama lo riporta a Los Angeles, Dom riprende la sua contesa con l’agente Brian O’Conner (Walker). Poiché sono costretti a confrontarsi con un nemico comune, uno spacciatore sociopatico che sta inondando gli Stati Uniti di una droga letale, Dom e Brian devono cedere e fidarsi a malincuore l’uno dell’altro, nella speranza di toglierlo di mezzo e vendicare la tragedia che ha causato nella loro piccola famiglia allargata.

Infiltrarsi nella rete clandestina significa guadagnarsi un posto nel gruppo di delinquenti che fanno passare l’eroina quasi pura dalla frontiera del Messico attraverso tunnel praticamente impraticabili scavati nelle grotte. Due capi del cartello, Campos e Fenix sono gli unici che possono offrire a Dom e Brian le risposte che stanno cercando.

The Fast and the Furious

Brian è un giovane agente di polizia con la passione dei motori, che s’infiltra nella banda di Dom Toretto nella speranza di trovare le prove necessarie per inchiodarlo alla responsabilità di una serie di rapine, di cui sono vittime i camion che trasportano elettrodomestici. Per entrare nelle grazie di Dom, Brian partecipa a una delle numerose corse illegali che Dom ei suoi organizzano lungo le strade di Los Angeles. Rob Cohen è un ottimo regista d’azione e da lui non ci saremmo mai aspettati quel thriller slavato che era
The Skulls – I teschi
. Ma evidentemente Cohen possiede un talento reale che gli permette di correre immediatamente ai ripari.
The Fast and the Furious
è un ottimo film di serie B (inteso in accezione strettamente cormaniana) tirato a lucido e sciccoso come un episodio di
Miami Vice
. Con un gusto perverso, inorganico diremmo se non si corresse il rischio di sovradeterminare la spietata efficacia del suo gesto cinematografico, Cohen filma le macchine con gusto cronenberghiano (come se fossero corpi ultraplaestrati) e i corpi come se fossero macchine tirate a lucido. Ultraveloce, il film ridicolizza
Fuori in 60 secondi
, esibisce una sensibilità digitale nella composizione dei dettagli di montaggio che concorrono a evocare lo spettro della velocità, ma non cede mai alla banalità clippistica da playstation. L’azione scorre fluida, in continuità, mentre i conflitti morali dei personaggi innervano la struttura drammatica delle immagini. Cohen dirige come un Walter Hill che ama Nicholas Ray; si lascia sedurre dalle superfici lucide e filma i suoi giovani attori con la devozione che in passato era esclusiva di gente come James Dean e Sal Mineo (concedendosi persino il lusso dell’autocitazione di
Dragon
).
The Fast and the Furious
s’innesta nella tradizione migliore del cinema americano: quella che continua a celebrare il mito della frontiera e della velocità (alla stregua di una pursuit of happiness tecnologica) come se si trattasse di un canto di gioventù mai interrotto. Dire che si tratta di roba tutta già vista, significa (più o meno) non capire un’acca di cinema.
(giona a. nazzaro)

Missione Tata

Durante una rischiosa missione Shane Wolf (Vin Diesel), ufficiale dei reparti speciali della Marina statunitense, perde per strada il dottor Plummer, lo scienziato che era incaricato di proteggere. La più importante scoperta dello scienziato non è ancora stata ritrovata e potrebbe essere da qualche parte nella sua casa. Wolf viene incaricato di passare alcuni giorni in casa Plummer, col duplice obiettivo di cercare i documenti segreti e proteggere i figli del professore dalle spie che stanno cercando di impadronirsi dei documenti stessi. Scoprirà che badare alle quotidiane esigenze di quattro ragazzi in fase di crescita è forse più difficile che affrontare spie e mercenari.

