Mystic River

Tre amici d’infanzia si ritrovano dopo l’assassinio della figlia di uno di loro. Uno dei tre è proprio il detective incaricato di scopire chi ha ucciso la ragazza. Dovrà confrontarsi con la difficile soluzione del caso e con il desiderio di giustizia di un padre disperato.
«La storia riguarda il modo in cui le vite di tutti i protagonisti vengano sconvolte dal crimine. Possiamo vedere l’impatto che ha avuto un atto violento molti anni dopo che è stato commesso. È un cerchio tragico, tutti e tre gli uomini hanno problemi irrisolti, tutti sono traumatizzati dal passato» Così Clint Eastwood presenta una brutta storia di violenza e omicidi, traumi infantili e stupri, tratta dal romanzo di Dennis Lehane. Tre ragazzini giocano insieme a palla nelle strade, poi succede qualcosa che sconvolge la vita ti tutti e i tre smettono di frequentarsi. Pensano che, con la distanza, i cattivi ricordi potrebbero rimanere lontani. Il più traumatizzato di loro lascia addirittura il quartiere. Non serve a nulla. Il passato torna violento come una frustata. Tornano a riunirsi da adulti, abbruttiti da quel ricordo distruttivo, legati da un filo comune: un orrendo assassinio. Jimmy (Sean Penn) è il padre della vittima, una ragazza diciannovenne trovata uccisa brutalmente nel parco. È vedovo, Jimmy, e ha riversato tutto l’amore che ha in corpo nella figlia. Poco fiducioso verso la giustizia, vuole punire personalmente chi ha commesso l’efferato delitto e pur di portare a termine il suo proposito è pronto a mettere in discussione tutto, la vita che si è ricostruito nella comunità dopo le precedenti grane avute con la legge, la libertà, l’incolumità fisica. Dave (Tim Robbins) è il principale sospettato dell’omicidio. È un uomo disturbato, che non ha superato un trauma infantile, un’esperienza terribile che ha cambiato l’intero corso della sua vita e quella dei suoi vecchi amici. Poi c’è il detective incaricato delle indagini (Kevin Bacon), che deve arrivare all’assassino assolutamente prima della furia vendicatrice di Jimmy. Il problema di Sean è la moglie, che l’ha lasciato, di cui è ancora innamorato. Il tutto avviene a Boston, alla vigilia del Columbus Day, in un quartiere operaio dove tutti si conoscono, dove la domenica si va devotamente alla messa, dove circolano brutti ceffi dal cognome inquietante tipo i fratelli Savage.
Eastwood, con quest’opera in concorso al Festival di Cannes, si sofferma più sulle vicende umane e sulle emozioni che attraversano i personaggi, che non sull’intreccio del crimine. Certo, lo spettatore è comunque intrigato a risolvere il «giallo»: vuole scoprire se Dave è realmente colpevole, se Jimmy troverà giusta vendetta o verrà fermato in tempo, e se Sean riuscirà a risolvere il suo rapporto con la moglie. Il quadro che ne esce è quello di una comunità bigotta, dove pare che tutti sappiano tutto, ma dove nessuno lo dà a vedere, dove i panni sporchi si lavano in famiglia. Per il Columbus Day tutto deve essere sistemato, affinché il quartiere possa festeggiare per le strade senza ulteriori traumi, perché ci si possa scambiare sorrisi ipocriti, falsi saluti di cortesia, nonostante siano accadute le cose più turpi. È l’America del benessere, con le sue contraddizioni e suoi scheletri nell’armadio, con una violenza che esce allo scoperto perché poco repressa o perché il sistema stesso è portatore di violenza. Nel film si preferisce assoggettarsi all’esempio violento piuttosto che aprirsi agli altri, ammettere le proprie debolezze, mettersi in discussione. Un messaggio abbastanza discutibile, che sembra assolvere il comportamento negativo dei protagonisti, come se la risposta violenta alla violenza rimanesse l’unica via di salvezza. Il merito principale della riuscita del film va attribuito alla scelta degli attori: uno Sean Penn in stato di grazia a fianco di due colleghi altrettanto bravi, Tim Robbins e Kevin Bacon. La colonna sonora composta dallo stesso Clint Eastwood è stata registrata dalla Boston Symphony Orchestra dal Coro del Festival di Tanglewood, diretti dallo stesso regista. Oscar 2004 a Sean Penn come miglior attore protagonista e a Tim Robbins come miglior attore non protagonista. (marcello moriondo)

