Il mucchio selvaggio

Molti cinefili piangono, alle pellicole di Peckinpah: quando Randolph Scott non vuol farsi vedere da Joel McCrea mentre muore (
Sfida nell’Alta Sierra
), o quando Warren Oates inveisce sulla tomba della donna amata (
Voglio la testa di Garcia
). Anche il suo capolavoro,
Il mucchio selvaggio
, si vede con un groppo in gola: un film di violente emozioni e un barbaro monumento a un’America che scompare. I protagonisti sono banditi che cercano riscatto, reietti come solo il cinema americano di quegli anni poteva permettersi di mostrare (mentre Peckinpah gira, a Woodstock suonano); ma quando entrano nel villaggio messicano al suono della «Golondrina» siamo oltre il limite del melodramma. Peckinpah è forse l’ultimo vero regista americano: al suo confronto persino Clint Eastwood è un auteur europeo, da «Cahiers du cinéma». Il mucchio selvaggio dà la vertigine, attraversa le vene dell’America, e nello sbalorditivo massacro finale (uno dei picchi della storia del cinema statunitense), partito da John Ford, giunge fino a Jackson Pollock.
(emiliano morreale)

Lo sperone nudo

Un contadino, diventato cacciatore di taglie per necessità, cattura un assassino che deve consegnare alla giustizia nel lontano Kansas. Nel viaggio li accompagnano la ragazza del bandito, un cercatore d’oro e un ufficiale disertore. Un classico del cinema Western diretto da un vero maestro del genere. La regia di Mann sfrutta al meglio tutti gli ingredienti, compresa la suggestiva ambientazione. Gara di bravura tra James Stewart e Robert Ryan.
(andrea tagliacozzo)

Strategia di una rapina

Un ex ufficiale di polizia mette a punto un piano ingegnoso per una rapina ai danni di una banca. Ma i suoi due complici, uno squattrinato cantante nero e un disoccupato di razza bianca, in perenne contrasto tra di loro, rischiano di far saltare ogni cosa. Un grande noir diretto Robert Wise, ex montatore per Orson Wells (con il quale ha realizzato il leggendario
Quarto potere
) e regista di capolavori come
Lassù qualcuno mi ama
e
West Side Story
. Assai raffinato nelle atmosfere e nello studio psicologico dei personaggi. Molto interessante anche la colonna sonora jazz composta da John Lewis.
(andrea tagliacozzo)

Quella sporca dozzina

Durante la seconda guerra mondiale, alla vigilia dello sbarco in Normandia, un ufficiale americano riceve l’incarico di distruggere una base nazista in Francia. Gli uomini per la rischiosa impresa vengono reclutati tra la feccia di un carcere militare: ai dodici prescelti viene promessa la libertà a missione compiuta. Un entusiasmante film bellico, spettacolare e ricco d’azione, diretto da Robert Aldrich con stile secco ed efficace. Ottimo il cast. Del film verranno realizzati tre sequel, nessuno dei quali minimamente all’altezza dell’originale. (andrea tagliacozzo)

Lo sbarco di Anzio

Tratto dal libro Anzio di Wynford Vaughan-Thomas. Nel 1944, un corrispondente di guerra americano si aggrega alle forze alleate in procinto di sbarcare sul litorale laziale. Ma l’eccesiva facilità dell’operazione insospettisce il giornalista. Una discreta produzione nostrana (di Dino De Laurentiis, con fotografia di Giuseppe Rotunno e musiche di Riz Ortolani), con un buon cast americano (anche se Robert Mitchum, Arthur Kennedy e Robert Ryan sono un po’ stagionati, mentre Peter Falk, almeno all’epoca, non poteva dirsi un divo). Spettacolare, ma una spanna al di sotto dei veri kolossal hollywoodiani. Come per
Barbablù
, realizzato quattro anni più tardi, il film è stato supervisionato da Edward Dmytryk.
(andrea tagliacozzo)

L’avventuriero di Burma

La coppia Stanwick-Ryan, già nobilitata da Fritz Lang ne
La confessione della signora Doyle
del 1952, torna in un’avventura ambientata nell’esotica Birmania, dove il protagonista (Ryan) è un uomo che si trova coinvolto in strani commerci ed è ingiustamente braccato dalla legge. Il film, comunque, non è all’altezza del cast e del suo regista.
(andrea tagliacozzo)

Odio implacabile

Il regista Edward Dmytryk torna ad affrontare il problema dei reduci di guerra (come già in
Anime ferite
, girato l’anno precedente) inserendovi lo scottante tema dell’antisemitismo. Accecato dall’odio razziale, un sergente dell’esercito americano, veterano del secondo conflitto, uccide un ebreo. Poi tenta di addossare la responsabilità del delitto a un commilitone. Tratto da un romanzo di Richard Brooks, il film è un dramma di grande vigore, cupo e ricco di tensione, tra i migliori realizzati nell’immediato dopoguerra. Nell’ottimo gruppo d’attori spiccano Robert Ryan (il sergente razzista) e Gloria Grahame.
(andrea tagliacozzo)

La gang

Da «The Racket», un lavoro teatrale di Bartlett Cormack che Lewis Milestone aveva già portato sullo schermo nel 1928. Il capitano Martin della polizia conduce una lotta estenuante contro una banda di delinquenti, capeggiata dal crudele Nick Taylor. La gang, protetta da politici influenti e giudici corrotti, riesce però regolarmente a farla franca. Un avvincente poliziesco magnificamente interpretato da Mitchum e Ryan.
(andrea tagliacozzo)

La corsa della lepre attraverso i campi

Il giovane Tony, testimone di un delitto perpretato da un gruppo di zingari, si vede consegnare dalla vittima una grossa somma di denaro. Braccato dagli zingari, il giovane, che deve guardarsi anche da una banda di assassini, fugge con il malloppo. Discreto poliziesco alla francese, a tratti suggestivo anche se non del tutto riuscito, con una piacevole colonna sonora di Francis Lai. (andrea tagliacozzo)

Io sono la legge

Sette mandriani, dopo essersi ubriacati e aver messo a soqquadro la cittadina di Bannoch, uccidono involontariamente un povero vecchio. Quindi tornano a Sabbate, dove lavorano alle dipendenze di un ricco allevatore. L’irremovibile sceriffo di Bannoch è deciso ad assicurare i sette alla giustizia. Buon western, stilisticamente influenzato dai film violenti e barocchi di Sergio Leone. Robert Ryan, nei panni di un mite sceriffo, ruba la scena al protagonista. Winner tornerà a dirigere Lancaster in Scorpio , un poliziesco del ’72. (andrea tagliacozzo)