The Libertine

Inghilterra, fine XVII secolo. Carlo II (John Malkovich) è un monarca autoritario ma incline alle arti in voga nelle corti europee di allora: la danza, il canto e il teatro. Mentre il regno è in lotta con il sempre più potente parlamento, il re richiama a corte il Conte di Rochester (Johnny Depp), libertino, illustre poeta e artista maledetto, in precedenza espulso da Londra per oltraggio al re. Eccellente scrittore di poesie, amante smodato del teatro, autore di versetti osceni e pungenti, alcolizzato, e ossessionato dal sesso e dalla perversione che impazzano a corte, John Wilmot, questo il suo vero nome, torna alla lugubre e fangosa Londra, felice di potersi dedicare ai suoi passatempi prediletti: le donne, l’alcool e il teatro. Il re gli affida la composizione di una piéce teatrale in occasione della visita di un ministro francese ma il conte, in pieno delirio estatico, mette in scena un monologo sulla vagina e sul pene. Costretto alla latitanza, gravemente malato di sifilide, si converte a Dio e dopo aver prestato soccorso al re detronizzato, muore glorificato da un’opera teatrale interamente dedicata alla sua vita. 

Doom

Flick fantascientifico non particolarmente originale: un manipolo di ardimentosi marine galattici viene spedito su Marte, presso una colonia spaziale, per investigare sulla misteriosa scomparsa di alcuni scienziati e ricercatori. Le diverse personalità dei soldati si scontrano durante la missione, che ben presto si trasforma in un test di sopravvivenza: esperimenti genetici hanno infatti portato allo sviluppo di una particolare sostanza che, se inoculata, ha la capacità di trasformare un uomo in superuomo, oppure in un mostro aberrante e assetato di sangue. Inutile dire quale dei due casi sia statisticamente più diffuso…
Ormai non è certo una novità, vedere una pellicola cinematografica direttamente ispirata a un videogame. Con l’avvento della moderna grafica poligonale – tradizionalmente fatto risalire al primo Tomb Raider per Playstation – i giochi elettronici sono diventati sempre più simili a film interattivi, tanto da essere originariamente pensati come tali: vita più facile per i produttori, che avevano già fiutato l’affare da tempo. Ricordate Mortal Kombat, Street Fighter o Super Mario? Tutti e tre erano tutto sommato decenti. I realizzatori avevano un unico problema: inventarsi avventure almeno vagamente credibili per personaggi monodimensionali, senza altre caratteristiche se non quella di picchiarsi fino alla morte senza motivo, o di saltare in continuazione da una piattaforma all’altra, persi in mondi assurdi.
Più recentemente, pellicole come Resident Evil (due episodi) o Alone In The Dark hanno avuto a disposizione materiale molto più corposo su cui lavorare, ma guardando i risultati pare non sia stato un gran vantaggio: il primo rimane da archiviare nella categoria «perdita di tempo», mentre il secondo, oltre a non azzeccarci niente con il videogame, riusciva nell’impresa di risultare imbarazzante anche per lo spettatore meglio disposto.
Con questo Doom, si torna al problema iniziale: il videogame non ha uno straccio di trama che possa fare da canovaccio. Quindi si parte da zero, sapendo solo quali devono essere gli ingredienti irrinunciabili: marine spaziali, mostri alieni e grosse armi da fuoco. Il film di Andrzej Bartkowiak, già regista di pellicole di serie B tutto sommato oneste (Romeo deve morire con Jet Li, Ferite mortali con il tamarro-cult Steven Seagal), riesce quantomeno a tirare fuori qualcosa di buono da questi elementi di base. The Rock è credibile – ma che credibilità può mai avere The Rock?? – nei panni del sergente di ferro; gli altri attori forniscono prove di recitazione sicuramente migliore, ma indubbiamente non hanno l’appeal dell’ex campione di wrestling. I mostri sono un mix di cose più o meno già viste: zombie mutati, che si comportano (e usano la lingua) proprio come il caro, vecchio Alien.
Un plauso va invece alle ambientazioni, molto fedeli a quelle del videogame, e alla scelta di raccontare come si sia arrivati alla situazione – familiare per il giocatore – del marine solitario che combatte contro i mostri, unendo idealmente la fine del film e l’inizio del gioco. A proposito del finale, si tratta dell’unica sequenza davvero esaltante. Un bell’esempio di rimediazione: il linguaggio del videogioco trasposto in campo cinematografico, con un grande risultato. Peccato che duri solo cinque minuti. (michele serra)

