24 Hour Party People

Pellicola brillante, intensa, divertente ed evocativa sulla scena punk rock inglese di Manchester nei primi anni Settanta, e su uno dei suoi antesignani, che si racconta in maniera disarmante con sguardo in macchina (anche commentando il film stesso). Divertente anche se non si conosce molto del tema. Energico Coogan nel ruolo protagonista.

Born Romantic

Sei personaggi intrecciano le loro vite sullo sfondo di un clubbino londinese (chiamato, a scanso di equivoci, «Corazón») dove si balla la salsa, complice il tassista nero-angelo custode. Si formano le coppie: la curatrice tombale che fa tappezzeria va col ladro con padre arteriosclerotico a carico, la scopatrice a catena – ovviamente infelicissima e nevrotica – va col fallito che l’ha piantata dieci anni fa e se n’è pentito, la restauratrice che non crede nei sentimenti va col gestore di locali che di solito non va troppo per il sottile ma si fissa su di lei. Nulla di male nelle commedie romantiche. Nulla di male nel cinema medio inglese. Nulla di male in David Kane e nel suo film precedente (ancora in attesa di uscita)
L’amore dell’anno
. Che però, alla luce dei fatti, ora si preannuncia temibile:
Born Romantic
è infatti la summa di tutto quello che può irritare – ammesso che uno possa irritarsi per così poco – nel mare dei prodotti medi sentimental-esistenziali con vaghe pretese sociologiche, concepiti in vista della futura messa in onda nei «Bellissimi di Rete4» di tutta Europa. Ordinaria amministrazione, senonché Kane compie una serie di mosse legate non si sa se alla volontà di rimescolare le carte in tavola o al fatto che al secondo film si crede già un autore. Infatti: perché truccare e vestire Jane Horrocks come Katrin Cartlidge in
Ragazze di Leigh
? Perché far fare la bruttina a Catherine MacCormack (che invece – pare – in
L’amore dell’anno
fa la belloccia)? Non è dato sapere se Kane si sia accorto di aver sciupato le battute migliori al servizio di trovate risapute: però Muccino a confronto sembra Morrissey, e viene da rimpiangere Cameron Crowe che almeno sa caratterizzare i personaggi minori. Regia anonima, attori neanche tanto in palla, senso di inutilità complessiva che oltrepassa il limite dell’intrattenimento di servizio. Partire da
Born Romantic
per parlare della vera o supposta crisi del cinema medio pare pretestuoso, ma forse è il caso di chiedersi (pubblico e distributori) se la vitalità del prodotto industriale britannico non sia un concetto da seppellire.
(violetta bellocchio)

My Summer Of Love

La giovane Mona (Natalie Press) abita in un paesino dello Yorkshire, dove è arrivata un’afosa estate. Convive con al fratello Phil (Paddy Considine), un «cristiano rinato», che ha smantellato il pub che i due gestivano sotto casa per scacciare qualsiasi forma di vizio dalla sua vita. Un giorno Mona incontra Tamsin (Emily Blunt), una ricca e bella ragazza di città. Le due iniziano a frequentarsi e la loro relazione sfocia presto in un acerbo ma intenso rapporto d’amore. Ostacolate dal moralismo dei paesani e dagli sforzi di Phil, le due giovani compiono ogni sforzo per poter continuare a vivere il loro incantamento.

Tratta dall’omonimo romanzo di Helen Cross, una storia d’amore bella e delicata fra due giovani ragazze. La campagna inglese, assolata e malinconica, è il palcoscenico su cui si incrociano per caso le due adolescenti all’inizio di un’estate che si prospetta noiosa. Le due giovani sono del tutto differenti, come vuole una tradizione consunta ma sempre efficace: Mona ha il viso intenso, ma diafano e incompiuto, che annuncia una sognatrice già ferita dalla vita, mentre Tamsin appare scura e carnosa: anche lei è una sognatrice, ma cinica, sensuale e viziata. L’amalgama fra le due ragazze è riuscita e suggestiva. La componente saffica, che il marketing sbandiera con fierezza, è disinnescata nelle sue derive banalmente voyeuristiche dal senso della misura di Pawlikowski – già apprezzato regista di
Last Resort
– che restituisce le atmosfere del romanzo, senza lasciarsi tentare dalla sovraesposizione della carnalità della relazione. Si dispiega così la trama delicata della relazione fra le due ragazze: viva, contraddittoria, cangiante.