Il marchio Disney che presidia l’inizio della pellicola irradia tutto il film. Oun marchio prepotente che definisce un orizzonte di aspettative. A queste si dovranno attenere gli sceneggiatori, tanto quanto le menti degli spettatori che si impegneranno nella visione. L’immaginario filmico disneyano è allegro, fantasioso ed edificante. Altri ingredienti: un eroe buono che nel corso del film dovrà evolvere, dei comprimari teneri e divertenti e una manciata di cattivi non troppo cattivi e un po’ ridicoli.
Missione Tata
ottiene senza problemi la certificazione Disney. Con un piccolo elemento di originalità: la divertita e innocente strizzata d’occhio al cinema d’azione, preso rispettosamente per i fondelli e, in fondo, omaggiato. Il solito Disney, insomma, che in più mette in scena un’ossequiosa irriverenza nei confronti del cinema dell’establishment hollywoodiano.

Tocca così al paziente Vin Diesel, reduce da eloquenti titoli quali
Il risolutore
e
Fast and furious
, sottoporre la sua atletica prestanza alle gag e agli sfottò di quei discolacci della Disney. Naturalmente il buon Vin si dichiara entusiasta dell’occasione che gli consente finalmente di misurarsi con un personaggio diverso dal solito energumeno che saltella fra le esplosioni. Così, fra biberon e pupazzetti fastidiosi, il suo cuore muscoloso palpita e impara a struggersi. A giudicare dall’esito, si deve essere trovato bene: la sua mimica funziona e qua e là fa davvero ridere. Naturalmente gli sceneggiatori gli hanno ritagliato anche lo spazio per menare qualche mazzata, ma nell’incontro fra il cinema buonista disneyano e l’action movie la bilancia pende nettamente dal primo lato, e Diesel ci si accomoda volentieri.

Anche il regista Adam Shankman era una garanzia. Fra i suoi prodotti figurano
Un ciclone in casa
e
Prima o poi ti sposo
. Lui, al contrario di Diesel, non ha proprio cambiato genere. Del resto nessuno glielo chiede, ma sarà perché è bravo e utile in ciò che sa fare. Così, anche per
Missione Tata
, attrezza un teatrino sapiente e dai tempi comici dignitosi, spalleggiato da una sceneggiatura che raggiunge la sufficienza e qualcosa in più, ottenuta grazie al personaggio della tata slava, unico vero guizzo comico del film. Ma l’amalgama ha un sapore instabile, che oscilla fra gradevole e stucchevole. Quando non si ride è il senso di prevedibilità a opprimere la visione.

Forse l’anima demenziale del film è quella che tiene a galla il tutto. Siamo di fronte a un prodotto Disney tradizionale ma orfano della carica fiabesca dei prodotti migliori della casa statunitense. Se si ride un po’ il merito va a qualche trovata e alla (relativa) originalità di un Vin Diesel che sdogana i suoi pettorali dalle parti della commedia. Ma il film non spinge fino in fondo in questa direzione, restando appeso agli stilemi canonici del film per bambini. Un ibrido scolastico eppure impacciato, che non troverà spazio nella memoria di nessuno.
(stefano plateo)

1 Km. da Wall Street

Wall Street atto secondo. Anni dopo Oliver Stone, anche Ben Younger si premura di informarci sui meccanismi (marci in partenza) del capitalismo Usa. Ma 1 Km. da Wall Street deve i suoi pochissimi momenti di interesse esclusivamente allo straordinario cast che lo popola: e se in questa occasione Giovanni Ribisi non sembra essere al meglio, a calamitare l’attenzione ci pensano un enorme (in tutti i sensi…) Vin Diesel e un incredibile Nicky Katt. Nia Long, invece, basta guardarla, senza contare che è bravissima.
Il problema di fondo di 1 Km. da Wall Street è che, pur aspirando a essere un dramma mametiano (la citazione di Americani…), finisce invece per risolversi in una versione inacidita delle commedie di John Hughes degli anni Ottanta (e non basta certo Ron Rifkin a conferire al tutto un tono da tragedia). Il parallelo, enunciato sui titoli di testa, tra i gangsta del ghetto e i broker rampanti resta solo una scusa per inzeppare la colonna sonora di hip hop. Come si dice, «you missed the point, buddy»… (giona a. nazzaro)