007 – La morte può attendere

In una missione in Corea del Nord James Bond viene tradito e catturato. Appena liberato viene messo fuori dall’agenzia e gli viene revocata la licenza doppio zero. L’agente più famoso di sua maestà decide di farsi giustizia da solo. Scopre molto più di quello che pensava. Nel suo cammino incontra una donna bella e misteriosa e, come da copione, la seduce. O forse questa volta ne viene sedotto. Non molto altro sulla trama, anche perché diventerebbe inutile andare al cinema a vederlo. Ventesimo episodio della saga dell’agente segreto inglese nato dalla penna di Ian Fleming,
La morte può attendere
ci presenta un Bond con un po’ di smalto in meno, sopraffatto dagli effetti speciali e da donne troppo competitive. Passati i tempi del «seduci e scappa». Pochi dialoghi, poche battute alla Bond, qualche doppio senso, tanti gadget e infinite pubblicità occulte (neanche tanto) a oggetti destinati a diventare di moda: 3 modelli di auto diverse, dalla mitica Aston Martin, alla Jaguar, fino all’italiana Ferrari, bistrattata e fatta cadere da un aereo. Champagne francese, orologi, computer portatatili giapponesi, telefonini svedesi, rasoi olandesi. Tanti loghi ben in vista e ben poca struttura al film. Certo, bisogna andare al cinema e sapere che in fondo Bond è pur sempre Bond e guardare il film con molta indulgenza, magari con qualche rammarico del grande Connery degli anni Sessanta. Una regia stile videoclip, simile alle missioni impossibili di Tom Cruise. Due ore di esplosioni e accadimenti surreali, ma quando Brosnan appare nel suo impeccabile smoking per dire «Bond, James Bond…» un po’ di emozione c’è sempre, un po’ di affetto verso questo eroe ormai tanto familiare. Splendida Halle Berry che esce dall’acqua con un costumino alla Ursula Andress. Per il resto poca cosa, compreso il cameo di Madonna con il doppio senso più esplicito del film. E che Dio salvi la regina.
(andrea amato)

Orgoglio e pregiudizio

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Adattamento dell’omonimo romanzo di Jane Austen. Fine Settecento, a Longburn, un angolo della campagna inglese, vive la famiglia Bennet. La principale occupazione della signora è cercare mariti adeguatamente ricchi e rispettabili per le cinque figlie. Più saggio e disincantato è il signor Bennet, che vive con placida ironia le ansie arriviste della moglie. L’arrivo nelle vicinanze di un uomo nobile e ricco, Bingley, accende le speranze della signora: la figlia Jane se ne innamora, ricambiata. Assieme a Bingley fa la sua comparsa il signor Darcy, un uomo profondo e altero dal carattere difficile. Elizabeth, secondogenita dei Bennet, ragazza intelligente e vitale, dà vita con lui a scaramucce intellettuali segnate dall’antipatia, visto il carattere chiuso e orgoglioso dell’uomo, sempre più coinvolto dalla sua fiera antagonista. Tra fraintendimenti e attese, il solco sembra approfondirsi, finché Elizabeth comincerà a scorgere le qualità dissimulate di Darcy.
L’Inghilterra di fine Settecento con i suoi paesaggi verdi, i balli, le carrozze e i corpetti. La versione filologicamente corretta della società pre-vittoriana si srotola per due ore in sedici noni, senza annoiare né incantare. Filologia rispettata anche nei confronti del romanzo di Jane Austen, cui il regista, complice la sceneggiatrice Deborah Moggach, rivolge una riverenza degna del più settecentesco degli inchini. Visivamente il film rimane decisamente classico, non si concede particolari virtuosismi (tranne, per esempio, il piano-sequenza che ci introduce in casa Bennet). L’omaggio al gusto del romanzo comincia dunque dalle inquadrature, senza dubbio funzionali ma spesso di maniera. In più di un caso, anzi, la regia scivola nella retorica zuccherosa o epica. E quando, in un sottofinale criminale, Darcy ed Elizabeth si ritrovano nel prato, mancano solo gli uccellini festanti. Da censura.
Ma l’impostazione classica funziona altrove. Dialoghi e relazioni fra i personaggi sono spesso costruiti con gusto. La mano della sceneggiatrice è sensibile, riesce a riproporre le sofisticate scaramucce retoriche di quell’epoca senza scadere nella noia o nella piattezza, valorizzando anzi la tensione drammatica di alcune scene del romanzo, basandovi fedelmente i dialoghi. In più rinsalda la tenuta di un film rischioso come questo distribuendo lungo le due ore diversi momenti comici. Lo strumento preferito è la signora Bennet: già un figura umoristica nel romanzo, qui diviene una sorta di caricatura. Con stile e senso del ritmo questi intermezzi salvano il film dal rischio di retorica e sentimentalismo eccessivi.
Keira Knightley incarna bene Elizabeth (tanto da meritare una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista), così come Matthew Mc Fayden, appena troppo tenebroso, dà voce e portamento alle inquietudini e alla magnanimità di Mr Darcy. Il loro rapporto incerto, contraddittorio e intenso, si anima riuscendo coinvolgere senza scadere (troppo) spesso nella retorica. Ma il piccolo capolavoro recitativo del film lo realizzano i comprimari: in particolare il signore e la signora Bennet (Donald Sutherland e Brenda Blethyn) sono vivaci nelle loro schermaglie, quanto Judi Dench mette in risalto l’austerità di Lady de Bourg. Se la rete di dialoghi, sguardi e sospensioni fra i personaggi prende corpo, grande merito va ascritto a loro.
Trasporre un romanzo così distante nel tempo e nei toni era un’operazione difficile. La troupe è stata aiutata dall’attrattiva senza tempo delle più dense relazioni uomo – donna e di quelle fra classi. Ma il film coinvolge e a tratti brilla grazie alla sensibilità di chi vi ha lavorato. Resta fastidioso il gusto eccessivamente pittorico di Wright, che in alcune scene perde la misura e inclina pericolosamente verso l’avvelenato polpettone sentimentale di stile hollywoodiano. Ma basta chiudere gli occhi in un paio di scene e rimangono due ore che, senza fare la gloria del cinema – e probabilmente nemmeno quella di Jane Austen – avvinceranno parecchi spettatori. L’italiano Dario Marianelli, autore delle musiche, è candidato all’Oscar per la miglior colonna sonora. (stefano plateo)