Armageddon – Giudizio finale

Apertura col botto, poi si continua con l’appassionante (anche se improbabile) storia di un esperto di perforazione petrolifera a cui viene affidato il compito di salvare la Terra, minacciata da un enorme asteroide in caduta libera. Ma dopo un po’ tutto diventa prevedibile, e piano piano il divertimento iniziale lascia il posto alla noia. La versione “director’s cut” dura 153 minuti.

Transformers – La vendetta del caduto

Sam Witwicky (Shia LaBeouf) si schiera nuovamente al fianco degli Autobot contro i loro nemici giurati, i Decepticon. La battaglia sembrava finita al termine del primo episodio ma Starscream, ritornato a Cybertron per prendere il comando dei Decepticon, decide di tornare sulla Terra per stabilire quale sarà il destino dell’universo.

Se nel prototipo Transformers fantascienza e commedia si mescolavano e la mano del produttore Spielberg era più facilmente avvertibile, la nuova puntata è priva dell’ironia necessaria a superare la sospensione dell’incredulità. E nella lunga battaglia finale che si estende all’intero globo domina anche un compiacimento iconosclasta che rasenta il luddismo culturale. Il regista, che in omaggio alla logica dei sequel blockbuster raddoppoia la dose di ogni ingrediente, sembra qui interessato solo all’azione, da spalmare sulla più eccessiva durata possibile, ma gli scontri tra robot sono più stordenti e più confusi, e l’occhio collassa.

Bad Boys

Action movie ambientato a Miami, protagonisti due poliziotti — uno è sposato con figli, l’altro invece si gode la sua vita da scapolo — costretti a fingere l’uno di essere l’altro. Il film segna il ritorno dei produttori Don Simpson e Jerry Bruckheimer al genere baracconesco che li ha resi celebri. Obiettivo raggiunto anche grazie alla performance della Leoni, ottima nei panni della testimone protetta dai due agenti. Peccato solo per la durata eccessiva: sarebbe bastata mezz’ora, e invece sono ben due. Con un sequel.

The rock

Storia d’azione e suspense esagerata, roboante e spesso stupida su un generale dei Marines scontento che occupa Alcatraz, minacciando di cancellare San Francisco dalla faccia della terra con un gas velenoso di ultima generazione. Al che intervengono un biochimico dell’Fbi (Cage) e un agente britannico a lungo incarcerato (Connery) — l’unico uomo che sia mai riuscito a evadere da Alcatraz — per guidare una squadra di salvataggio sull’isola. Un sacco di movimentate scene d’azione e distruzione, e altrettante forzature e buchi nella storia. David Marshall Grant compare non accreditato. Una nomination agli Oscar.

The Island

In un futuro non troppo lontano, Lincoln Six-Echo (Ewan McGregor) vive in un ambiente controllato sotto ogni punto di vista. Sogna di essere prescelto per andare sull’Isola, un luogo mitico, propagandato come l’ultimo paradiso incontaminato rimasto sul pianeta Terra. Ignora tuttavia la verità: egli, come migliaia di altri, è un clone, creato in segreto e fatto vivere in un ambiente totalmente virtuale, in attesa di essere soppresso (mandato sull’Isola) per ricavare organi, tessuti o prole, che saranno poi ceduti a facoltosi clienti. Gli umani sono infatti disposti a pagare cifre astronomiche pur di non invecchiare o soffrire. L’opinione pubblica tuttavia ignora l’esistenza di questa «fabbrica dei cloni». Viene lasciato credere che i vari «pezzi di ricambio» siano ricavati da organi prodotti in laboratorio. Lincoln e la bella Jordan Two-Delta (Scarlett Johansson), smascherano l’imbroglio ed evadono dalla loro prigione virtuale per andare alla ricerca dei «creatori» umani, con l’intento di convincerli a denunciare pubblicamente il complotto.
Peccato, occasione sprecata. Un film che aveva tutte le premesse per diventare un nuovo cult fantascientifico, mutuando atmosfere cupe e temi avveniristici (ma non troppo) da Matrix come da Blade Runner. Invece The Island è un polpettone fumettistico dove si salva solo l’azione, elargita con fin troppa generosità. Michael Bay non è Ridley Scott e neppure il duo dei fratelli Wachowski. E si vede. Come si vede l’ancora acerba interpretazione della Johansson (bella ma a due dimensioni, come una Jessica Rabbit bionda) e quella invece più spessa di McGregor, impegnato nella parte del clone protagonista e del suo omologo umano. Il tema – quello della ricerca priva di scrupoli dell’immortalità – rimane di estrema attualità. Speriamo che qualcun altro lo raccolga con intenti meno commerciali. (enzo fragassi)

Transformers

Direttamente da un pianera lontano (e dagli anni ’80) arriva sul pianeta terra una razza aliena più simile a un’aspirapolvere che a ET. Si tratta di robot viventi, capaci di assumere le sembianze di mezzi di trasporto di uso comune per gli esseri umani (autocarri e automobili soprattutto). Ovviamente si distinguono in buoni (gli Autobot, pronti a difendere disinteressatamente la nobile razza americana) e cattivi (i Decepticon, interessati a conquistare il pianeta Terra).