Linea mortale

Cinque studenti in medicina decidono di tentare un ardito esperimento. Portandosi a turno in uno stato di morte temporanea, riescono scoprire cosa ci cela oltre la vita. La prova, benché riuscita, contribuisce a risvegliare nei cinque giovani i fantasmi del passato, i sensi di colpa che, in forma diversa per ognuno di loro, si materializzano nella vita reale. Il soggetto è intrigante, l’esecuzione decisamente meno, nonostante il buon cast. Ma in seguito Joel Schumacher – in precedenza autore dell’interessante horror
Ragazzi perduti
– farà anche di peggio. La Roberts tornerà a lavorare con il regista in
Scelta d’amore
.
(andrea tagliacozzo)

False verità

Quello di Atom Egoyan è un film deludente, e dispiace, perché il soggetto e il nome del regista facevano sperare in qualcosa di meglio che non in un elegante noir di ambiguità psicologiche e etiche. È successo a Egoyan l’opposto di quello che succede a Hitchcock, a cui il regista armeno-canadese si è ispirato. Hitchcoch lascia che inquadrature e sequenze permettano allo spettatore di cogliere, o per lo meno intuire, l’altro discorso che emerge dalle intricate sue vicende. Egoyan invece sottolinea pesantemente ambiguità e tormenti esistenziali, perché ha bisogno di darsi una credibilità etica che né i personaggi né la storia sopportano o richiedano.
Il contrasto tra il parere e l’essere, tra il decoro e il luccichio pubblico e il putridume e il cinismo privato avrebbe avuto bisogno di un regista meno sosfisticato, più consanguineamente hollywoodiano. Tratto da un romanzo di Rupert Holmes (appena pubblicato da Fandango) il film racconta un episodio oscuro della carriera di una celebre coppia di comici tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta. Sembra che l’autore del romanzo si sia ispirato a un fatto reale che riguardava una coppia specifica, quella formata da Dean Martin e Jerry Lewis. I quali, nel pieno del loro travolgente successo, decisero di separarsi. La decisione, dovuta a un oscuro episodio cui il film si ispira, destò molti pettegolezzi e assai dovettero lottare i due attori per ricostruirsi una carriera da soli, soprattutto Dean Martin.
Egoyan però cambia le carte, forse anche per evitare conseguenze legali (Jerry Lewis è ancora vivo), e i suoi protagonisti Lanny (Kevin Bacon) e Vince (Colin Firth) ricordano solo alla lontana la coppia citata. Comunque i due sono al culmine del successo, dovunque vadano li accoglie una folla in delirio, soprattutto femminile; locali notturni, cinema e televisione li cercano e, dovunque arrivino, trovano compiacenti donnine pronte nelle loro lussuose suite, grazie anche ai servizi del fedele e discreto segretario-tuttofare di Lanny (David Hayman). Finché il loro legame con un boss della mafia e una bellissima ragazza trovata misteriosamente affogata nella vasca da bagno della suite in cui alloggiano, nell’albergo di proprietà dello stesso mafioso, provocano uno scandalo e con esso la fine del sodalizio e della carriera.
Benché prosciolti da ogni accusa, i sospetti rimangono e i due si separano. Tutto questo è raccontato in flash-back da un’ambiziosa giovane giornalista (Alison Lohman) che quindici anni dopo vuole scoprire il segreto della coppia, che ancora intriga il pubblico, tanto che la ragazza riesce a ottenere da un editore una cifra enorme da offrire a Vince affinché scriva con lei la storia della loro amicizia e la verità di quella misteriosa morte. Naturalmente verremo a sapere tutto, attraverso particolari sempre più eroticamente perversi, che coinvolgono anche la giornalista, che già da bimba li aveva incontrati e che ora finisce nel letto di Lanny, mentre tra partouze e giochi lesbici, rivelazioni di tendenze omosessuali e confusissime false verità, la verità quando arriva, quella vera, non solo non convince ma riduce il film a un dozzinale thriller mal congeniato.
Ma per tutto il tempo il regista vuol dimostrare il contrario: che i due suoi protagonisti sono personaggi in cerca d’autore, e cioè carichi di tutte le valenze etico-psicologiche che si vogliano dare, e per questo hanno facce contrite e lucciconi agli occhi, a indicare pentimenti e rimorsi (tipo: anche le star piangono). Purtroppo, per quanto si sforzi, non riesce a nobilitarli: loro restano due squallidi soggetti senza sostanza nobilitante e la giornalista un’ingenua sventata arrivista. (piero gelli)