Pitch Black

Riddick è un pericoloso assassino che deve essere tradotto in un carcere di massima sicurezza. Ma l’astronave pilotata dal comandante Fry si schianta su un pianeta illuminato dall’accecante luce di tre soli. Riddick riesce a fuggire e i superstiti devono preoccuparsi di qualcosa di ben più letale di lui. Provate a sommare
Ombre rosse, Aliens, Terrore nello spazio, Mad Max, Le ali della notte, Pianeta del terrore
. Il risultato è
Pitch Black
, non un patchwork di campionature cult ma un vero e proprio gioiellino di serie B, come avrebbe potuto dirigerlo la Barbara Peters di
Humanoids from the Deep
o la Stephanie Rothman di
Velvet Vampire
(d’altronde quest’ultimo richiama immediatamente la qualità della luce del film di Twohy). Uno script articolato, popolato di personaggi sfaccettati e dallo sviluppo psicologico non lineare, un’economia della messinscena dell’effetto speciale magistrale, un sapiente alternarsi tra visibilità totale e buio assoluto, oltre a scenografie evocative ed essenziali, ne fanno una vera e propria sorpresa (l’unica che il genere ci abbia rivelato da
The Night Flier
di Mark Pavia in giù). Twohy, dal canto suo, evidenzia una buona capacità di sguardo, gioca con le immagini del deserto e la tecnologia rottamata come il «missing» Richard Stanley e lascia ben sperare per il suo futuro. Un film che giunge come una boccata di aria fresca (e di intelligenza) in un genere saturato da luoghi comuni e grafica digitale.
(giona a. nazzaro)

Salvate il soldato Ryan

Salvate il soldato Ryan

mame cinema SALVATE IL SOLDATO RYAN - IL CAPOLAVORO COMPIE 20 ANNI scena
Una scena del film

Con soggetto e sceneggiatura di Robert Rodat e con la regia di Steven Spielberg, Salvate il soldato Ryan (1998) è un grande flashbakc che, dalla fine degli anni ’90, torna ai tempi della Seconda guerra mondiale. Più precisamente, si torna al celebre sbarco in Normandia (6 giugno 1944), data in cui il capitano John Miller (Tom Hanks) sopravvive allo scontro coi tedeschi. Ma il giorno dopo, a Washington, il generale George Marshall (Harve Presnell) scopre che il giovane soldato James Francis Ryan (Matt Damon) è disperso. Al capitano Miller, di conseguenza, viene affidata la missione per trarre in salvo il soldato Ryan.

Riuscirà la squadra a riportare a casa James Francis Ryan? Nel caos generato dalla guerra, sarà possibile ritrovare il ragazzo? Come si concluderà questa pericolosa missione?

Nel cast anche Vin Diesel, Edward Burns, Giovanni Ribisi, Jeremy Davies, Adam Goldberg, Tom Sizemore e Barry Pepper.

Curiosità

  • L’idea alla base di questo film risale al 1994, quando Robert Rodat vede un monumento presso Putney Corners, nel New Hampshire, in memoria dei caduti durante differenti conflitti, dalla guerra civile americana alla guerra del Vietnam. Lì, quindi, nota i nomi di otto fratelli caduti durante guerra civile e, ispirato da questa storia, fa qualche ricerca e decide di scrivere una storia ambientata nella seconda guerra mondiale.
  • Il produttore Mark Gordon, quando viene a conoscenza di questo progetto, ne parla con Tom Hanks. Sarà proprio lui a convincere Steven Spielberg a occuparsi della regia.
  • Prima dell’avvio delle riprese, inoltre, diversi attori del film affrontano una decina di giorni di addestramento militare per poter recitare in modo più realistico le loro parti. Tra questi Tom Hanks, Edward Burns, Barry Pepper, Vin Diesel, Adam Goldberg e Giovanni Ribisi.
  • Matt Damon, tuttavia, non prese parte all’addestramento intenzionalmente, per far sì che i protagonisti potessero interpretare al meglio il risentimento verso il suo personaggio.
  • Le scene iniziali dello sbarco sono state riprese a Ballinesker Beach, a est di Curracloe, nella contea irlandese di Wexford.
  • Il film, in più, si è aggiudicato cinque premi Oscar, due Golden Globe e due premi BAFTA. Un successo, insomma, sensazionale.
  • La pellicola in Italia venne vietata ai minori di 14 anni per via delle numerose scene di violenza estrema, come per esempio quella di apertura.

