Flightplan – Mistero in volo

Kyle Pratt (Jodie Foster) è un ingegnere aeronautico. Suo marito è appena deceduto precipitando tragicamente dall’ultimo piano del palazzo in cui vivono a Berlino. Dopo aver risolto le pratiche burocratiche all’obitorio, la donna parte alla volta degli Usa insieme alla figlia Julia (Marlene Lawstone), di sei anni, per riportare la salma del coniuge alla famiglia. Arrivate all’aeroporto, sono le prime a passare il check-in e salire a bordo del modernissimo Airbus 380, occupando due posti in fondo al ponte superiore. Julia è ancora sotto shock per la recente perdita e sua madre fa di tutto per cercare di consolarla. Così, insieme, decidono di stendersi su di una fila centrale di posti liberi per riposare. Qui si addormentano. Ma quando Kyle riapre gli occhi, sua figlia non c’è più. Preoccupata, la donna comincia a cercarla per tutto l’aereo, chiedendo informazioni ai passeggeri e agli assistenti di volo. Il nome della bambina non risulta neanche nella bolla d’imbarco e nessuno si ricorda di averla mai vista salire a bordo. Kyle allora chiede insistentemente di parlare con il comandante ma viene immobilizzata dall’agente di sicurezza a bordo, Gene Carlson (Peter Sarsgaard). L’uomo l’aiuta nelle vane ricerche della piccola, mentre il resto dei passeggeri è costretto a rimanere seduto per ordine del capitano. Lentamente, nella mente di tutti, comincia a consolidarsi l’idea che la donna sia pazza e che in realtà sua figlia non sia sull’aereo. Come stanno in realtà le cose? Kyle mente o è veramente successo qualcosa di terribile a sua figlia?

Dal produttore Brian Glazer
(A Beautiful Mind, 8 Mile)
e dal regista Robert Schwentche
(Tatoo)
un thriller ben studiato che abbatte il tabù post 11 settembre dei film ambientati sugli aerei. Gli elementi per una buona pellicola ci sono tutti: un ottimo cast, una buona sceneggiatura (che ogni tanto sfrutta qualche trucco del genere) e il preciso occhio del regista che non delude mai lo spettatore. Jodie Foster è perfetta nel ruolo di Kyle, personaggio che mischia sensibilità e durezza d’animo. Convince anche l’interpretazione dell’agente di sicurezza offerta da Peter Sarsgaard
(Kinsey, La mia vita a Garden State).

Il difetto sta semmai nel ritmo. Il momento di massima tensione si raggiunge a metà della proiezione, allorché il mistero sulla scomparsa di Julia, la brava Marlene Lawston (alla sua prima esperienza cinematografica), è più che mai un dilemma. Poco dopo però lo schema della trama è fin troppo chiaro e la pellicola si trasforma in un action movie fatto di inseguimenti e sparatorie negli angusti spazi dell’aereo.

Un vero peccato per una storia che avrebbe potuto sforzarsi di caratterizzare più a fondo tutte le figure dei suoi personaggi principali, anziché perdersi in spettacolari ma quanto mai sterili scene d’azione nel finale, sacrificando così il climax della storia. Il tutto poi è condito da un pizzico di retorica: l’indifferenza e l’ostilità dei passeggeri e del personale di bordo, l’altezza morale del capitano, le accuse a un uomo di nazionalità araba estraneo a tutto (e che si rivelerà anche di buon cuore) e l’incompetenza seguita da imbarazzo di una psicologa improvvisata. Pregevole invece la scelta del cattivo che, in uno dei primi film girati in quota dopo l’11 settembre, fa riflettere sulla ragione dell’attuale pericolo terroristico. Un film, quindi, riuscito a metà che deve molto alla bravura dei suoi interpreti e alla capacità del regista di farla risaltare.
(mario vanni degli onesti)

Tattoo

Marc Schrader è un giovane detective appena diplomatosi all’accademia di polizia. Lavorare non gli piace: meglio prendere qualche pasticca e ballare ai rave clandestini. Una retata condotta dai suoi stessi colleghi durante una di queste feste rischia però di rovinargli una carriera non ancora iniziata. Schrader si trova davanti a un bivio: accettare di collaborare con l’esperto detective Minks, impegnato in una personale crociata contro il mondo in cui sua figlia si è rifugiata dopo la morte della madre, oppure considerarsi un ex poliziotto. Scelta la prima soluzione, il giovane si impegna in una serie di indagini che portano alla luce un incredibile commercio di brandelli di pelle umana, appartenenti a persone che in passato si sono fatte tatuare da un abilissimo maestro giapponese.

Opera prima del tedesco Robert Schwentke, noto in patria come autore televisivo,
Tattoo
è un thriller per stomaci forti, in cui mutilazioni e cadaveri carbonizzati non vengono risparmiati allo spettatore dallo sguardo, a tratti compiaciuto, del regista. Le prime recensioni hanno parlato di risposta tedesca a
Seven
ma Schwentke ha precisato di essersi ispirato, piuttosto, a
Inferno
di Dario Argento e, in seconda battuta, a
Terrore dallo spazio profondo
di Philip Kaufman oltre che, più in generale, a molte pellicole americane degli anni Settanta i cui eroi erano personaggi dalla morale a dir poco ambigua. «L’unica regola è tornare a casa vivo la sera», dice Minks al suo giovane compagno. Tutto si può fare, purché serva ad assicurare alla giustizia il serial killer che sta costringendo agli straordinari il personale dell’obitorio. Girato in soli quaranta giorni e con un budget ridotto in una Berlino livida e spettrale, ben inquadrata dalla gelida fotografia di Jan Fehse,
Tattoo
mette in luce due ottimi attori: il giovane August Diehl e soprattutto Christian Redl, davvero convincente nel ruolo di un poliziotto che cerca nella sua professione il riscatto delle amarezze che la vita gli ha riservato.
(maurizio zoja)