Footloose

Il giovane Ren (Kevin Bacon) si trasferisce da Chicago alla piccola cittadina di Bomont dove, per ordine del locale reverendo (John Lithgow), il ballo e la musica rock stati sono messi al bando. Con l’aiuto della figlia del religioso (Lori Singer), il ragazzo si scontra contro tutto e contro tutti per far abolire l’assurdo provvedimento. La trama, un po’ lineare e ingenua, è tenuta in piedi dalla regia di mestiere di Herbert Ross.
(andrea tagliacozzo)

24 ore

Una banda di sequestratori rapisce la figlia di un medico anestesista di fama internazionale. Il piano è studiato in ogni minimo particolare. Un uomo porta via la bambina, una donna aggancia il dottore che è in un’altra città per un congresso e il leader della banda rimane a casa con la madre. In sole 24 ore, sotto il ricatto della paura, i sequestratori si faranno pagare il riscatto senza lasciare alcuna traccia. Le vittime, contente di poter uscire dall’incubo, non parleranno e non rimarrà alcuna traccia di questo delitto. C’è solo un piccolo problema. La bambina rapita soffre di una grave forma di asma e questo particolare trascurato innervosirà i malviventi. I genitori, spaventati per la figlia, faranno di tutto per liberarla, scoprendo che c’è un link tra loro e i sequestratori. «Probabilmente, il crimine perfetto è quello che non viene mai denunciato». Anche realizzare un film del genere è un crimine, denunciarlo è un obbligo. Prevedibile, scontato, retorico, noioso. Già dai primi minuti del film si capisce tutto, compreso che è una pellicola pessima. Non basta la presenza di Kevin Bacon e Charlize Theron a risollevare le sorti. Da evitare.
(andrea amato)

J.F.K. – Un caso ancora aperto

Stati Uniti, 1963. Il procuratore Jim Garrison, poco convinto delle tesi che vogliono il Presidente Kennedy ucciso da un assassino solitario, l’ex marine Lee Harvey Oswald, apre un’inchiesta per smascherare le fila di un eventuale complotto. Tipico film alla Oliver Stone, impostato come una lunga, appassionata, interminabile requisitoria di tre ore, ricca di dati, supposizioni e, probabilmente, qualche azzardo storico. Si tratta, comunque, della migliore regia del discusso cineasta americano, che riesce a mescolare abilmente le scene del film alle immagini di repertorio (alcune vere, altre ricostruite con la tecnica del documentario) riuscendo a creare un’opera altamente spettacolare, cinematografica, ma allo stesso tempo di un realismo impressionante. Oscar 1991 al montaggio (davvero straordinario) e alla fotografia (di Robert Richardson).
(andrea tagliacozzo)

A cena con gli amici

A Baltimora, cinque amici, lasciatisi ormai alle spalle l’adolescenza, si riuniscono periodicamente per ricordare con nostalgia le vecchie imprese. Qualcuno è maturato, qualcun’altro meno. Tutti, comunque, sono alle prese con i problemi che comporta inevitabilmente l’età adulta. Film d’esordio di Barry Levinson (e per gli attori Ellen Barkin e Paul Reiser), si distacca da altri prodotti del genere grazie a una sceneggiatura sufficientemente intelligente e alla discreta interpretazione corale degli attori, allora sconosciuti, ma di lì a poco destinati quasi tutti al successo. (andrea tagliacozzo)

