Come farsi lasciare in 10 giorni

Andie Anderson (Kate Hudson) è una giovane giornalista di
Composure Magazine,
addetta alla rubrica «Come fare a…» e il suo direttore le assegna il compito di adescare un ragazzo, farlo innamorare e farsi lasciare in dieci giorni, facendo tutte quelle cose che gli uomini non sopportano. La sera stessa va in un bar di moda dove incontra Benjamin Barry (Matthew Mc Conaughey), un pubblicitario in ascesa, che a sua volta ha scommesso con il suo capo che riuscirà a fare innamorare una donna in dieci giorni. Inizia così un gioco allo sfinimento, dove nessuno dei due soggetti molla la presa. Salvo il fatto che, come è presumibile sin dall’inizio, i due si innamoreranno uno dell’altro. Commedia romantica prevedibile nel finale, ma l’intento degli sceneggiatori, che hanno tratto il soggetto dall’omonimo libro di Michele Alexander e Jeanne Long, era quello di portare sullo schermo i luoghi comuni e i topos del rapporto di coppia. Non certo un film memorabile, ma la solita commediola realizzata per fare soldi al box office. E tanti anche, c’è da scommetterci. Qualche battuta o situazione strappano il sorriso, ma nel complesso non stupisce per originalità. Classico film da vedere in videocassetta in una serata di depressione. Non certo dopo che si è rotto con il partner.
(andrea amato)

People I Know

Eli Wurman è un PR newyorchese un po’ in decadenza, sia fisica che d’affari. Ha pochi clienti, uno in particolare, il più ricco, l’attore premio Nobel Cary Launer. Proprio Launer chiede a Wurman di fare uscire di galera una starlette della televisione, con cui ha una relazione. La ragazza fa scoprire a Eli un giro di festine, a base di sesso e droga, nei piani alti di Wall Street. La modella, che sa troppo, viene uccisa in albergo e lascia a Eli una videocamera con immagini compromettenti per molti potenti. Eli, parallelamente, sta organizzando un party di beneficenza per salvaguardare i diritti umani di tre immigrati nigeriani. La festa è un successo, ma il suo aver ficcato il naso in acque torbide lo porterà… Un thriller ben congegnato, semplice e pulito, ma con un cast eccezionale e un Al Pacino sempre grandissimo. La trama, forse, potrebbe risultare fin troppo prevedibile, ma la giusta tensione dei personaggi riesce a non svilire il tutto. Un’altra buona prova da parte del regista Daniel Algrant (Vado a vivere a New York) e una Grande Mela un po’ diversa, ma reale, da come ci viene raccontata da un anno a questa parte. (andrea amato)

Due settimane per innamorarsi

George Wade (Hugh Grant) è un milionario, viziato, apparentemente superficiale e sfruttato da suo fratello che lo usa come volto dell’azienda, senza credere minimante in lui. Lucy Kelson (Sandra Bullock), invece, è figlia di due avvocati, che si sono sempre battuti per i diritti umani. Lucy è cresciuta nelle manifestazioni pacifiste e oggi, fidanzata con un militante di Greenpeace, da avvocato lotta per cause di civiltà. I due personaggi, così diversi uno dall’altro, si incontrano per caso e Lucy inizia a lavorare per George. Non solo come avvocato, ma anche come addetto stampa, segretaria particolare, baby sitter, amica. Decide di lasciare il lavoro e ci metterà due settimane per istruire l’avvocato che la sostituirà. Ma proprio in due settimane, tra i due… Commedia molto prevedibile negli intenti e nella trama. Ma, quando uno si aspetta di imbattersi in una stucchevole e melensa commedia romantica, in realtà ci si trova davanti a una pellicola con qualche spunto davvero divertente. Piccole gags, certo, che riescono però ad addolcire la disgustosa medicina che bisogna sorbirsi. La traduzione del titolo, rispetto a quello originale, dà al film una connotazione molto più stucchevole di quello che in realtà sono gli intenti della pellicola. I due protagonisti sembrano essere abbastanza a loro agio nelle parti. Anche se per una volta vorremmo evitare di vedere Sandrra Bullok nella parte della sciatta, complessata, sfigata americana del nuovo millennio. Anche perché potrebbe venirci il dubbio che sia così anche nella vita reale.
(andrea amato)

Prossima fermata Wonderland

Commedia romantica, impassibilmente vecchio stile, su un’infermiera recentemente piantata in asso (Davis), la cui vita affettiva prende una nuova svolta quando quell’impicciona di sua madre (Taylor, spassosa come sempre) pubblica di nascosto un annuncio per lei. Da qualche parte, in mezzo a una marea di sovraeccitati pretendenti, c’è il suo principe azzurro (Gelfant), ma le loro vite sembrano intrecciarsi anche senza bisogno di un appuntamento. Film indipendente sulla scia di Insonnia d’amore, con sciocche sottotrame ma sostenuto dall’ambientazione in una Boston invernale, charme in quantità e una performance meravigliosamente dolceamara della Davis.

La sicurezza degli oggetti

Jim, che ha vissuto finora solo per il suo lavoro, sgattaiola fuori di casa, quando la moglie è ancora a letto e i bambini litigano in cucina. Esther va a fare la spesa prima di prendersi cura del figlio, in coma dopo un incidente. Annette, lasciata dal marito con due figlie, litiga con la primogenita perché non può mandarla al campeggio. Ed Helen prepara la colazione a figli e marito, anche se quella vita le va stretta. Quattro famiglie, nella tipica provincia americana. La villetta con garage, il giardino (e il giardiniere), il tagliaerba, la piscina, la lavastoviglieultimomodello, i litigi con i figli, la Barbie (una trovata mirabile l’innamoramento del ragazzino per la bambola), le crisi matrimoniali, il centro commerciale, il dramma di un ragazzo sfortunato… La solita vita. Una vita normale. Quattro famiglie, attaccate alle loro cose, alla loro casetta, al lavoro, alla routine, alla sicurezza della quotidianità. Una sicurezza mandata in frantumi quando quell’incidente distrugge la vita di Paul e della sua famiglia. Ma non solo la loro…

Un bel film questo
La sicurezza degli oggetti.
Nel filone iniziato da Altman con le piccole storie incrociate di
America oggi.
E poi rivisto un po’ in
American Beauty
un po’ in
Magnolia.
Protagonista, qui, la normalità di medie famiglie americane nella media provincia statunitense. Dove la vita è scandita però da una routine che trasmette più angoscia che sicurezza, più oppressione che tranquillità, nonostante l’ironia e il sarcasmo che non mancano. Qui si intersecano le più o meno tranquille esistenze di quattro nuclei familiari uniti non solo dal fatto di essere vicini di casa ma anche da quell’incidente. Efficace l’intrecciarsi delle quattro storie solo apparentemente slegate. E bravissimi gli attori, primi fra tutti Glenn Close e Dermot Mulroney. Ma, se uscendo dal cinema avete un grosso peso sullo stomaco, non siete i soli.
(d.c.)