A testa alta

The Rock fa ritorno a casa dopo otto anni di servizio militare e viene a conoscenza del fatto che la città è posseduta, chiusa e controllata da un suo vecchio compagno di scuola (McDonough) che ha aperto un casinò. Con l’aiuto di un “4×4” e di un amico fidato (Knoxville), decide di fare piazza pulita e di rimettere le cose a posto. Buford Pusser non si vede, ma il suo spirito “spacca-tutto-quello-che-trovi-sulla-tua-strada” è ancora vivo in questa rozza storiella, basata su una hit del 1973. Super 35.

Timeline

Il professor Edward Johnston (Billy Connelly), guida un giovane gruppo di archeologi, impegnati negli scavi attorno alle rovine di Castelgard, nel dipartimento francese della Dordogna, dove, nel 1357, al termine di un sanguinoso assedio, i francesi sconfissero gli inglesi nel corso della cosiddetta guerra dei cent’anni. Del gruppo fanno parte l’aitante assistente del professore, Andre Marek (Gerard Butler), la fascinosa studente Kate (Frances O’Connor) e il figlio del professore, Chris (Paul Walker), deciso a seguire le orme del padre più per amore di Kate che per reale interesse nell’archeologia. Il ritrovamento di un’antica pergamena risalente alla metà del XIV secolo, che riporta inspiegabilmente una richiesta di aiuto del professore, porta i giovani archeologi nel Nuovo Messico, dove ha sede la International Technology Corporation, misteriosa società presso la quale lo scienziato si era recato prima che le sue tracce si perdessero. Scopriranno che la ITC ha creato una macchina del tempo e che lo studioso, avendo preteso di tornare al tempo della battaglia, non ne ha fatto più ritorno. Detto fatto, i giovani decidono di tornare indietro nel tempo alla ricerca dello scomparso. Ma lo scaltro capo dell’ITC, Robert Doniger (David Thewlis) ha dimenticato di dire loro molte cose importanti…
Io ho conosciuto degli archeologi veri, una volta. Scavavano delle rovine etrusche, dalle parti dell’antichissima città di Roselle, nel cuore della Maremma toscana. Si facevano un mazzo così, sotto il sole a picco. Giovani erano giovani ma dire che fossero belli… E ti credo: caldo umido, tafani al posto delle mosche, niente acqua, magari due lire di dottorato. Magari neppure quelle… E più erano giovani, e più si facevano il mazzo. Perché gli archeologi di Hollywood sono tutti appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi? Mah, sia come sia, il regista-produttore Richard Donner (la quadrilogia di Arma letale, Ladyhawke, Superman come regista; X-Men come produttore) realizza un filmetto dalla partenza sciatta per non dire irritante che poi però prende il volo grazie alle scene d’azione e all’ambientazione medievale. Di gran moda da qualche tempo a questa parte, come tutto ciò che è rievocazione storica. Lo fa sul canovaccio di un signore che risponde al nome di Michael Crichton (pare si pronunci Cràiton, caso mai anche voi, come me, abbiate penosamente provato a pronunciarlo). Di mestiere Mr. Crichton scrive best seller, dai quali astuti produttori (il Donner, nello specifico) cavano film mediocri ma di sicuro successo al botteghino. Così è stato per Jurassic Park (trilogia), per Twister, per Congo e per la fortunata serie televisiva ER, quella dei dottori (pure loro appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi. Ma allora sei tu, Michael…).
L’ambientazione medievale è poco più di un pretesto per rispolverare il mito della macchina del tempo, del viaggiare attraverso i secoli come in un soffio di brezza, ritrovandosi muso a muso con la Storia. Peccato, perché invece Timeline avrebbe potuto essere un bel trampolino per tuffarsi con doppio carpiato nel mare della storiografia, nel gorgo delle contraddizioni-evoluzioni del linguaggio, del costume, della psiche. Avrebbe potuto soffermarsi sulle differenze-similitudini che ci legano-allontanano dai comuni avi europei. Avrebbe, appunto. Ma Timeline è un film di Hollywood, Stati Uniti d’America. Poche pippe, ladies and gentlemen, gli effetti speciali costano e bisogna pur campare! (enzo fragassi)

Minority Report

Washington 2054. La Pre-Crime, unità speciale del Dipartimento della Giustizia, è in grado di prevedere gli omicidi prima che questi avvengano grazie a tre veggenti chiamati Pre-Cog che vivono in una sospensione liquida. Le loro premonizioni vengono trasmesse a un sistema video che permette di rintracciare il tempo, il luogo e, soprattutto, i responsabili delle future uccisioni. Il reparto è comandato da John Anderton, un uomo che si è dedicato con grande impegno al suo lavoro dopo la sparizione del figlio, rapito e probabilmente ucciso sei anni prima da uno sconosciuto. Una delle visioni dei Pre-Cog rivela ai monitor un nuovo omicidio: l’autore dello stesso sarà proprio John che per evitare l’arresto decide di fuggire, quasi certo di essere vittima di una diabolica macchinazione. Tratto da un racconto di Philip K. Dick (tanto per capirci, l’autore che ha ispirato Blade Runner e Atto di forza), Minority Report sembra quasi essere una prosecuzione naturale di A.I. – Intelligenza artificiale; anzi, paradossalmente sembra addirittura più kubrickiano del precedente (che era ispirato, come è noto, da un soggetto firmato dall’autore di Eyes Wide Shut), sia per alcune soluzioni della messa in scena (si veda la sequenza con Peter Stormare nei panni di un chirurgo clandestino) che nell’approccio ad alcune tematiche di fondo (come il libero arbitrio, affrontato da Kubrick nel suo Arancia meccanica, esplicitamente citato da Spielberg nella stessa sequenza). Minority Report è il più impegnato dei film commerciali di Steven Spielberg (o il più commerciale dei suo film «impegnati»), un film di genere a tutti gli effetti, ricco di suspense e d’azione, ma altrettanto prodigo di spunti e riflessioni: sui pericoli e gli abusi della tecnologia, sulla presunta infallibilità della Giustizia, sulla fine completa di ogni privacy (i cittadini vengono controllati e riconosciuti tramite gli occhi, salutati da invitanti spot tridimensionali, proprio come gli internauti sono oggigiorno controllati tramite l’indirizzo IP navigando sul Web). Non manca, infine, l’elemento umano, la commozione, fondamentale in Spielberg, costituito dallo struggente dolore della perdita di un figlio, quasi un rovesciamento del tema portante di A.I., dove era invece il piccolo David, essere artificiale, a soffrire dell’assenza della madre. Il tutto filtrato attraverso la maestria tecnica del regista, capace ancora di stupire, ammaliare e girare numerosi pezzi di bravura: una per tutte, la sequenza, realizzata quasi completamente dall’alto, dei ragni elettronici partiti in uno stabile fatiscente alla caccia del protagonista. (andrea tagliacozzo)

L’insaziabile

Nel 1847, un ufficiale di cavalleria (Pearce) viene mandato in una fortezza sperduta della California, dove uno sconosciuto (Carlyle) giunge incespicando dalle gelide tenebre con una storia terrificante di cannibalismo, una storia che non è ancora finita… Questo singolare mix di commedia, western, horror e satira non è, ovviamente, per tutti i “gusti”. Macabro e desolante, ma altrettanto ambizioso e intelligente. Super 35.