Super

Dopo che la moglie (Liv Tyler) lo ha lasciato per uno spacciatore di droga seduttore e psicopatico (Kevin Bacon), Frank (Rainn Wilson) si trasforma e nasce così Crimson Bolt. Con una tuta fatta a mano, una chiave inglese e un’assistente un po’ folle, Boltie (Ellen Page), Crimson Bolt si fa strada tra le vie infernali del crimine nella speranza di salvare la moglie. Le regole sono state scritte tanto tempo fa: non si molestano i bambini, non si sniffa, non si graffiano le automobili. Se lo fai, preparati ad affrontare la furia di Crimson Bolt!

L’uomo senza ombra

Dopo John Carpenter, anche Paul Verhoeven si cimenta con un remake libero del classico di James Whale, L’uomo invisibile . Stavolta il regista olandese ha buon gioco nel far slittare sul piano erotico l’intero plot del film originale, finendo nuovamente dalle parti di Basic Instinct : non a caso il brillante scienziato Sebastian Caine (Kevin Bacon), appena sperimentato su se stesso il siero dell’invisibilità, sembra interessato a sfruttarlo esclusivamente in chiave sessuale, riuscendo così a palpeggiare, spiare o violentare tutti i personaggi femminili che lo circondano (dall’ex compagna Elisabeth Shue a un’avvenente vicina di casa).
Anche se non vengono taciute le componenti filosofiche della vicenda (l’Uomo Invisibile, incarnazione aggiornata e yuppie del «dottore pazzo», si sente investito da un’onnipotenza divina e traduce l’invisibilità in liberazione dai vincoli della morale comune), il film è in realtà un chiaro esempio di rilettura postmoderna di un modello collaudato: molto debitore, in questo, nei confronti de La mosca , il rifacimento cronenberghiano de L’esperimento del dottor K . Le cose migliori vengono dagli effetti speciali che, soprattutto nella prima parte, offrono una lezione aperta di anatomia. Poi L’uomo senza ombra si trasforma in un vero e proprio psycho-thriller alla Venerdì 13, con tanto di maniaco omicida mascherato, consentendo a Verhoeven di dare libero sfogo a quella passione per la violenza esplicita che costituisce uno dei tratti maggiormente riconoscibili del suo cinema. (anton giulio mancino)

Tremors

In un paesino degli Stati Uniti, due giovani intuiscono che la ragione di alcuni misteriosi decessi è da attribuire a un’orda di repellenti e voraci vermoni che vivono nel sottosuolo. Un horror divertente e dal ritmo incalzante, palesemente ispirato ai divertenti e artigianali prodotti di fantascienza degli anni Cinquanta, del quale potrebbe a tutti gli effetti considerato una sorta di parodia. La tensione, in alcuni parti notevole, è infatti quasi sempre subordinata all’ironia. Nonostante il budget modesto, ottimi gli effetti speciali. (andrea tagliacozzo)

Crazy, Stupid, Love

Crazy, Stupid, Love

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Ryan Gosling e Steve Carell in una scena del film

Diretto da Glenn Ficarra e John Requa, Crazy, Stupid ,Love (2011) inizia con un’improvvisa richiesta di divorzio da parte di Emily (Julianne Moore) al marito Cal Weaver (Steve Carell). Vedendo la sua vita andare in frantumi, l’uomo molte sere in un bar, dove incontra il giovane Jacob Palmer (Ryan Gosling). Quest’ultimo, che ha molto successo con le donne, decide quindi di aiutare Cal a diventare un rubacuori, in modo da dare una lezione all’ex moglie.

Tuttavia, mentre Cal inizia a uscire con diverse donne, Jacob incontra una ragazza, Hannah (Emma Stone). Tra i due nasce un forte sentimento e Jacob decide di abbandonare la sua vita da sciupafemmine, dedicandosi a un rapporto stabile con Hannah. Cal, intanto, riesce a far ingelosire l’ex moglie. Ma una sconcertante sorpresa è in arrivo: Jacob e Cal si rincontrano di nuovo, in circostanze del tutto imbarazzanti. Che ne sarà del quartetto Cal, Emily, Jacob e Hannah? E se ci fossero anche altre due persone a minare le relazioni dei protagonisti?

