Come l’acqua per il cioccolato

Film singolare e sensuale (dal romanzo di Laura Esquivel, allora moglie del regista), ambientato nella prima parte del XX secolo: la vita di una giovane donna è determinata dalla madre rigida e severa e, soprattutto, dal potere travolgente della cucina. Una fiaba sontuosa e non priva di humour, con un buon cast e un’interpretazione straordinaria della protagonista Cavazos: mordace, talvolta mistica e piacevolmente imprevedibile. La durata originale era di 144 minuti.

La sindrome di Stendhal

Tratto da un libro di Graziella Magherini. Anna, giovane detective affetta da sindrome di Stendhal, indaga su un serial killer stupratore. Lo scova e lo uccide, ma si immedesima nella sua personalità divenendo assassina a sua volta. Un thriller insipido e troppo dilatato nel minutaggio.

C’era una volta in Messico

Sands è un agente non proprio segreto (sulla sua t-shirt c’è scritto «agente della Cia»…), ma sicuramente corrotto. Deve sventare un attentato al presidente messicano ordito dal cattivissimo narcotrafficante Barrillo e da alcuni generali dell’esercito messicano. Per salvare il presidente, si rivolge al mitico chitarrista El Mariachi, che vive in isolamento tra ricordi, rimpianti e sete di vendetta…

Terzo episodio della saga di El Mariachi (iniziata nel 1993 con
El Mariachi
e proseguita nel 1995 con
Desperado)
confezionato da Robert Rodriguez (nel frattempo ha girato anche la saga di
Spy Kids)
che ne ha curato anche sceneggiatura, montaggio, scenografia, fotografia e persino la colonna sonora. Un doppio, ironico, divertito omaggio a due maestri del regista messicano: Sergio Leone (basta il titolo…) e Quentin Tarantino (basta contare i cadaveri…). Eppure, questo film che ha messo in pista una parata di stelle (Antonio Banderas, Johnny Depp, Willem Dafoe, Mickey Rourke, Eva Mendes, Enrique Iglesias, Salma Hayek, Marco Leonardi…) è divertente. Con i suoi personaggi irreali, forzati, incredibili. Con le situazioni paradossali, al limite di ogni forzatura. Con un numero di morti ammazzati, tagliati, ridotti a brandelli da grande pulp in salsa messicana. Divertente un nevrotico Johnny Depp, con terzo braccio finto e una sfilza di spacconate (ammazza il cuoco perché cucina troppo bene…). E grande il chitarrista con le armi nella custodia della chitarra, Banderas, qui ancora afflitto per la morte (violenta) della compagna Carolina e del figlio neonato. Un film – girato in digitale – sicuramente spettacolare (inseguimenti, fughe, esplosioni…), rumoroso ed esagerato. Gli amanti del genere non possono perderlo. Gli altri si fanno due risate e si rifanno gli occhi con cotanto cast…
(d.c.i.)

Dimenticare Palermo

Un italoamericano, candidato alla carica di sindaco di New York, per combattere le speculazioni criminali lancia un sondaggio a favore della liberalizzazione della droga. Ovviamente la cosa non piace ai boss della mafia che, durante un viaggio in Italia, gli tendono una trappola. Le intenzioni del regista erano lodevoli e sincere (da anni si dice che l’unico mezzo per sconfiggere la mafia è quello di togliere il vigente proibizionismo sugli stupefacenti), ma il film, piuttosto costoso (15 miliardi), è riuscito solo in parte, appesantito da sequenze troppo didascaliche, una sceneggiatura poco omogenea (scritta, tra gli altri, da Gore Vidal e Tonino Guerra) e da un protagonista non all’altezza.
(andrea tagliacozzo)

Maradona – La mano de D10s

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La trama

Vita e miracoli di Diego Armando Maradona, uno dei più grandi giocatori della storia del calcio. Dalla nascita in un’umile famiglia argentina ai trionfi negli stadi, sempre amatissimo o detestato, sempre sopra le righe.

La recensione

Complimenti a Marco Risi anche solo per averci provato. Fare un film sulla vita di Maradona non sarebbe stato facile per nessuno. Il figlio del grande Dino ha voluto cimentarsi nell’impresa di raccontare l’uomo e il calciatore, soprattutto l’uomo, ma ha commesso l’errore di cedere a un compromesso che ha minato la buona riuscita del film. Ha accettato quelli che lui stesso definisce “paletti, lacci e laccetti”, sottoponendo la sceneggiatura a Claudia, l’ex moglie di Maradona, ancora in buoni rapporti con il Pibe de Oro. Ne è uscito quindi un film eccessivamente agiografico, che glissa su molti punti oscuri (su tutti il figlio Diego Jr., che Maradona ha sempre fuggito e che nel film non viene nemmeno nominato).

Per celebrare la grandezza del Maradona giocatore non serviva un film, sarebbe bastato guardare i filmati dei suoi gol, delle sue giocate (qui decisamente sottoutilizzati). Come quella con cui stese la difesa dell’Inghilterra in Messico, ai vittoriosi mondiali del 1986, nella stessa partita in cui segnò il gol di mano che dà il titolo al film.

