Notte prima degli esami. Oggi

Newquel della fortunata commedia adolescenziale che ha visto esordire Fausto Brizzi alla regia nel 2005. Simona Crescentini prende il posto di Cristiana Capotondi; entrano nel cast Panariello e la Autieri ma ne esce Giorgio Faletti. Per il resto, tutto uguale ma diverso. Il primo film era ambientato alla fine degli Ottanta, mentre questo è contemporaneo. Con tanto di finale Mondiale. Cosa succede? Che dei giovani come tanti, di fronte alla prova della maturità, si amano o cercano di farlo, in mezzo a una società che lascia sempre meno spazio ai sentimenti.

 

Notte prima degli esami

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La trama
Un gruppo di compagni di scuola si accinge ad affrontare la Maturità. Siamo nell’estate del 1989. Luca (Vaporidis) vuole dire finalmente in faccia al temuto prof. Martinelli (Faletti) ciò che pensa di lui e delle sue terribili giacche. Dopo lo sfogo apprende tuttavia che sarà proprio l’insegnate di Lettere il membro interno all’esame. Da lui insomma dipenderà l’eventuale promozione. Il fortuito quanto provvidenziale furto della Simca 1000 del professore (soprannominato dagli studenti «la carogna»), apre tuttavia una possibilità di «redenzione», cui parteciperanno gli amici del cuore di Luca. Il giovane però è distratto da una ragazza sua coetanea, Claudia (Capotondi), conosciuta a una festa. Innamorato cotto, ignora che è figlia proprio della «carogna».
La recensione
Con tutto il dovuto rispetto, da Fausto Brizzi (classe 1968), qui al suo primo lungometraggio da regista, in precedenza sceneggiatore per Neri Parenti di vari Natali sul… (Nilo, India, Miami), non ci aspettavamo un capolavoro. Ma dobbiamo fare parzialmente ammenda, e volentieri, per una commedia adolescenziale senza pretese, recitata con freschezza e spontaneità, priva di eccessi caricaturali e con la giusta dose di leggerezza. Ciò che la rende particolare è l’ambientazione nel 1989, alla fine di quel decennio da molti amato e da altrettanti aborrito, che tuttavia sta tornando prepotentemente di moda, soprattutto in campo musicale. Ecco quindi giustamente citati i Duran Duran, Raf, Donatella Rettore, alcuni classici del genere «disco» e naturalmente il pezzo di Antonello Venditti (1984) che dà il titolo al film. Non c’entra nulla invece il micidiale Gioca Jouer di Claudio Cecchetto (datato 1981) ed è stato un piccolo sgarbo non piazzare neanche un accordo degli – per altri zuccherosissimi – Spandau Ballet, all’epoca idoli delle ragazzine almeno quanto Simon Le Bon e soci. È stato bello invece riprovare il brivido dell’irrintracciabilità dovuto all’assenza dei telefonini (all’epoca ancora un formidabile ritrovato della tecnica riservato a pochi «montati»; secondo alcuni, tra i quali lo scrivente, privo di futuro). Di raro sadismo la battuta, riferita allo scudetto (l’ultimo) vinto dall’Inter «Aò, stamo all’inizio di un grande ciclo».
A far da tutor alla frizzante nidiata di giovani attori (Nicolas Vaporidis, Cristiana Capotondi, Sarah Maestri, Chiara Mastalli, Andrea De Rosa ed Eros Galbiati) c’è Giorgio Faletti, che ha abbandonato il ruolo di autore di thriller di successo per tornare a respirare l’odore di benzina e popcorn del Drive In televisivo che lo lanciò. Qui però non c’è traccia dei personaggi grotteschi che ne fecero uno dei beniamini del pubblico, ma i panni di un insegnante deluso dalla professione e dalla vita che dignitosamente coltiva il rimpianto come i gerani sul balcone. Un ruolo accettato per amore del progetto che ne conferma però il poliedrico talento. Fanno anche parte del cast, con fugaci apparizioni, Valeria Fabrizi, un pimpante Riccardo Miniggio (Ric di Ric & Gian), Daniela Poggi ed Eleonora Brigliadori. Così, l’operazione nostalgia – a patto che abbiate tra i 30 e i 40 anni – è davvero completa. (enzo fragassi)

I cavalieri che fecero l’impresa

Anno di grazia 1271. Luigi IX il Santo è perito durante la settima crociata e le sue spoglie, lungo la strada di ritorno per la Francia, vengono bloccate in Italia. Cinque cavalieri, scoperta l’ubicazione della presunta Sacra Sindone (a Tebe, in Grecia), decidono di recarvisi, attraversando l’intera Italia per strapparla ai traditori del Regno di Francia che la custodiscono impropriamente. E sarà per loro un’avventura fuori dal comune.
Il Medioevo di Pupi Avati è un luogo spirituale, una sorta di «posto delle fragole» tosco-emiliano, una dimensione fantastica priva di autentico spirito storiografico. E ciò nonostante I cavalieri che fecero l’impresa ostenti la consulenza storica di Franco Cardini, esattamente come per Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud veniva vantata quella di Jacques Le Goff. Gli storiografi, dietro operazioni nemmeno tanto divulgative come questa, fungono da specchietti per le allodole, mentre gli Eco (in letteratura) e gli Avati (nel cinema) non fanno che ingrossare le fila di chi coltiva e accredita un’immagine fiabesca e fantastica del Medioevo.
Fin qui nulla di male, s’intende. Ma la sensazione è che Avati, dopo aver già esplorato i sentieri medievali nell’anomalo Magnificat , non abbia trovato nemmeno ne I cavalieri che fecero l’impresa la cifra più autentica del suo universo macabro, languido e visionario, oramai appannaggio esclusivo delle sue notevoli incursioni nel fantastico orrorifico puro (quello, per intenderci, de La casa dalle finestre che ridono , di Zeder e persino de L’arcano incantatore ). Nel film convivono troppe cose: dal tocco barbaro e sanguinolento all’afflato epico ed eroico delle gesta dei protagonisti, che si vorrebbero somiglianti ai personaggi di Peckinpah. E l’ambizione autoriale non facilita certo l’amalgama. Certo, c’è un cast internazionale (e un budget all’altezza del cast), ma anche una volontà di non affrancarsi troppo da caratteri, ambienti e umori tipici della filmografia avatiana (Carlo delle Piane continua a essere la mascotte dell’autore di Una gita scolastica ). In sostanza il film manca di un disegno unitario, oscillando tra suggestioni gotiche, disinganni estremi e impeti salvifici. Di stampo, naturalmente, cattolicissimo. (anton giulio mancino)