Fallo!

Sei episodi all’insegna del sesso più sfrenato e spensierato. Nel primo una coppia in vacanza a Casablanca coinvolge un ragazzo del luogo in un disinibito menage a trois. Nel secondo un produttore televisivo tradisce la moglie con un letterina ma la consorte non sta a guardare e lo ripaga della stessa moneta con la collaborazione di un regista della stessa emittente. Nel terzo una locanda sudtirolese si trasforma in una casa di piacere grazie al cuoco e a una cliente particolarmente desiderosa di attenzioni. Altro tradimento, stavolta ai danni di un marito geloso, nel quarto episodio, mentre nel quinto naturisti e scambisti si danno da fare per trascorrere una vacanza indimenticabile. Viaggio di nozze con voyeur, infine, nell’ultimo episodio, con il regista che esce allo scoperto ritagliandosi il ruolo del guardone.
«Sia svergognato chi ne pensa male», ammonisce Tinto Brass riguardo il suo nuovo film, citando il motto del più alto ordine cavalleresco inglese, quello della Giarrettiera. Coniato da Re Edoardo III per rispondere ai sorrisi maliziosi dei cortigiani che lo avevano visto raccogliere la giarrettiera della contessa di Salisbury, l’adagio ben si adatta all’ennesimo viaggio del regista nel territorio del sesso. Una pellicola grottesca e leggerissima, i cui protagonisti trasudano gioia di vivere e voglia di divertirsi, inutile spiegare in che modo. Per il Brass di Fallo! il sesso è gioco, allegria, complicità. Stavolta non vi sono pretesti «storici» o attrici da rilanciare: il cast è composto da illustri sconosciuti che il regista veneziano manovra a suo piacimento raccontando sei episodi dalla trama più esile che mai, pretesti per mostrare al pubblico le grazie di avvenenti attrici, molte delle quali alla loro prima esperienza. Questa «leggerezza» rappresenta il pregio principale del film, i cui difetti consistono invece in dialoghi a dir poco scontati e in personaggi eccessivamente stereotipati: la velina, il marito geloso, la sposina impaziente, la tedesca sadomaso e così via. La sensazione è che Brass e i suoi sceneggiatori, la moglie Carla Tinta Cipriani e Massimiliano Zanin, abbiano rinunciato allo sforzo di scrivere storie interessanti, limitandosi a mettere insieme un cast ben selezionato formato da ragazze che piaceranno anche al più esigente tra gli spettatori. Gli attori, dal canto loro, sfoggiano enormi falli finti (escamotage per evitare il rischio di una censura), aumentando a dismisura l’effetto grottesco del film. Dedicato a Monica Lewinsky, «una Giovanna d’Arco che ha dissacrato le stanze del potere». (maurizio zoja)

Io, Caligola

Il primo porno da 15 milioni di dollari dell’industria cinematografica (senza considerare i video) – prodotto da “Penthouse” e ambientato nella Roma del I secolo D.G. (Dopo Guccione) – segue lo spietato imperatore attraverso una serie infinita di decapitazioni e sbudellamenti. L’impudenza e sei minuti di metraggio hard-core non male gli valgono la mezza stella per l’accuratezza, ma parecchi spettatori lo troveranno (a ragione) ripugnante. Inoltre, Jay Robinson impersona molto meglio Caligola in La tunica e I gladiatori. Successivamente distribuito in una versione da 105 minuti, vietata ai minori di 17 anni e considerevolmente manipolata.

Paprika

Prima della legge della Merlin, una giovane istriana lavora con entusiasmo nei bordelli di mezza Italia. Sposerà un vecchiaccio che le lascerà una cospicua eredità- Tra gobbi e lesbiche, falli veri e finti, un elogio delle case chiuse approssimativo e ripetitivo, percorso però da un innegabile vitalismo e da sprazzi di humour.

La chiave

Dal romanzo (1956) di Junichiro Tanizaki. Una coppia dalle pulsioni erotiche in declino affida alle pagine dei rispettivi diari sensazioni e avventure, sperando che il coniuge le legga. Successo di scandalo, che rilanciò la Sandrelli come star erotica e alzò le quotazioni di Brass dopo il disastro di Io, Caligola.

Monella

Il cinema ad altezza vulva di Brass, mentre osa sempre di più, cerca di nobilitarsi con citazioni alte (D’Annunzio, Montanelli e addirittura L’Atalante in una sequenza subacquea) ma si impregna di umori strapaesani se non “leghisti” (con personaggi di meridionali caricaturali e sgradevoli). Un erotismo ormai patetico e nostalgico.

Chi lavora è perduto

Bonifacio è atteso a un colloquio di lavoro ma preferisce girovagare per Venezia, dando libero sfogo ai suoi pensieri. Tinto Brass (foto) agli esordi è corrosivo e arrabbiato come pochi. In più alla Cinémathèque di Parigi ha respirato l’aria della Nouvelle Vague e si è sprovincializzato. Al centro dei suoi pensieri c’è già la «mona», ma attraverso l’erotismo scorre una vena di vitalistico anarchismo decisamente inconsueta. Tornato in Italia mette insieme un film scanzonato e irresistibile, che in un colpo solo riesce a mettere alla berlina le ipocrisie dei bigotti e le speranze dei modernisti del boom. Quando il film è rifiutato dalla censura, Brass lo ripresenta tal quale sotto l’anodino titolo In capo al mondo. Ha ragione lui, perché inspiegabilmente (?) il film ripassa indenne. (luca mosso)