Independence Day

Spettacolare — e stupida — saga fantacientifica su truppe aliene che volano sulla Terra e progettano di attaccarla. Il presidente Usa (Pullman) cerca di capire qual è il modo migliore per combatterle, mentre la situazione cambia di ora in ora. Gli effetti speciali — importanti e premiati con l’Oscar — sono impressionanti, ma le storie dei protagonisti sono così stupide, la scrittura così zoppicante e qualche interpretazione così forzata che, a confronto, fanno sembrare brillanti alcuni stupidi film di fantascienza degli anni Cinquanta. Esiste anche una versione con 15 minuti in più. Super 35. Un Oscar agli Effetti Speciali e un’altra nomination.

Balla coi lupi

Debutto di Kevin Costner dietro la macchina da presa, premiato da ben sette premi Oscar. Durante la guerra di Secessione, un tenente nordista sceglie di andare su un isolato avamposto della frontiera indiana. A poco a poco, l’uomo riesce a conquistare la fiducia di una confinante tribù di Sioux. Un western atipico e progressista che, col suo improvviso successo, ha dato quasi l’illusione di poter rilanciare il genere (ma, a parte Gli spietati , il rilancio non c’è stato). Nonostante la mastodontica durata, il film (che nell’edizione integrale dura 4 ore) non ha mai un momento di stanca. Regia sorprendentemente matura e personale. Costner si ripeterà diversi anni più tardi con L’uomo del giorno dopo, anche se la critica e il pubblico gli volteranno inspiegabilmente le spalle. (andrea tagliacozzo)

Mumford

Sono anni che Lawrence Kasdan sembra aver rinunciato a realizzare film di grande richiamo commerciale. E tutto sommato le scelte più discrete del celebrato autore de
Il grande freddo
e
Silverado
lo hanno condotto a quelle che sono apparse, a un’analisi scevra da mode generazionali, le sue opere migliori:
Turista per caso
e
Grand Canyon
. È in quest’alveo più impervio e meditativo, seppure con toni più leggeri e con accenti esistenziali meno pretenziosi, che si colloca
Mumford
. In questo lavoro, interpretato da attori di non particolare richiamo, è concentrata tutta la tendenza del regista-sceneggiatore a concedersi il tempo necessario per svolgere la vicenda sul piano della descrizione ambientale e caratteriale. Il film è scritto talmente bene, con dialoghi che scivolano con noncurante eleganza e con personaggi che prendono possesso della scena con estrema naturalezza, che lo stesso sviluppo della storia è subordinato a tale indugio e non scopre le carte per almeno mezz’ora. L’analista Mumford opera nell’omonima ridente cittadina americana e con i suoi pazienti non si comporta esattamente come uno psicologo modello: li manda via prima che il tempo della seduta sia scaduto, si spazientisce nell’ascoltare sempre le stesse fantasie erotiche, dice con molta franchezza ai pazienti quello che pensa, racconta a chiunque – e specialmente a un’amica barman – i problemi delle persone che ha in cura. Il film sembra non voler imboccare alcuna strada precisa, trascorrendo con sereno e ironico spirito minimalista. Ma le apparenze ingannano, e la tranquilla facciata corale cela un segreto. Kasdan, che ha in serbo una satira della psicanalisi, conosce molto bene le regole del gioco, ed è la sua sicurezza di scrittore che non gli fa temere di alienarsi la simpatia dello spettatore ridimensionando l’azione e i colpi di scena. Cosicché, quando la trama prende quota, ci si ritrova ad aver familiarizzato con tutti i personaggi. Mumford non è uno psicologo vero, ma un impostore. Da ex agente del fisco corrotto e cocainomane si è creato una nuova identità e una nuova professione, approfittando della capacità di indurre l’interlocutore ad aprirsi, ascoltarlo ed empatizzare con lui. Sarà scoperto, certo, ma la sua lealtà renderà meno grave la condanna. Risolverà pragmaticamente i problemi di tutti i suoi pazienti, e con scarsissimo spirito deontologico accetterà persino l’idea di innamorarsi – ricambiato – di una di loro.
(anton giulio mancino)

Margin Call

Ambientato nel mondo dell’alta finanza, Margin Call è un thriller che coinvolge gli uomini chiave di una grande banca di investimenti durante le drammatiche 24 ore che precedono la crisi finanziaria del 2008. Quando Peter Sullivan (Zachary Quinto), un semplice analista, entra in possesso di informazioni che potrebbero provocare il fallimento dell’azienda, inizia una frenetica corsa contro il tempo: le decisioni finanziarie e morali in gioco sconvolgeranno la vita delle persone coinvolte spingendole sull’orlo della crisi.