Forse l’aspetto più affascinante della pellicola è il rapporto fra gioco e vita vera, fra esperimento innocente ed esperienza feroce. Già nel titolo i due poli si richiamano: gli amori estivi sono spesso mondi a parte, momenti di iniziazione in bilico fra rito e improvvisazione. Le due ragazze si rincorrono e si perdono fra emozioni vere e messe in scena, pure con atteggiamenti diversi. Sono giovani e impreparate, ma non del tutto inesperte: il rapporto fra ciò che sanno e ciò che vorrebbero sapere e cercano di conoscere è il filo su cui cammina l’interesse della storia, che si mantiene teso per tutto il tempo. La caratterizzazione delle due psicologie è abbastanza profonda e presenta due prospettive diverse e definite all’interno di un rapporto che mostra subito una manifesta asimmetria, pure bilanciata. Tamsin guida il gioco, è più smaliziata e forte, ma ha bisogno dell’energia e della visionarietà di Mona per esprimersi: forse è lei il vero motorino senza motore dell’inizio del film. Poi le loro strade si divaricano e Pawlikowski, che ha scelto dall’inizio di focalizzare la sua attenzione su Mona, la segue fino in fondo. Verso un finale che resta una delle migliori sortite di un film delicato e riuscito, ma che offre rari picchi.

Il cast è uno degli elementi più apprezzabili, come testimonia anche la figura credibile e a tratti divertente del fratello di Mona, impersonato da Paddy Considine, a suo agio nella parte del «cristiano rinato» che cerca di ricondurre alla moralità le due ragazze. Natalie Press ed Emily Blunt sprigionano un’energia istintiva e mostrano di essersi calate bene nelle rispettive parti. La sceneggiatura è coerente e funzionale, anche se alcuni passaggi non sono risolti con particolare brillantezza.

Un adattamento che non aggiunge molto al romanzo. Pawlikowski, anzi, elimina alcuni elementi noir presenti nello scritto e si concentra sulla relazione fra le due ragazze. Un’opera intimista ma coinvolgente, che espone con efficacia le anime e con gusto i corpi. Attraverso questo setaccio il regista ha selezionato un pubblico sensibile, introspettivo, che ha voglia di riconoscere una forma particolare, eppure in qualche modo universale, dell’amore.
(stefano plateo)

Cinderella Man – Una ragione per lottare

James Braddock è un ragazzino irlandese nella New York del primo dopoguerra. Affascinato dal mondo del fratello, buon pugile senza troppo successo, mette i guantoni per caso e scopre di essere nato per combattere. Un inizio di carriera travolgente, una serie di vittorie che significano l’improvviso benessere per sé e per la sua famiglia. La Grande Depressione del 1929, con il conseguente tracollo economico degli Usa, investono anche il giovane pugile, che vede polverizzati tutti i suoi averi e non trova più incontri né borse adeguate. Costretto a lavori saltuari, colpito da una serie impressionante di infortuni, Braddock riesce a non perdere la fiducia e inizia una lenta risalita, fino alla vittoria del titolo mondiale contro Max Baer e alla sconfitta, carica di significati simbolici, contro il nero Joe Louis.

Pam, Pam, Bang. Pam, Pam, Bang. Due jab e un destro. È questa la sequenza vincente che Joe Gould (manager di Braddock) suggerisce a James durante la finale per il titolo mondiale. Semplice e diretta. Troppo poco esaustiva per condensare il contrarsi dei muscoli, il sudore, la paura che ti stringe lo stomaco e la concentrazione necessaria per metterla in pratica. E così è il film di Ron Howard. La pellicola mostra un Braddock che per tutto il film si cuce addosso la divisa da eroe senza sbagliare mai niente, l’immagine della perfezione (è onesto, prodigo, corretto, posato..), nonostante la crisi economica e i continui infortuni. Perfezione che non è umana, tantomeno di Braddock. Per descrivere un uomo bisogna considerarne le ombre e le luci, gli errori e i successi. Howard seppellisce i primi e celebra i secondi senza trovare una giusta misura che non si riduca a semplice esaltazione di un «uomo modello».

Ma se si trascura quest’aspetto e ci si accontenta, il film risulta coinvolgente: porta a tifare per il buon James e a odiare lo spaccone Max Baer e nel frattempo a provare compassione per la moglie Mae. Howard ci riesce con una regia precisa e dinamica, in cui lo spettatore si perde senza cercare l’uscita per due ore abbondanti. Il quadro storico poi è ricostruito con maestria e attenzione per i particolari. Il cast è fra i migliori. La brava, anche se qui troppo in ombra, Renée Zellweger, Russel Crowe che rispolvera gli occhi del guerriero visti ne Il Gladiatore impersonando benissimo il James «eroe nazionale». E Paul Giamatti che offre ancora, dopo Sideways, un’interpretazione brillante per un personaggio sospeso tra il comico e il drammatico. (mario vanni degli onesti)