Tutta colpa dell’amore

Melanie Carmichael è una giovane stilista dell’Alabama che vive a New York. Il suo fidanzato è in politica, figlio del sindaco della Grande Mela, ricchissimo. Le ha chiesto di sposarlo, ma Melanine deve sistemare una faccenda personale nella sua città natale. Deve divorziare da un uomo che non vede da sette anni. Parte in gran segreto per l’Alabama per fare firmare le carte al suo ex marito. Ritornata nel paese natale, Melanie riscopre gli affetti dell’infanzia e della gioventù e le sue convinzioni sulla vita newyorchese iniziano a vacillare. La vita da cui era scappata anni prima, in fondo, non le appare così malvagia. Fino a quando, un giorno, il suo promesso sposo… Commedia romantica, mielosa e prevedibile, campione d’incassi negli Usa per diverse settimane. Infarcito di luoghi comuni sulla diatriba Nord-Sud,
Tutta colpa dell’amore
ha veramente poco da dire: già dalla prima scena si capisce come sarà il finale e minuto dopo minuto i sospetti di aver buttato via i soldi del biglietto diventano certezza.
(andrea amato)

Creature del cielo

Cupa storia basata sul caso realmente accaduto di due adolescenti neozelandesi, Pauline Parker e Juliet Hulme, il cui legame ossessivo le condusse a un omicidio. Molto ben recitato, e magistralmente diretto da Jackson, che ci immerge nel bizzarro mondo fantastico creato dalle ragazze. La vera Juliet Hulme, si è scoperto in seguito, per anni ha scritto best seller gialli sotto lo pseudonimo Anne Perry. Jackson è anche co-autore della sceneggiatura insieme a Frances Walsh. Il director’s cut dura 109 minuti. Leon d’Argento a Venezia e nomination all’Oscar per la sceneggiatura.

Le ragazze del Coyote Ugly

Il bancone di un bar aperto tutta la notte può trasformarsi nella ribalta ideale per il coronamento del sogno americano, per chi sia disposto a esibirsi ogni notte a beneficio di una folla di scalmanati. Così la giovane Violet, cantautrice timida e al verde, trova – papà John Goodman permettendo – la maniera per superare l’imbarazzo iniziale, trasformarsi nella reginetta canora del bar newyorkese dove spettacolo, suggestioni erotiche e sbronze fanno tutt’uno, raggiungere la notorietà e innamorarsi come una collegiale. Siamo insomma dalle parti di
Flashdance
e «Papa Don’t Preach» di Madonna, con l’ingombrante aggiunta di una costruzione narrativa suadente e di un montaggio serrato e rutilante. È insomma imbarazzante dover ammettere che un film ipocrita e moralista come questo riesca a mantenere una progressione così calibrata, a rendere credibile la sua improbabile tenerezza e a far digerire allo spettatore la sua indigesta miscela di trasgressione, familismo, retorica spettacolare (the show must go on…) e apologia del successo.
(anton giulio mancino)

L’inventore di favole

Basato su una storia vera accaduta sul finire degli anni Novanta e raccontata dal giornalista di
Vanity Fair
Buzz Bissinger
in un articolo intitolato
Shattered Glass
(vetro infranto). Stephen Glass
(Hayden Christensen)
è il giovane e brillante redattore di una rivista di politica statunitense, la
New Republic,
famosa per essere sempre presente sull’Air Force One, l’aereo presidenziale. La sua carriera sembra avviata nella direzione migliore, quando l’editore del giornale
(Ted Kotcheff)
decide il siluramento del direttore Michael Kelly
(Hank Azaria),
mentore di Glass, e la sua sostituzione con il giovane Chuck Lane
(Peter Sarsgaard).
Tra il nuovo direttore e la giovane e rampante redazione non corre buon sangue, ma è proprio Lane a sentir suonare i primi campanelli d’allarme quando un sito Internet pubblica un articolo che «smonta» pezzo per pezzo un articolo di Glass, contenente la cronaca, come sempre brillante e (apparentemente) informatissima, su un
hacker
giovanissimo che sarebbe stato assoldato a suon di dollari dalla società informatica di cui aveva violato gli archivi. Lentamente ma inesorabilmente la verità viene alla luce: il giovane e brillante giornalista s’inventava i pezzi, approfittando delle «falle» del sistema che sovrintende la produzione delle notizie.

Apologo sulla professione giornalistica e sulla fragilità del sistema di verifica delle informazioni,
L’inventore di favole
affronta con piglio cronachistico uno dei temi più scottanti della società dell’informazione nella quale viviamo. Diciamo subito che non ne vaticiniamo un convinto successo di pubblico.
Bily Ray,
che firma regia e sceneggiatura, sembra molto preoccupato di riferire i fatti come realmente accaddero, dimenticando però di aggiungere
pathos
alla storia, concentrandosi unicamente sulla vicenda principale. Non proviamo neppure a fare qualche paragone con pellicole del passato che hanno affrontato – magari da altri punti di vista – lo stesso argomento. La storia c’è, è il film a mancare.

Non siamo affatto compiaciuti nel dare un giudizio così netto. Il tema sollevato è quanto mai attuale, anche se calato in un contesto distante dalla nostra esperienza. Basti osservare il dettaglio che – si apprende dal prologo del film – l’età media dei redattori di
New Republic
è di 26 anni. Da noi i loro coetanei si potrebbero considerare fortunati se fossero «abusivi», vale a dire collaboratori privi di diritti, spesso costretti a elemosinare un incarico senza alcuna certezza che esso sarà (mal) retribuito. Ma ne riparleremo quando un regista italiano ci farà sopra un film.

(enzo fragassi)