Identità

Durante una notte buia e tempestosa un motel semiabbandonato fa il pieno di clienti. Le strade allagate e la scarsa visibilità obbligano gli automobilisti a interrompere i loro viaggi e il gestore riesce a incassare qualche soldo grazie alla presenza di una tranquilla famigliola, di un’ex diva con il suo autista, di una prostituta in fuga verso una nuova vita, di due novelli sposini e di un poliziotto che sta trasferendo un detenuto. Solo uno di loro vedrà la luce del sole.

Già regista di
Dolly’s Restaurant, Cop Land, Kate & Leopold
e del sopravvalutato
Ragazze interrotte,
James Mangold confeziona un thriller psicologico senza cali di tensione, basandosi su una sceneggiatura che ha nel finale il suo principale punto debole. Un difetto non da poco che tuttavia non riesce a rovinare del tutto un film che cita a piene mani i classici del genere, dai
Dieci piccoli indiani
di Agatha Christie (portati sullo schermo da René Clair nel 1945) a
Psycho
di Alfred Hitchcock (e non solo per l’ambientazione in un motel). Mentre si domanderanno chi è l’assassino, i cinefili si divertiranno un mondo a scovare le altre citazioni, spalmate dallo sceneggiatore Michael Cooney lungo tutta la pellicola. John Cusack convince in una parte drammatica dopo aver divertito in
Alta fedeltà
ma la rivelazione è la bellissima Amanda Peet, prostituta sognatrice dal buon cuore e dal turbolento passato. Ray Liotta se la cava nei panni di un poliziotto a dir poco stereotipato, mentre Rebecca De Mornay si concede una fugace apparizione nei panni di un’attrice dimenticata dal pubblico (una parte non molto diversa da quella che, suo malgrado, interpreta anche nella vita reale). Impossibile dire di più senza rovinare allo spettatore le sorprese disseminate ovunque dal regista. Ha detto bene la produttrice Cathy Konrad: «in questo film i personaggi sono la trama». Peccato per quel finale.
(maurizio zoja)

China Moon – Linea mortale

Il poliziotto Harris desidera ardentemente la Stowe, infelicemente sposata, in questo lunatico noir ambientato in Florida. Un paio di trovate interessanti, ma la produzione è molto più che debitrice al migliore Brivido caldo. Debutto alla regia per Bailey, meglio conosciuto come uno dei migliori direttori della fotografia in circolazione (Gente comune, Nel centro del mirino). Girato nel 1991.

Mumford

Sono anni che Lawrence Kasdan sembra aver rinunciato a realizzare film di grande richiamo commerciale. E tutto sommato le scelte più discrete del celebrato autore de
Il grande freddo
e
Silverado
lo hanno condotto a quelle che sono apparse, a un’analisi scevra da mode generazionali, le sue opere migliori:
Turista per caso
e
Grand Canyon
. È in quest’alveo più impervio e meditativo, seppure con toni più leggeri e con accenti esistenziali meno pretenziosi, che si colloca
Mumford
. In questo lavoro, interpretato da attori di non particolare richiamo, è concentrata tutta la tendenza del regista-sceneggiatore a concedersi il tempo necessario per svolgere la vicenda sul piano della descrizione ambientale e caratteriale. Il film è scritto talmente bene, con dialoghi che scivolano con noncurante eleganza e con personaggi che prendono possesso della scena con estrema naturalezza, che lo stesso sviluppo della storia è subordinato a tale indugio e non scopre le carte per almeno mezz’ora. L’analista Mumford opera nell’omonima ridente cittadina americana e con i suoi pazienti non si comporta esattamente come uno psicologo modello: li manda via prima che il tempo della seduta sia scaduto, si spazientisce nell’ascoltare sempre le stesse fantasie erotiche, dice con molta franchezza ai pazienti quello che pensa, racconta a chiunque – e specialmente a un’amica barman – i problemi delle persone che ha in cura. Il film sembra non voler imboccare alcuna strada precisa, trascorrendo con sereno e ironico spirito minimalista. Ma le apparenze ingannano, e la tranquilla facciata corale cela un segreto. Kasdan, che ha in serbo una satira della psicanalisi, conosce molto bene le regole del gioco, ed è la sua sicurezza di scrittore che non gli fa temere di alienarsi la simpatia dello spettatore ridimensionando l’azione e i colpi di scena. Cosicché, quando la trama prende quota, ci si ritrova ad aver familiarizzato con tutti i personaggi. Mumford non è uno psicologo vero, ma un impostore. Da ex agente del fisco corrotto e cocainomane si è creato una nuova identità e una nuova professione, approfittando della capacità di indurre l’interlocutore ad aprirsi, ascoltarlo ed empatizzare con lui. Sarà scoperto, certo, ma la sua lealtà renderà meno grave la condanna. Risolverà pragmaticamente i problemi di tutti i suoi pazienti, e con scarsissimo spirito deontologico accetterà persino l’idea di innamorarsi – ricambiato – di una di loro.
(anton giulio mancino)

