Into Paradiso

In una Napoli multietnica s’intrecciano i destini dei due protagonisti: Alfonso, uno scienziato napoletano, timido e impacciato, che ha appena perso il lavoro e Gayan, un affascinante ex campione di cricket srilankese senza più un soldo, appena arrivato a Napoli convinto di trovare il paradiso. Due persone assolutamente diverse che si ritrovano a condividere necessariamente una catapecchia eretta abusivamente sul tetto di un palazzo nel cuore del quartiere srilankese della città. Alfonso è costretto, per un tragicomico equivoco, a nascondersi da una banda di malavitosi e Gayan, dapprima ostaggio, diventa poi suo unico alleato. Da questa incredibile convivenza nasce tra i due una speciale amicizia, che darà loro il coraggio di affrontare il proprio destino, cambiandolo per sempre.

Domenica

L’ispettore Sciarra è malato terminale. Al suo ultimo giorno di servizio deve condurre all’obitorio una bambina, per farle riconoscere il cadavere del suo presunto stupratore. I due si perdono e si ritrovano più volte nei meandri di Napoli. Uno spunto simile a quello de Il ladro di bambini, con una scelta di messa in scena debitrice alla Napoli di Martone. Ma non basta nascondere il sole per andare contro lo stereotipo, e l’impermeabile mitchum-caccioppoliano di Amendola – quasi parodistico – sembra l’emblema stesso del film. Che certo non aveva ambizioni «sociali», ma tantomeno riesce a essere un melodramma. Wilma Labate si aggira per una Napoli più smorta che astratta, dirige male gli attori (specie la bambina) e rimane vittima di una sceneggiatura artificiosa, con flashback pleonastici, dialoghi improbabili e svolte narrative che si intuiscono con mezz’ora di anticipo. Non fosse per il Cinemascope,
Domenica
si potrebbe scambiare per una fiction televisiva qualsiasi. Volenteroso Amendola, intensa e sacrificata Annabella Sciorra.
(emiliano morreale)

La felicità non costa niente

Sergio (Mimmo Calopresti) è un architetto brillante, con una moglie devota, un figlio sveglio e simpatico, un’amante giovane e un gruppo di cari amici. Un incidente d’auto gli fa cambiare completamente approccio alla vita. Si accorge di tutte le ipocrisie e contraddizioni della sua esistenza e, a poco a poco, con le sue stesse mani distrugge tutte le certezze che lo circondano. Cerca risposte, di notte, vagabondando per una Roma «turisticamente didascalica», ma accogliente e complice. Ogni tanto cerca di rimanere aggrappato alla vita reale, quella fatta di routine, di rapporti umani e sociali, di lavoro e famiglia, ma non ce la fa, ha bisogno di scappare e cercare. Unico compagno di viaggio è un manovale che lavora per lui, con cui instaura un rapporto a metà tra il sogno e la realtà. Una notte, per le strade di Roma, incontra una donna misteriosa, bellissima, che cattura tutto il suo interesse. Occuparsi di questa persona diventa la sua preoccupazione principale, si innamora, ritrova equilibrio e voglia di vivere, ma… Un altro film di Mimmo Calopresti, questa volta nella triplice veste di regista sceneggiatore e protagonista. Una pellicola sulla ricerca ossessiva della felicità, nel mondo esterno, per poi giungere alla conclusione che forse è solo uno stato personale, intimo. Si tratta di una questione di equilibrio, niente più. Il cammino è tortuoso, affronta molte delusioni e sembra quasi soccombere alla depressione. Non un film sull’amore, perché in fondo è solo un aspetto della vita, non certo l’unico o il più importante. Forte la somiglianza con L’ora di religione nello stile registico e in alcuni escamotage narrativi. Convincente ancora come regista e piacevole sorpresa come attore protagonista. Un Calopresti promosso al 100 per cento. (andrea amato)