Pi – Il teorema del delirio

Convinto che ogni cosa possa essere rappresentata e compresa attraverso i numeri, Max Cohen sta cercando di rintracciare il sistema che sta alla base della Borsa. E per caso scopre che le sue ricerche coincidono con quelle di un gruppo di ebrei ortodossi, studiosi della Torah, alla ricerca del numero di 216 cifre che coincide con il Vero Nome di Dio. Il regista-sceneggiatore esordiente sceglie un soggetto che sulla carta è quanto di meno cinematografico si possa immaginare; e cerca di infondergli vita costruendo un’atmosfera di delirio paranoico. L’ambientazione newyorchese degradata – con la fotografia in bianco e nero sgranato – funziona, così come è azzeccato l’uso di musica elettronica trendy in colonna sonora. Ma l’operazione di servire Borges e la Kabbalah in chiave horror (con in cubi lynchani a base di frattaglie e insetti) è suggestiva quanto furnbetta e, alal fin fine, superficiale. Vincitore del premio alla regia al Sundance 1998, ha raccolto notevoli consensi in America e Inghilterra.

L’albero della vita

Racconto dell’odissea di un uomo che lotta per salvare la sua amata. Prima vive come Tomas, un conquistador spagnolo del Sedicesimo secolo impegnato nella ricerca della Fonte della Giovinezza per la sua Regina. Poi è Tommy Creo, un medico dei giorni nostri che si affanna nello studio di una cura contro il cancro per salvare la moglie Isabel. Infine è un astronauta del ventiseiesimo secolo in viaggio attraverso i segreti dell’Universo. Tre storie accomunate da una singola verità.

Ambizioso e fallimentare poema onirico sul tema dell’amore e della morte, scopertamente influenzato dal surrealismo e dallo stile dei fumetti. il regista-sceneggiatore di Pi – Il teorema del delirio ha coltivato questo progetto per anni, fronteggiando defezioni di produzioni e star, ma ne è uscito un pasticcio che si offre masochisticamente alla derisione.  A essere sbagliata è proprio l’idea di partenza: fondere la tradizione del mèlo fantastico anni Quaranta, puzzle temporali cyberpunk e misticismo insulso new age. Si salva solo la colonna sonora di Clint Mansell.

Requiem for a Dream

Mentre un giovane uomo scivola sempre più in una vita da tossicodipendente, la madre, che vive nel suo appartamento di Brooklyn, vaga in un mondo onirico dopo essersi drogata di pillole dimagranti. Ellen Burstyn è grandiosa, e Aronofsky usa elementi visivi che catturano l’attenzione per raccontare la sua storia, ma la discesa agli inferi dei suoi personaggi è difficile da guardare (per non dire di peggio). Non ci si aspetterebbe di meno da una collaborazione tra Aronofsky e Hubert Selby jr. (il film si basa infatti sul romanzo di quest’ultimo). Forse l’unico film ad accreditare l’animatore di un frigorifero che si agita!

Con uno sfoggio di tecnica mai originale ma sempre inutile, Aronofsky vorrebbe raccontare un’umanità perdente e derelitta: ma se da una parte si accanisce sadicamente sui personaggi, accumulando grand guignol e colpi bassi, dall’altra si nasconde dietro un sentimentalismo di maniera. dal romanzo omonimo di Hulbert Selby jr.