The Chronicles of Riddick

Riddick
(Vin Diesel)
all’anagrafe Mark Vincent) detenuto pluriricercato e mago delle evasioni, dotato della capacità di vedere anche nel buio, scampa all’agguato di una banda di cacciatori di taglie e finisce sul pianeta Helios. Qui ritrova l’imam
(Keith David)
che aveva salvato nel film precedente (il non banale

Pitch Black).
Prima di scampare a una retata, Riddick incontra Aereon
(Judi Dench),
essere ectoplasmatico
(elementale),
che sollecita il suo aiuto per sconfiggere Lord Marshal
(Colm Feore),
il potente signore dei
necromonger,
una setta di zombie dotata di formidabili poteri che è determinata a cancellare ogni forma di vita non disposta a sottomettersi al suo credo. Lui è infatti uno dei pochi sopravvissuti del popolo dei
furiani,
indomiti guerrieri temuti da Lord Marshal. Ma il criminale dal cuore tenero scopre anche che l’unica persona al mondo che davvero conti qualcosa per lui, Kyra
(Alexa Davalos),
la ragazzina di
Pitch Black
ormai fattasi donna, si trova rinchiusa in una prigione di massima sicurezza su un pianeta il cui nome è tutto un programma:
Crematorion.
È lì che l’eroe si recherà, curando di tornare in tempo per salvare l’umanità o ciò che ne rimane.

D’accordo, da
Star Wars
in poi il genere
fantasy
ha sempre prosperato sulle sage a episodi. La fregatura è che se ti perdi la prima puntata, rischi di non capirci più nulla. Queste
Cronache
non corrono il rischio, perché è assai esile il filo che le lega al precedente
Pitch Black.
Oltre al protagonista, sono solo due i personaggi che fungono da
trait d’union
con il
prequel.
Ma ambientazione e intreccio sono così differenti che presto anche quell’esile filappero si spezza.

Ed è un vero peccato: malgrado lo sfoggio di tecnologie, scenografie, comparse, campi lunghi ed effettacci grafici, la vicenda non riesce infatti a involarsi.
David Twohy,
che aveva diretto con mano sicura l’inquietante ergastolano dallo sguardo che penetra la notte nella lotta contro i terribili vampironi alati di
Pitch Black,
deve qui tenere sotto controllo un budget forse troppo pingue per le sue sole forze. L’ennesima conferma che la
science fiction,
senz’anima e con poche idee, si declassa a videogioco. Lui, Vin Diesel, pare tuttavia non demordere: trilogia aveva da essere e trilogia sarà. Appuntamento sul pianeta Furia, dove il Nostro farà ritorno per cercare di riconciliarsi col suo passato. Non ci struggeremo nell’attesa.

(enzo fragassi)

Babylon A.D.

Nel 21° secolo il mondo è devastato da guerre sanguinarie. Toorop (Vin Diesel), mercenario abituato ad uccidere senza pietà, riceve un incarico insolito: scortare la giovane e bellissima Aurora (Mélanie Thierry) da un convento nel cuore della Mongolia fino al centro di New York. Ma questo compito si rivela ben presto più difficile del previsto: Aurora infatti non è una ragazza come tutte le altre. A due anni sapeva già parlare 19 lingue diverse, e da adulta ha sviluppato capacità di preveggenza che hanno del miracoloso. Per proteggerla, anche a costo della vita, Toorop dovrà scontrarsi con la mafia russa e con gli uomini di una setta religiosa interessati a mettere le mani sul corpo della ragazza.

(marzia apice)