Cavalcando con il diavolo

Lungo il confine tra il Missouri e il Kansas, la Guerra di secessione si combatte tra i Jayhawkers, fedeli all’Unione, e i Bushwhackers, confederati irregolari. Tra questi c’è anche il giovanissmo Jake Roedel, che diventa adulto tra massacri, agguati e azioni di guerriglia. Accolto sfavorevolmente negli Stati Uniti,
Cavalcando con il diavolo
– penultimo film del taiwanese Ang Lee, tratto da un romanzo di Daniel Woodrell – è stato scorciato dalla distribuzione dagli originari 136 minuti agli attuali 115. Formulare giudizi sarebbe quindi improprio. Ciò che si può intuire è che Lee conferma la sua natura di regista buono per tutti le stagioni: un professional (ma niente di più) che si sarebbe trovato bene nella Hollywood degli anni d’oro. Per il resto,
Cavalcando con il diavolo
riprende interi segmenti da
I cavalieri dalle lunghe ombre
di Walter Hill (c’è perfino un Bushwhacker con la guancia bucata da un proiettile come Keith Carradine), tenta affondi che nelle intenzioni guardano a Michael Cimino, ma poi si perde in un’illustrazione innocua e senza vigore che, a dispetto del sangue versato, non depone granché a favore di Lee. Si salva Jonathan Rhys-Meyers, psicopatico lungocrinito obnubilato dalla guerra: ma è un po’ poco, nonostante il film (quel che ne resta) non si lasci seguire con fatica.
(giona a. nazzaro)

Il diavolo veste Prada

La vita quotidiana di Andy Sachs (Anne Hathaway), assistente di Miranda Priestly (Meryl Streep), direttrice della patinatissima rivista
Runaway,
è un vero inferno. Andy non è una
fashion victim
e sogna un posto al
New Yorker
ma accetta di lavorare in una rivista di moda perché un anno al fianco di Miranda le aprirà tutte le porte. Ammesso che sopravviva, naturalmente. Tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger.

La recensione

La temutissima Miranda (liberamente ispirata ad

Anna Wintour,
direttrice di
Vogue Usa)
non è certo un boss qualsiasi. Autoritaria, de

La terra dei morti viventi

La saga degli zombi continua dal punto in cui si era fermata, esattamente vent’anni fa: larghe parti del globo sono ormai popolate esclusivamente da morti viventi, resistono alcune sacche di sopravvissuti umani, come quella organizzata intorno a Fiddler’s Green, un vero e proprio grattacielo-fortezza nel quale vive un’èlite di ricchi possidenti. Alla base del grattacielo, in un quartiere dai confini fortificati, vive il resto della popolazione, in condizioni ai limiti della sopravvivenza.

I due protagonisti, Riley (Simon Baker) e Cholo (John Leguizamo), sono mercenari che procacciano cibo e oggetti di lusso agli abitanti di Fiddler’s Green e sono alle dirette dipendenze del crudele Kaufman (Dennis Hopper), l’uomo che ha progettato e costruito il grattacielo grazie alle sue risorse economiche.

L’attacco degli zombi costringerà Riley a lottare per cercare di salvare gli abitanti della città, mentre Cholo continuerà a inseguire i suoi sogni di ricchezza personale, naturalmente destinati al fallimento. In una terra popolata dai morti, gli uomini devono aiutarsi gli uni con gli altri, se vogliono sopravvivere…

Prima di parlare de
La Terra Dei Morti Viventi
è necessario celebrare l’evento che questa pellicola rappresenta: il ritorno delle creature più famose partorite dalla mente di George A. Romero, re dei
b-movie
americani degli anni Settanta. Nel caso di Romero più che in altri, «film di serie b» è veramente una definizione di genere, che certo non porta con sé un giudizio negativo sul valore di queste pellicole, anzi.

Bentornato, George, ti stavamo aspettando da troppo tempo.

E a questo punto, forse, è il caso di dire «bentornati» anche ai
Living Dead
, che da sempre sono i veri protagonisti di questa saga, relegando ai margini gli eroi positivi (o pseudo-tali) contro i quali si trovano di volta in volta a combattere.