Curiosità

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Jacob (Ryan Gosling) e Hannah (Emma Stone)
  • La lavorazione del film è durata da marzo a novembre 2010.
  • Ryan Gosling ed Emma Stone hanno fatto coppia anche in Gangster Squad (2013) e La La Land (2017).
  • Fa inoltre parte del cast l’attore Kevin Bacon, nel ruolo dell’amante di Emily. In totale, la produzione ha speso 50 milioni di dollari per retribuire gli attori principali e per sostenere le altre spese. Fortunatamente, la pellicola ha incassato 143 milioni di dollari a livello globale.
  • Presente anche Josh Groban, il cantautore che ha venduto oltre 25 milioni di dischi in tutto il mondo.
  • Steve Carell è anche produttore del film, attraverso la sua casa di produzione Carousel production.
  • Il drink preparato dal personaggio interpretato da Ryan Gosling è l’Old fashioned, un alcolico molto popolare in America. La bevanda è a base di soda, zucchero, angostura bitter, bourbon o rye whiskey e ghiaccio.

Animal House

In un college americano, i fracassoni e indisciplinati studenti del club Delta, in aperta rivalità con i più seriosi e altezzosi membri del club Omega, ne combinano di tutti i colori. Il severo rettore del campus non aspetta che un’altra delle loro bravate per buttarli fuori dalla scuola. Tutt’altro che raffinato nello humour, ma scatenato e divertentissimo, a tratti perfino eversivo. Incontenibile John Belushi nel film che, prima ancora di
1941
e

The Blues Brothers
, lo rese celebre. Sceneggiato da Harold Ramis (futuro regista di
Ricomincio da capo
e
Terapia e pallottole
), Douglas Kenney e Chris Miller.
(andrea tagliacozzo)

Tesoro è arrivato un bebé

Le tribolazioni di una giovane coppia di sposi, alle prese con la vita domestica e con l’imminente arrivo di un figlio. Le vicende sono raccontate dal punto di vista del marito che, fin dall’inizio, si sente quasi intrappolato. Un film non sempre convincente, ma inventivo, divertente e interpretato con sufficiente brio dai giovani protagonisti. Nella nutrita colonna sonora, spiccano le canzoni inedite di Kate Bush e degli XTC.
(andrea tagliacozzo)

Beauty Shop

Queen Latifah ritorna nei panni di Gina (che aveva già interpretato in Barbershop 2). Ora è ad Atlanta, madre single: stufa del suo capo, decide di rilevare un negozio e di trasformarlo in un salone di bellezza. Le battute si sprecano. La Silverstone ricopre il ruolo che fu di Troy Garity in Barbershop. Queen Latifah è anche co-produttrice. Panavision.

Loverboy

Storia di una donna il cui unico scopo nella vita è avere un figlio e nutre la sua ossessione soffocandolo di attenzioni e affetto nei modi più sbagliati possibili, mentre tutti intorno a lei sembrano non rendersene conto — o sono troppo scemi per farlo. Il regista Bacon trasforma il romanzo di Victoria Redel su una donna instabile in un film instabile, con sua moglie Sedgwick nel ruolo principale. Bacon s’impegna molto, ma non riesce a rendere interessante o credibile questo eccentrico racconto. Sosie e Travis Bacon, i figli di Kevin e Kyra, appaiono in piccoli ruoli.