Donnie Darko

Già la storia in sé è insolita, dal fascino rapinoso, quasi una sfida logica contagiosa: siamo nell’ottobre del 1988 in un’imprecisata cittadina della provincia americana, con ville ricche, strade pulite e campi di golf che sembra richiamare la città finta di
The Truman Show);
Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) è un adolescente dall’intelligenza vivissima e dal nome di supereroe (gli dirà la sua ragazza), refrattario alla dilagante ipocrisia del mondo che lo circonda. In cura da un’analista per le sue frequenti allucinazioni, in rotta con i genitori con cui non dialoga, incompreso a scuola, non può confessare a nessuno che spesso la notte lo visita un coniglio che gli annuncia l’imminente fine del mondo e gli ordina di fare alcune cose.

Proprio in una di queste notti sonnambule scampa a un incidente inspiegabile (un reattore di boeing cade sulla sua stanza) e da allora comincia ad avere strane visioni.
Donnie fronteggia una duplice realtà con due tipi di problemi diversi. Da un lato il suo rigetto della superficialità (come quella dei suoi amici che sognano orge dei Puffi) e del fondamentalismo che lo circondano (incarnato dalla professoressa di ginnastica, fanatica adepta di una setta new age il cui guru, Patrick Swayze, predica una crescita lineare e manichea dalla rabbia all’amore); dall’altro gli inquietanti interrogativi su ciò che il coniglio vuole, e la paura della nuova dimensione del futuro schiusagli dalla rivelazione. Scoprirà che una ex professoressa di scienze della sua scuola ha scritto un libro,
The Philosophy Of Time Travel,
in cui vengono descritte esperienze identiche alle sue e avanzate teorie sul viaggio nel tempo che lo aiuteranno a capire.

L’unica cosa bella sembra essere per Donnie la tenera storia sbocciata con una nuova compagna di classe, Gretchen (Jena Malone), fuggita dal patrigno violento e convinta di vivere con la tragedia nel sangue. Ma il tempo stringe: il coniglio vuole che Donnie incendi la casa del guru (i vigili del fuoco vi scopriranno un’alcova per torture pedofile); la psicologa, allarmata dalle rivelazioni di Donnie sotto ipnosi, teme che il ragazzo faccia qualche sciocchezza; e lui, all’alba del giorno fatidico, dopo la tragedia consumatasi la notte prima, capirà come un universo tangente può incontrare quello primario e cambiarlo in meglio.

Se la sceneggiatura (dello stesso Kelly) incanta, non sono da meno i dialoghi (attenzione a quello fra Donnie e il suo professore di scienze su Dio e il destino, o con la psicologa sulla fine del mondo) e l’uso delle canzoni (con brani di INXS, Tears For Fears, Duran Duran), i cui testi fungono da contrappunto esplicativo di significati non detti. Geniale è il montaggio per opposizioni concettuali (Donnie e Gretchen che saltano felici nel giardino e poi lui dalla psicologa a parlare della solitudine davanti alla morte; il balletto scolastico delle piccole lolite organizzato dal guru pedofilo mentre Donnie ne brucia la casa) che sembra essere la cifra visiva del giovane regista. Il quale reinventa una struttura narrativa tipicamente made in Usa – viaggiare nel tempo per sistemare il presente (vedi
Ritorno al futuro) –
innestandovi citazioni da
E.T.
(la corsa in bici verso l’incontro risolutivo) a Kieslowski (la carrellata finale e catartica di tutti i personaggi come in
Film Blu),
mischiando il fantastico al romanticismo, la metafisica a un’ironia sociale sferzante.

Cinema giovane, fresco, di grande inventiva ed empatico per ogni fascia di pubblico. Un capolavoro di nuova generazione, che riscrive molti canoni creandone uno multiplo e indefinibile. Al momento la migliore definizione di cosa sia
Donnie Darko
l’ha data lo stesso regista: «Magari
Donnie Darko
è la storia di Holden Caulfield risuscitato nel 1988 dallo spirito di Phillip K. Dick, che inventava di continuo storie di schizofrenia e abuso di sostanze in grado di infrangere le barriere dello spazio e del tempo? O si tratta di una black comedy che presagisce l’impatto delle elezioni presidenziali del 1988? In primo luogo, ho voluto fare un film che deve essere visto e digerito più volte». Vedere per credere.
(salvatore vitellino)

Grand Canyon

A Los Angeles, s’intrecciano i destini di alcune persone: un avvocato, rimasto fermo con la macchina in un quartiere malfamato, si salva da una banda di giovinastri grazie all’intervento di un meccanico afroamericano; un produttore di film sanguinolenti e commerciali, ferito gravemente alla gamba da un delinquente, decide non realizzare più pellicole che incitino alla violenza. Accolto con perplessità da pubblico e critica, uno dei migliori film di Lawrence Kasdan, lucido e sincero nell’affrontare i temi e le varie sfaccettature che offre la storia, spesso ricorrendo a toni e stili diversi tra loro. Ottimo il cast. Vincitore dell’orso d’Oro al Festival di Berlino.
(andrea tagliacozzo)