Teresa Raquin

Sorgono complicazioni quando una donna (Signoret), stanca di un marito ottuso e una suocera infernale, inizia una relazione con un rozzo camionista (Vallone). Questo melodramma di passioni e ossessioni ha il giusto pedigree — Carné e Charles Spaak hanno adattato il romanzo di Émile Zola — ma non possiede quel fuoco necessario per renderlo memorabile.

Il fascino discreto della borghesia

Un gruppo di borghesi (due coppie, una ragazza e l’ambasciatore di una nazione latinoamericana) non riesce a ultimare un pranzo di società, e passa attraverso una serie di assurde vicissitudini. Di tanto in tanto, li ritroviamo a camminare per una strada di campagna. Nel pieno della sua seconda giovinezza (tra i sessanta e gli ottant’anni), Buñuel rimane il vecchio surrealista di sempre – anzi, forse il maggior artista surrealista di tutti i tempi – anche quando abbassa il tono del racconto e approda a un capolavoro di understatement. Una sceneggiatura piena di un continuo, quieto e devastante senso dell’umorismo; la sordina messa a tutti i movimenti; l’arma micidiale dell’ironia – una delle più terribili a disposizione del borghese, diceva Pasolini – rivolta contro la borghesia stessa. La rabbia ha fatto posto a un sentimento amarissimo e nichilista, che preserva il film dall’invecchiamento. Magistrali i momenti sadomaso, indimenticabile il prete giardiniere armato di fucile. Oscar per il miglior film straniero, ma ovviamente Buñuel non andò a ritirarlo. (emiliano morreale)

Mio figlio

Il vecchio Henri, dopo essere mancato per lungo tempo da casa per via della guerra, torna a Parigi dove ritrova i suoi due figli e un terzo ragazzo che la moglie, ormai morta, ha avuto da un altro uomo. Passano gli anni e il terzo giovane, che ha un carattere ribelle, finisce per mettersi nei guai. Poco riuscita riduzione cinematografica di un romanzo di René Lefèvre. Carismatica, comunque, la presenza di Jean Gabin.
(andrea tagliacozzo)