Sette anni in Tibet

La lunga ma avvincente storia dell’alpinista e avventuriero austriaco Heinrich Harrer, il cui tentativo di scalare una strabiliante vetta dell’Himalaya nel 1939 viene interrotto dalla seconda guerra mondiale, e le cui successive avventure lo portano in Tibet e nella città santa di Lhasa, normalmente chiusa agli stranieri. Lì incontra e fa amicizia con il quattordicenne Dalai Lama. Pitt è eccellente nel ruolo di Harrer, un personaggio dal carattere difficile, egoista e arrogante, finché non impara l’umiltà in Tibet. Le riprese sono magnifiche. Panavision.

Il signore del male

Nei sotterranei di una chiesa di Los Angeles, adattati a laboratorio da un gruppo di giovani scienziati, si sta per scatenare il Maligno, a fatica contenuto in una teca di vetro. L’Apocalisse è vicina: un prete presagisce la catastrofe e indaga. Un genere tipicamente protestante come l’horror americano è stato via via aggiornato da registi con sensibilità religiose tra le più varie (primo fra tutti, il cattolico Romero). Qui Carpenter, anarchico millenarista, ne azzarda una lettura cupissima di ispirazione schiettamente gnostica, piena di materie ancestrali pulsanti, momenti quasi senza trama e una visione più «filosofica» del solito (per un regista che è sempre stato più che altro «sociologo»). Purissimo esempio di serie B produttiva da parte di un cineasta che solo un paio d’anni prima aveva annunciato l’addio al cinema, Il signore del male è – a suo modo – un piccolo classico, che dà ancora una volta la misura delle potenzialità visionarie del genere. Immagini e atmosfere non si dimenticano facilmente, e in tempi di new age è bello ritrovare sensibilità tragiche e apocalittiche così pure. Il confronto col recente, più plateale e anticattolico Stigmate è tutto a sfavore di quest’ultimo. (emiliano morreale)

L’anno del dragone

Il rude poliziotto Stanley White, reduce dal Vietnam, è deciso a fronteggiare il boss rampante di Chinatown con l’aiuto di una giornalista televisiva. Il primo film di Cimino dopo il grandioso flop del bellissimo I cancelli del cielo . Un’impresa non meno folle, controversa fin dal rapporto col produttore De Laurentiis e accusata di razzismo. In verità Cimino crea un personaggio ossessivo e maniacale (Mickey Rourke) e un suo doppio ambiguo e raffinato (John Lone, che sarà poi l’imperatore di Bertolucci e il/la Butterfly di Cronenberg) tuffandoli in una città fiammeggiante, con scene di massa barocchissime. Misantropo, misogino, nichilista, l’esatto contrario dell’epos del film precedente. Già un gran segnale di crisi, che si stagliava come un monolite nei leccati e squallidi anni Ottanta. Da rivedere oggi, per verificare l’effetto che fa. (emiliano morreale)