Gor

Un giovane, professore in un college americano, eredita dal padre uno strano anello che, secondo una leggenda, sarebbe dotato di poteri magici. In seguito a un incidente di macchina, l’insegnante perde i sensi. Al suo risveglio, si ritrova proiettato in un altro tempo, nel regno di un crudele tiranno di nome Gor. Il film è basato sulla serie John Norman creata da Edgard Rice Burroughs (l’autore di Tarzan). Piatto e privo di qualsiasi interesse, nonostante la presenza nel cast di nomi eccellenti come Oliver Reed e Jack Palance.
(andrea tagliacozzo)

Nel mio amore

Ho molta simpatia per Susanna Tamaro e per le sue ostinate passioni, ma credo anche che sia molto più brava a descrivere la disgrazia che non la grazia, o meglio lo stato di grazia. La tematica religiosa, nel cinema, quando non si è Dreyer, Bergson o, in altro modo, Bergman, finisce sempre per puzzare di parrocchia.

Ho terribili ricordi di proiezioni da oratorio di film francesi ulcera-coscienze d’epoca, tipo
Dio ha bisogno degli uomini, Lo spretato
e così via. Ecco, il film di Susanna Tamaro, con tutto il rispetto per un talento straordinario, mi ricorda un po’ quel cinema e quell’atmosfera. La Tamaro descrive un inferno strindberghiano, un carcere esistenzial-familiare che ha una sua tragica conclusione nella morte di due elementi: il figlio ucciso incidentalmente dal padre e la successiva morte per infarto di costui. Tutto questo appartiene ai flashback, mentre il presente è la donna rimasta sola, una bravissima Maglietta, su cui la regista tesse una serie di dolenti primi piani, molto efficaci a rendere lo strazio della solitudine e del senso di colpa. L’altra figlia, che non l’ha mai amata, non risponde al cellulare. A questo punto la donna attraversa una serie di segni voluti dal destino, che qui si chiama Provvidenza, come l’incontro nel bosco con un coetaneo; anche lui è solo, gli sono morti per un incidente da lui causato la moglie e la figlia.

Qui la storia potrebbe avere due soluzioni, una lectio facilior, di tipo hollywoodiano, prevederebbe che i due si mettano insieme; L’altra, difficilior, più lambiccata, più europea, proporrebbe una chiusa melanconica per l’impossibilità di entrambi di dimenticare il passato.

Ma lo spiritualismo di Susanna Tamaro, nutrito di cristianesimo panteista – per lo meno dal punto di vista filmico, per il modo in cui la macchina da presa si dilunga e si ferma e fa partecipe la natura della vicenda – opta per una terza soluzione, che non racconto per non sciupare la sorpresa, ma che scarta l’incontro supposto. In compenso la figlia risponde al telefono.
(lafcadio)

Demoni

Un film dell’orrore trasforma uno per uno i propri spettatori in demoni bavosi e forniti di zanne che attaccano i restanti umani. Davvero sanguinolento e violento, senza caratterizzazioni, né logica, né trama. Ha raggiunto in qualche caso un certo successo di critica. Il regista, che dimostra un certo talento visivo, è il figlio d’arte di Mario Bava. Dario Argento ha partecipato alla sceneggiatura e alla produzione. Ha generato alcuni sequel.

Windsurf. Il vento nelle mani

Appena arrivato al Circeo dall’Australia, il giovane Pierre apprende con dispiacere che suo zio Lupo ha perso la splendida imbarcazione di cui era proprietario al tavolo da gioco. Mentre Lupo è deciso a rivincere la barca in una nuova partita, Pierre ottiene un posto come istruttore di windsurf. Il film, commediola balneare piatta e prevedibile, segnò l’esordio dietro la macchina da presa Claudio Risi, fratello di Marco e figlio del più noto Dino.
(andrea tagliacozzo)

Otello

Versione cinematografica splendidamente girata dell’opera di Verdi, con Domingo in perfetta forma vocale nel ruolo del protagonista; affiancato in modo più che abile dalla Ricciarelli nella parte di Desdemona e da Diaz in quella del malvagio manipolatore Iago. Praticamente privo di difetti sotto tutti i punti di vista; un “must” per gli appassionati di lirica. Una nomination agli Oscar per i costumi.