Mo’ Better Blues

Bleek Gilliam è un grande trombettista, ma anche un egoista e un figlio di buonadonna. Tratta male le sue compagne e rischia di bruciarsi. Di certo il suo manager, arruffone e giocatore d’azzardo, non lo aiuta. Elegantissimo, sopraffino, magistrale e un po’ frigido come il jazz dei fratelli Marsalis che lo sostiene, fu il primo film «ripulito» del primo regista afroamericano di successo. Ed è anche un bel film: sincero, trascinante, dominato da una passione e da un ritmo notevoli. Certo, è un’operazione di grande compromesso, con una fotografia smagliante, attori bravissimi e bellissimi (tranne Lee stesso, che bello non è), una regia sinuosa… Insomma, perfino un po’ leccato e prevedibile. Ma possiede una sensualità vera, e ci trasporta in un mondo e in un mood che pochi hanno saputo raccontare.
(emiliano morreale)

La finestra della camera da letto

Mentre si trova nell’appartamento dell’amante, Sylvia assiste all’aggressione di una ragazza. Quest’ultima riesce fortunatamente a salvarsi. Quella stessa notte, un’altra giovane viene invece uccisa in analoghe circostanze. Per far catturare, senza compromettersi, l’aggressore e probabile autore anche del secondo delitto, Sylvia fornisce indicazioni utili a Terry, l’amante, che si propone come testimone oculare. Discreto omaggio al grande Hitchcock, ben congegnato, avvincente, anche se irrimediabilmente derivativo. Curtis Hanson continuerà a realizzare thriller interessanti ma poco originali, fino ad arrivare al grande successo dieci anni più tardi con l’ottimo

L.A. Confidential.
(andrea tagliacozzo)