Il produttore Steven Spielberg (in questo caso più determinante del regista) non commette l’errore di “nobilitare” il materiale di partenza inserendo temi adulti o letture di secondo livello: e quel che ne esce è solo un gande spettacolo per ragazzi. Perfetta la prima parte, con toni da commedia fantastica; nella seconda, più fracassona e ostaggio degli effetti speciali, subentra un filo di noia. Ma anche così, resta uno dei migliori popcorn movie degli ultimi anni.

Bad Boys II

I detective Mike Lowrey e Marcus Burnett della squadra narcotici di Miami sono impegnati a combattere la diffusione di ecstasy. Mike indossa completi alla moda, viaggia in Ferrari, è spericolato nella sua professione. Marcus è invece più moderato, fa terapia per superare l’ansia, ha una famiglia e vorrebbe rischiare di meno. I due si imbattono nei traffici di Johnny Tapia, boss cubano che vuole estendere il suo commercio in tutta la città e per trasportare il denaro utilizza un agenzia funebre. Sulle sue tracce c’è anche Syd, la bella sorella di Marcus, agente federale in incognito. Tra lei e Mike c’è del tenero e la cosa fa infuriare Marcus, ma quando Syd viene rapita e portata a Cuba i due Cattivi Ragazzi devono unirsi per liberarla. Ci riusciranno?
Il primo episodio di Bad Boys ha riscosso un grande successo di pubblico incassando oltre centosessanta milioni di dollari in tutto il mondo, un record per la Columbia Pictures. Un trampolino di lancio per la carriera di Martin Lawrence, Will Smith e del regista Michael Bay. Dopo otto anni arriva sugli schermi il secondo episodio, decisamente ben fatto. Quasi due ore di azione e humour. Effetti speciali a go-go, macchine che volano e si incendiano: annoiarsi è veramente difficile. Tutto è incentrato sulla verve dei due protagonisti, che si muovono tra inseguimenti in macchina e sparatorie. È la classica coppia di poliziotti amici che non perdono occasione per litigare e intanto fanno battute nei momenti più drammatici, muovendosi e agendo come due rapper. Dopo Arma letale e i successivi cloni e sequel, una pellicola che rispetta in tutto e per tutto i canoni dell’action movie animato da una coppia di smaliziati piedi piatti. C’è persino un richiamo alla politica internazionale, con i cubani cattivi e produttori di eroina, e quelli buoni, impegnati nella resistenza anticastrista e amici degli americani. Una specie di versione 2003 della guerra fredda di Rocky IV. (francesco marchetti)

Pearl Harbor

1941. Rafe McCawley e Danny Walker, amici fin dall’infanzia, hanno coronato il loro sogno di diventare piloti dell’aviazione degli Stati Uniti. Alla vigilia della partenza per l’Inghilterra, dove affiancherà i piloti della RAF che si battono contro i nazisti, Rafe s’innamora dell’infermiera Evelyn, alla quale promette di tornare sano e salvo. Ma nel corso di uno scontro aereo sui cieli della Francia, Rafe viene abbattuto. Credendolo morto, la ragazza si consola tra le braccia di Danny. Intanto, gli strateghi dell’apparato militare giapponese preparano un attacco a sorpresa al nemico statunitense. Obiettivo: le basi americane di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Michael Bay è probabilmente uno dei registi americani più sottovalutati. Tre anni fa il suo Armageddon – un piccolo gioiello nel suo genere, talmente kitsch e ridondante da diventare sublime e commovente – venne fatto a pezzi dalla critica (in Patria, ma anche da noi), riuscendo a consolarsi (eccome!) solo con i suoi incassi da record. La storia ora si ripete, con i recensori americani pronti coi fucili spianati a far fuori il mastodontico bestione. Ma anche stavolta, il buon Bay ne esce fuori con le ossa intatte (75 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni) e un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che disprezzabile. Anzi, per certi versi persino notevole. Il regista – e il suo fido produttore Jerry Bruckheimer, la vera mente del duo, probabilmente – riesce nella non facile impresa di coniugare lo spirito di Howard Hawks (l’amicizia virile, la dedizione alla causa, la retorica dell’eroismo; basti vedere Rivalità eroica, Brume, Avventurieri dell’aria e, soprattutto, Arcipelago in fiamme ) con l’estetica parapubblicitaria degli spot del Mulino Bianco (sembrerebbe una considerazione negativa, ma non lo è…). La critica si è lamentata dei dialoghi del film – secondo alcuni ai limiti del ridicolo – senza rendersi conto che frasi simili potrebbero venir fuori direttamente da un qualsiasi classico degli anni Quaranta, magari pronunciate da un James Stewart o un Cary Grant del caso. E, fatte le debite distanze, Pearl Harbor potrebbe addirittura essere considerato una rilettura postmoderna di quei classici tanto amati (ma evidentemente da tempo non più visti). Quanto all’estetica patinata di Michael Bay, altrove deprecabile, nel suo caso è ormai diventata una cifra stilistica, un tocco quasi autoriale, portata avanti con così ostinata convinzione da risultare incredibilmente creativa. Non tutto è calibrato alla perfezione, ovviamente, a partire dalle semplificazioni storiche, dalle sviste di sceneggiatura e dall’eccessiva durata. Eppure la storia d’amore appassiona e coinvolge, mentre sul piano puramente spettacolare i 40 minuti dell’attacco giapponese sono semplicemente straordinari, tanto da farti dimenticare di essere per buona parte frutto delle magie digitali. (andrea tagliacozzo)