Monster

Alla fine della sua straordinaria performance come serial killer, si dice che Charlize Theron abbia dichiarato: «quando tutti ti fanno sentire un mostro, finisci per diventarlo», quasi a sottolineare la sua identificazione col personaggio rappresentato, un’immedesimazione che ha del prodigioso ma ne costituisce anche il limite. Il film racconta la storia vera di Aileen Wuornos, una prostituta statunitense che tra il 1989 e il 1990 ha ucciso sette clienti sempre con la sua pistola, una calibro 22. E se il primo, l’omicidio di un elettricista sadico, fu un atto di difesa, gli altri rappresentano invece una schizofrenica coazione a ripetere di chi è ormai in preda di un raptus, liberatorio e vendicatorio insieme. La Wuornos fu giustiziata in Florida nel 2002 con un’iniezione letale perché la perizia psichiatrica l’aveva ritenuta perfettamente sana di mente.
Nel film la voce fuori campo della protagonista sintetizza le tappe di un’esistenza votata al fallimento senza riscatto, sia per le avverse contingenze (ancora più atroci nella realtà di quello che il personaggio racconta), sia per i congeniti limiti della donna afflitta da una paranoica ingenuità. Contrariamente a David Grieco, che nel suo Evilenko sceglie improvvidamente la via della soluzione creativa alla Hannibal, la regista Patty Jenkins si attiene in modo più rigoroso ai documenti e costruisce attorno al suo personaggio un film on the road che dapprima fa pensare a Thelma&Louise di Ridley Scott, per il rapporto e la fuga con l’amica Tyria, e lo chiude dentro l’ultimo anno di libertà della donna, tra i suoi delitti e la dedizione cieca alla ragazzina lesbica, unico amore-riscatto della sua vita, la quale finirà per contribuire fattivamente alla sua condanna.
Jenkins è bravissima nel non concedere tregua allo spettatore nel susseguirsi di squallidi interni ed esterni, tra periferie degradate, tristi motel, luride caffetterie, così come è attenta a giustificare psicologicamente azioni e comportamenti della sua protagonista, dal primo omicidio, compiuto per legittima difesa, agli altri, la cui motivazione è di natura psicopatica. La regista alterna abilmente alla violenza dei delitti il rapporto quotidiano tra le due donne in fuga. E se la Theron è straordinaria nel costruire il crescere paranoico del suo personaggio e insieme la sua ingenuità esistenziale e sentimentale – interpretazione del resto avvalorata da numerosi premi internazionali – Christina Ricci non è da meno e forse supera addirittura la collega nel disegnare la sua Tyria, candida e perversa, giocandola tutta per sottolineature, con occhi tondi e sgranati che raccontano lo stupore e l’inganno.
Parlavo, all’inizio, di un limite del film. La Jenkins, preoccupata della credibilità psicologica di un personaggio così fuori norma, gli costruisce intorno un eccesso di parole, fuori campo e per monologhi, un verbillage ossessivo che mimando la latente e presente paranoia finisce per danneggiare la forza e la violenza visiva del film. Come se la regista non avesse fiducia nella persuasività silente delle immagini e le soffocasse in una rete di spiegazioni verbali. Oscar alla Theron -anche Orso d’Argento a Berlino e vincitrice di un Golden Globe. (piero gelli)

Allucinazione perversa

Un reduce del Vietnam, vittima di mostruose allucinazioni, indaga tra i suoi ex commilitoni e scopre che durante la guerra il suo plotone è stato usato come cavia per sperimentare una nuova potentissima droga. Il migliore tra i film di Adrian Lyne, ma anche, paradossalmente, il più sfortunato al botteghino. Incomprensibilmente ignorato dalla critica (almeno negli Usa), nonostante l’originalità del soggetto e alcuni spunti visivi davvero interessanti. Macaulay Culkin, il piccolo interprete di
Mamma ho perso l’aereo
, fa una fugace apparizione nei panni del figlio del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

24 ore

Una banda di sequestratori rapisce la figlia di un medico anestesista di fama internazionale. Il piano è studiato in ogni minimo particolare. Un uomo porta via la bambina, una donna aggancia il dottore che è in un’altra città per un congresso e il leader della banda rimane a casa con la madre. In sole 24 ore, sotto il ricatto della paura, i sequestratori si faranno pagare il riscatto senza lasciare alcuna traccia. Le vittime, contente di poter uscire dall’incubo, non parleranno e non rimarrà alcuna traccia di questo delitto. C’è solo un piccolo problema. La bambina rapita soffre di una grave forma di asma e questo particolare trascurato innervosirà i malviventi. I genitori, spaventati per la figlia, faranno di tutto per liberarla, scoprendo che c’è un link tra loro e i sequestratori. «Probabilmente, il crimine perfetto è quello che non viene mai denunciato». Anche realizzare un film del genere è un crimine, denunciarlo è un obbligo. Prevedibile, scontato, retorico, noioso. Già dai primi minuti del film si capisce tutto, compreso che è una pellicola pessima. Non basta la presenza di Kevin Bacon e Charlize Theron a risollevare le sorti. Da evitare.
(andrea amato)

Crimini invisibili

Il primo film americano di Wenders dopo Paris, Texas è splendido da guardare, ma complessivamente un po’ confuso e poco maturo. Un produttore cinematografico (Pullman) si nasconde presso una famiglia messicana dopo aver rischiato la morte perché coinvolto in un progetto ad alta sicurezza nell’osservatorio di Griffith Park. La Lind è affascinante come controfigura; la MacDowell un po’ meno convincente, vestita di soli slip e reggiseno. La musica di Ry Cooder rappresenta un punto a favore, così come il brano Until the End of the World degli U2. Super 35.

La vita a modo mio

Picaresco sguardo su un buono a nulla di provincia e sulla sua grande (e insana) famiglia di amiconi; dopo aver voltato le spalle alla sua vera famiglia anni addietro, ora si ritrova a passare del tempo con il figlio ormai cresciuto e il nipotino. In questo studio di caratteri dal fascino imprevedibile, un Newman irresistibilmente commovente è circondato da meravigliosi attori, incluso Willis nella parte della sua amichevole nemesi. Sceneggiatura di Benton, da un romanzo di Richard Russo. Elizabeth Wilson compare non accreditata nel ruolo dell’ex moglie di Newman.