Questa volta gli zombie sembrano più veloci, ma soprattutto di gran lunga più intelligenti del solito: uno di loro si comporta da vero leader dell’accozzaglia di corpi ululanti, e pare avere anche una certa coscienza morale, che lo spinge a un accanimento particolare contro i personaggi più schifosamente amorali, come il cattivissimo Kaufman, interpretato dal bravo Dennis Hopper, probabilmente l’attore più noto nel cast. A parte naturalmente Asia Argento, che non ha perso l’occasione di confermare il suo status di attrice sempre orientata verso le produzioni «cult»; in questo caso, probabilmente aiutata anche dal vincolo che lega Romero a papà Dario, socio di Romero nella realizzazione del film

Due Occhi Diabolici,
del 1990.

Al di là di queste annotazioni, bisogna dire che
La Terra Dei Morti Viventi
centra tutti gli obbiettivi: innanzitutto è divertente, non annoia mai e in un paio di occasioni fa perfino (quasi) paura; poi aggiunge un interessante tassello all’epopea degli zombie, facendone progredire la vicenda per la gioia degli appassionati; inoltre, presenta alcuni elementi di critica sociale, rappresentando come spregevole il comportamento dei componenti l’
élite
, chiusi nella torre che è simbolo tangibile della loro ricchezza, estraniati dalle tragedie che avvengono nel mondo reale.

Tutti questi elementi si innestano su di uno scenario distopico ben costruito, popolato da mercenari senza scrupoli che guidano mezzi ultratecnologici ma che sembrano costruiti con materiali di recupero: molto belli, ricordano un po’ l’estetica del super-cult

Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono.
(michele serra)

Pianeta rosso

Per far fronte al sovrappopolamento della Terra, viene varata una missione spaziale su Marte per saggiare le condizioni di vivibilità del pianeta. Ma i problemi iniziano già durante la fase dell’atterraggio.
Pianeta rosso
affida massime alberoniane ai suoi interpreti, accumula déjà vu e citazioni, si dilunga in spiegazioni parascientifiche e ottiene un unico risultato: la noia. Terence Stamp, che è uno serio, pensa bene di morire subito per togliersi dall’imbarazzo, perché altrimenti avrebbe dovuto vedersela con AMEE, versione
Terminator
dell’innocuo robotino di Corto circuito. La sceneggiatura (cui ha messo mano anche il letale Chuck Pfarrer) non trova niente di meglio che accumulare problemi tecnici per far aumentare (?) la tensione. Esempio: «Oddio! Ci serve una batteria!», «Eccola!»; «Oddio! Ci serve una presa!», e così via. Nemmeno la fotografia del cronenberghiano Suschitzky riesce a destare il minimo interesse, ed è quanto dire. E pensare che il De Palma di
Mission to Mars
, straordinario saggio filosofico sul cinema alla fine del cinema, ha dovuto subire tali stroncature!
(giona a. nazzaro)

Margin Call

Ambientato nel mondo dell’alta finanza, Margin Call è un thriller che coinvolge gli uomini chiave di una grande banca di investimenti durante le drammatiche 24 ore che precedono la crisi finanziaria del 2008. Quando Peter Sullivan (Zachary Quinto), un semplice analista, entra in possesso di informazioni che potrebbero provocare il fallimento dell’azienda, inizia una frenetica corsa contro il tempo: le decisioni finanziarie e morali in gioco sconvolgeranno la vita delle persone coinvolte spingendole sull’orlo della crisi.

Tutti i numeri del sesso

Roderick Blank è un rampante trentenne capace di fare soldi e conquistare il cuore delle belle ragazze. La sua vita viene però sconvolta da una e-mail nella quale sono elencate le 101 donne con cui Roderick farà sesso, tutte le donne della sua vita, passate, presenti e future. Inizialmente il giovane si fa prendere la mano dalla situazione e si fa guidare dai nomi sulla lista ma poi incrocia sulla sua strada Death Nell, una misteriosa femme fatale che spedisce in coma i suoi amanti.