Il film sarebbe potuto servire a conoscere meglio il Maradona uomo ma Risi, come detto, ha optato per un’agiografia che sa di bugia. A partire dalla dedica finale, in cui si legge che oggi Maradona è in forma e ha risolto i suoi problemi di droga e di peso: il giorno prima dell’uscita italiana del film è stato ricoverato in ospedale.
(maurizio zoja)

Nuovo cinema Paradiso

Nell’immediato secondo dopoguerra, in un piccolo centro abitato della Sicilia, il piccolo Salvatore, preso a benvolere da Alfredo, un anziano proiezionista, passa gran parte del suo tempo nell’unico cinema del paese. Quando il vecchio perde la vista in seguito a un incidente, il ragazzino prende il posto dell’uomo in cabina di proiezione. Un omaggio nostalgico al mondo del cinema e al modo con cui questo veniva fruito in un’epoca che sembra ormai remota, visto con gli occhi di un bambino. Indubbiamente ben confezionato sul piano puramente estetico-visivo, il film eccede furbescamente in sentimentalismi e stereotipi nostrani (che hanno fatto la fortuna della pellicola all’estero). Esistono due versioni del film: la prima, voluta da Tornatore, fu distribuita senza fortuna; la seconda, sensibilmente accorciata dal produttore Franco Cristaldi, riuscì a ottenere un grande successo che spianò la strada alla conquista (ampiamente immeritata) dell’Oscar come miglior film straniero.
(andrea tagliacozzo)

Mary

Un regista e attore di Hollywood (Matthew Modine), abituato a sguazzare nello
star system,
gira in Terra Santa un film sulla passione di Gesù, intitolato
This is my blood
(Questo è il mio sangue). L’attrice che interpreta Maria Maddalena (Juliette Binoche) subisce una profonda crisi religiosa e decide di non lasciare Gerusalemme per continuare la sua personale ricerca nella fede. Finirà però per sperimentare anche le drammatiche contraddizioni della lotta che oppone israeliani e palestinesi. Intanto, oltre Oceano, un telegiornalista (Forest Whitaker) che conduce un seguito programma su questioni teologiche, è pronto a tutto pur di avere in trasmissione il regista e l’attrice. Per farlo è costretto a trascurare la moglie (Heather Graham) in attesa del primo figlio, arrivando fino al tradimento.

Non si può ignorare questo film di Abel Ferrara, passato in concorso a Venezia nel 2005 e premiato dalla critica. Ma non lo si può neanche amare, per la supponenza con la quale il regista – (ri)trapiantato da tempo in Italia – pretende di: a) muovere una critica neanche tanto velata alla gibsoniana e papalina

Passione di Cristo;
b) rappresentare la forza connaturata alla ricerca genuina della fede; c) rivalutare il ruolo biblico della Maddalena recuperandone l’immagine di «tredicesimo apostolo» contenuta nei vangeli apocrifi; d) mostrare l’abisso di abiezione in cui cade l’uomo quando: d1) nega a se stesso la fede o quando (d2) un insieme di uomini, un intero popolo, negano giustizia a un altro popolo, mantenendo inalterato il loro credo in un Dio che considerano infallibile giusto e compassionevole; e) lanciare uno strale contro l’onnivora industria cinematografica. Non che in questo coacervo di questioni sensibilissime non si colgano lampi di cinema di adamantina purezza; non che la prestazione del trio di attori principali non valga di per sé una visione. Ma l’insieme risulta opprimente e a tratti gotico, lasciando lo spettatore un po’ sgomento. Né turbato, né edificato.
(enzo fragassi)

I cavalieri che fecero l’impresa

Anno di grazia 1271. Luigi IX il Santo è perito durante la settima crociata e le sue spoglie, lungo la strada di ritorno per la Francia, vengono bloccate in Italia. Cinque cavalieri, scoperta l’ubicazione della presunta Sacra Sindone (a Tebe, in Grecia), decidono di recarvisi, attraversando l’intera Italia per strapparla ai traditori del Regno di Francia che la custodiscono impropriamente. E sarà per loro un’avventura fuori dal comune.
Il Medioevo di Pupi Avati è un luogo spirituale, una sorta di «posto delle fragole» tosco-emiliano, una dimensione fantastica priva di autentico spirito storiografico. E ciò nonostante I cavalieri che fecero l’impresa ostenti la consulenza storica di Franco Cardini, esattamente come per Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud veniva vantata quella di Jacques Le Goff. Gli storiografi, dietro operazioni nemmeno tanto divulgative come questa, fungono da specchietti per le allodole, mentre gli Eco (in letteratura) e gli Avati (nel cinema) non fanno che ingrossare le fila di chi coltiva e accredita un’immagine fiabesca e fantastica del Medioevo.
Fin qui nulla di male, s’intende. Ma la sensazione è che Avati, dopo aver già esplorato i sentieri medievali nell’anomalo Magnificat , non abbia trovato nemmeno ne I cavalieri che fecero l’impresa la cifra più autentica del suo universo macabro, languido e visionario, oramai appannaggio esclusivo delle sue notevoli incursioni nel fantastico orrorifico puro (quello, per intenderci, de La casa dalle finestre che ridono , di Zeder e persino de L’arcano incantatore ). Nel film convivono troppe cose: dal tocco barbaro e sanguinolento all’afflato epico ed eroico delle gesta dei protagonisti, che si vorrebbero somiglianti ai personaggi di Peckinpah. E l’ambizione autoriale non facilita certo l’amalgama. Certo, c’è un cast internazionale (e un budget all’altezza del cast), ma anche una volontà di non affrancarsi troppo da caratteri, ambienti e umori tipici della filmografia avatiana (Carlo delle Piane continua a essere la mascotte dell’autore di Una gita scolastica ). In sostanza il film manca di un disegno unitario, oscillando tra suggestioni gotiche, disinganni estremi e impeti salvifici. Di stampo, naturalmente, cattolicissimo. (anton giulio mancino)