The Woodsman

Dopo dodici anni di prigione, Walter esce in libertà vigilata e si trasferisce in una grigia anonima cittadina di provincia. Trova lavoro in un deposito di legnami, dal figlio del suo precedente padrone; è un grande lavoratore e un abile artigiano e cerca di reinserirsi e di nascondere il motivo per cui ha scontato una così lunga pena. Purtroppo il crimine è uno dei più odiosi, si tratta di pedofilia, anche se attuata senza atti di estrema violenza, come talvolta accade. È come se, in quelle bambine avvicinate, Walter ricercasse sensazioni e turbamenti provati, quando era piccolo, con la sorellina minore; quella sorella che, ora sposata e madre, rifiuta di parlargli e fargli conoscere la nipote. Nella solitudine e nel disprezzo che lo circonda – ogni tanto viene visitato da un poliziotto sospettoso che lo insulta e lo fa sentire colpevole senza riscatto – unica luce è l’amore di una compagna di lavoro. Vickie è un tipo particolare, libera e indipendente, lo ama anche quando viene a sapere del suo segreto, certa che in Walter c’è qualcosa di buono che lo libererà dalle ossessioni. Anzi, raccontando di come da bambina, unica femmina con tre fratelli, ognuno di loro di lei avesse approfittato di lei, gli fa capire di come la sua «colpa» si annidi anche in complessi familiari apparentemente «normali». «Li odierai, allora» le chiede Walter. «Niente affatto, ora sono tre buoni padri di famiglia e li amo teneramente».

Accanto a questa parte di reinserimento psichico, che avviene sia tramite l’amore che tramite lo psicologo-psicanalista che l’ex-detenuto è obbligato a frequentare, il regista ne inserisce un’altra, più legata a moduli di storia a suspense. Perché Walter, che ha trovato un appartamento di fronte a una scuola elementare, sbirciando dalla finestra fors’anche per attrazione poco innocente, si accorge di un pedofilo che gira intorno ai piccolini offrendo caramelle e cercando di farli salire in macchina. Qui mi fermo, senza togliere al lettore che vorrà andare a vedersi il film il gusto di seguire l’evolversi della vicenda.

Ricavato da una pièce teatrale di Steven Fetcher, che insieme al regista, Nicole Kassel collabora alla sceneggiatura, il film ne conserva gli aspetti per la predominanza dei dialoghi, la drammatizzazione dialettica e l’uso della confessione liberatoria, anche se non manca una straordinaria ed efficace resa di esterni, come le scene sul posto di lavoro e quella, carica di tensione e di angoscia, con la bambina nel parco, fulcro nodale della storia.

Strilli pubblicitari accomunano questo film a
Mystic River
di Clint Eastwood, di cui però non possiede la varietà e la complessità drammatica, il cupo profondo pessimismo. Rischia anzi di sciupare la minuta e sottile analisi, evidenziata dalla straordinaria interpretazione di Bacon, offrendo un lieto fine troppo accomodante, troppo consolatorio e, infine, poco convincente. Tra i pregi del film, comunque insolito e coraggioso, una novità
politically uncorrect:
finalmente due neri, la segretaria della falegnameria e il poliziotto-custode, odiosissimi.
(piero gelli)

Il mio cane Skip

Mississippi, 1942. Per il suo nono compleanno, Yazoo, un bambino timido e dolce, riceve un cucciolo in regalo. Il legame col cane lo aiuta ad allargare il cerchio delle amicizie. Quando, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, le relazioni nella piccola città vengono sconvolte, il ragazzo capisce che gli eroi della sua infanzia non sono quelli che sembravano. Sarà il cane Skip ad aiutarlo a crescere. Naturalmente.Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Willie Morris e vincitore del Grifone d’argento e del Grifone di bronzo per il miglior attore all’ultimo festival di Giffoni,
Il mio cane Skip
parla, al solito, dell’importanza degli animali e di alcune figure adulte nella crescita del bambino. Ma anche delle paure e dell’autostima, dell’iperprotezione e dell’educazione all’autonomia nei minori. E senza trascurare cose come la cultura pacifista e il pensiero divergente, tutto sempre raccontato dal punto di vista del bambino.
(anton giulio mancino)

The Air I Breathe

È il racconto delle vicende di quattro personaggi, simboli di quei quattro elementi di cui parla un proverbio cinese e sui quali il film è costruito: felicità, piacere, dolore, amore. Si narra di un timido uomo d’affari che mette a repentaglio la vita scommettendo alle corse, di una giovane popstar la cui carriera sembra in pericolo, di un gangster che vede nel futuro e deve decidere se seguire le proprie visioni, di un dottore che vuole salvare la vita alla donna che ama.