Mine Vaganti

Non farti mai dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre. È il monito che l’anziana nonna rivolge al nipote Tommaso rientrato a
casa da Roma deciso ad affermare le proprie scelte personali anche a costo di scontrarsi con la famiglia.

Quella di Tommaso, il figlio minore dei Cantone, proprietari di un pastificio in Puglia, è una famiglia numerosa e stravagante. In casa c’è molta attesa per il suo ritorno: la nonna ribelle e intrappolata nel ricordo di un amore impossibile, la mamma Stefania, amorosa ma soffocata dalle convenzioni borghesi, il padre Vincenzo deluso nelle aspettative sui figli, la zia Luciana a dir poco eccentrica, la sorella Elena che rifugge un destino da casalinga, il fratello Antonio da affiancare nella nuova gestione del pastificio di famiglia. Insieme a loro Alba, la cui strada incrocia professionalmente quella dei Cantone. Non mancano però sorprendenti rivelazioni e colpi di scena. Ed anche per questo il soggiorno di Tommaso dovrà protrarsi ben più a lungo del previsto…

Se fossi in te

Tre personaggi, tre storie differenti che s’incontrano e per caso s’invertono. Un industriale, un dee-jay e un padre di famiglia che aspirano alla vita dell’altro e così vengono accontentati. Citando
Sliding Doors
e altre pellicole incentrate sullo sdoppiamento (da
Un povero ricco
in avanti), Giulio Manfredonia, al suo esordio, riesce a mettere insieme un buon cast (preso in blocco da
Mai dire gol
) e una storia piacevole, raccontata con leggerezza, stile e humour. C’è l’amministratore delegato cattivo e depresso, Bernardo Braschi Lentini (Gioele Dix) della potentissima Braschi e Lentini, c’è Christian il dee-jay (Fabio De Luigi) con il pignoratore mandato dal tribunale che gli porta via moto e oggetti perché è pieno di cambiali non onorate, e c’è Andrea (Emilio Solfrizzi), il padre di famiglia frustrato, con aspirazioni fallite di cabarettista e una professione da contabile. I tre si trovano su una spiaggia, «Se fossi in te…» si dicono. Detto fatto: il ricco diventa padre di famiglia, il dee-jay il ricco e il padre di famiglia il dee-jay. Gli altri non se ne accorgono. E comincia il triplice balletto, ma alla lunga i tre cascheranno negli stessi errori. La personalità non cambia, come la carta d’identità o l’aspetto. La trovata non è originale (il ricco che diventa povero…), ma nel finale ognuno (il padre frustato che ha preso il posto del dee-jay ha messo incinta la farmacista, ma sarà il dee-jay – da sempre innamorato della farmacista – che aveva preso il posto del ricco a crescere la bambina non sua…) resta con la nuova identità in un gruppetto di tre coppie con figli dove tutti sono amici. Solo i tre maschi sanno la verità. Quindi non si torna alla situazione originale. Il cambio resta per sempre. Qualche battuta è buona, regge anche il complicato scambio di identità per una commediola che alla fine lascia di buon umore. Ma niente più.
(andrea amato)