No Man’s Land

Durante la guerra in Bosnia due soldati, Ciki e Nino, uno bosniaco e l’altro serbo, si ritrovano bloccati in una trincea morta a metà tra i due fronti nemici, una «terra di nessuno». Inizialmente i due ex-jugoslavi sembrano superare l’idiozia di quella guerra che non sentono e non vogliono, ma alla fine vengono inghiottiti dalla spirale di violenza che ha distrutto il loro paese. Un sergente francese delle Nazioni Unite, stanco dell’indecisionismo occidentale, interviene per salvare i due soldati e per sentirsi utile in una missione impossibile. Però, anche il buon samaritano francese viene sconfitto da un gioco più grande di lui, quello della comunicazione. Premiato al Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura,
No Man’s Land
è uno spaccato agrodolce di una guerra violenta e insulsa, che nessuno sa bene chi ha iniziato, ma in cui tutti hanno perso. Anche l’Occidente.
(di andrea amato)

Il mistero dell’acqua

Prima vicenda. Nel 1873, sull’isola di Smuttynose, New Hampshire, si consuma una strage: due donne vengono trovate massacrate a colpi di accetta, una terza sopravvive, mentre un pescatore viene accusato del crimine e impiccato.
Seconda vicenda. Ai giorni nostri, due giovani coppie si aggirano in quegli stessi luoghi: si tratta di Jean, fotoreporter incaricata di un servizio sull’antico crimine, e di suo marito Thomas, scrittore in crisi, più il fratello di Thomas e la sua ragazza. Fra i quattro non tardano a scatenarsi le tensioni.
Che la Bigelow abbia palesato o meno nei suoi film uno sguardo «femminile» è questione dibattuta e in fondo oziosa. Ciò che conta e sconcerta nella sua ultima prova, comunque, è l’esplicita tematizzazione del femminile in termini perfino un po’ programmatici, con tanto di genealogie «alte». Il mistero dell’acqua (ma il titolo italiano, così come il trailer, è fuorviante: in originale è Il peso dell’acqua) da thriller si trasforma in «film d’autore», da Ore 10: calma piatta vira subito verso Cime tempestose . E come per Jane Campion, le sorelle Brontë appaiono il referente immediato più chiaro di questo racconto che Leslie Fiedler avrebbe definito senza dubbio un northern.
Ma, diciamolo subito, la ricerca di padri nobili non è un’operazione particolarmente interessante, perché al contrario il film affascina proprio per la sua incompiutezza e inconcludenza: le due storie non si incontrano mai, ogni suspense muore dopo dieci minuti e la soluzione è quella che tutti si aspettano. Accostabile a Picnic ad Hanging Rock, Il mistero dell’acqua raggiunge tuttavia l’ambiguità e l’enigma non per sottrazione, bensì per accumulo, per furia barocca. Dopo essersi negato come thriller, si distrugge come film psicologico. Sfiora l’erotico, il gotico, il catastrofico, ma è in realtà un viaggio alle radici dell’America, un canto puritano sul Male e l’Innocenza che si arresta alle soglie di un orrore che non riesce a cogliere, confermando in tal modo l’opinione di quel geniale viaggiatore secondo il quale non sono i Paesi dalla Storia più antica i più ossessionati dal passato, bensì quelli più giovani, come l’America. I personaggi del film, uomini e donne, saranno tutti puniti e nessuno di loro – scrittori o fotografi che siano – giungerà a una conoscenza che possa salvare se stesso e gli altri. L’isteria dello stile della Bigelow getta una luce strana sulle sue pellicole precedenti; ma per gli stessi motivi per cui ci incuriosisce sul percorso dell’autrice, Il mistero dell’acqua appare un’opera inesorabilmente di passaggio. (emiliano morreale)

From hell – La vera storia di Jack lo squartatore

Un giallo ambientato nella Londra vittoriana di fine Ottocento, che rievoca lo spettro di Jack lo Squartatore già visitato da diversi registi. Un tenace ispettore di polizia cerca di far luce su cinque delitti che scuotono il quartiere di White Chapel, ambiguo ritrovo per prostitute e uomini di malaffare. Le indagini del serial killer prendono una piega inaspettata conducendo un catatonico Johnny Depp nell’ambiente della famiglia reale, dove, tra reticenze e minacce, emerge una spaventosa verità: il colpevole si cela all’interno di una fantomatica setta segreta che compie riti esoterici, raccogliendo adepti tra i principali rappresentanti della corte vittoriana. Un’ipotesi originale e ardita che trae spunto da un fumetto
From the Hell
di Campbell- More. Peccato che Allen e Albert Hughes, i due registi del film, abbiano sprecato una potenziale ottima trama travestendola con panni non suoi, forse per ingraziarsi il pubblico giovanile: dialoghi dallo spessore fumettisco, inquadrature funamboliche, immagini virate in rosso o accelerate, dettagli splatter, tutto sembrerebbe infatti ricollegarsi ai must stilistici che hanno fatto la fortuna dei vari Tarantino. L’approssimazione con cui la storia è stata impostata emerge chiaramente da una scelta discutibile dei costumi e dalla creazione di scenografia, per lo più ritoccata pesantemente al computer, che ci ridona l’immagine di una Londra cartonata. L’interpretazione di Johnny Depp, l’ispettore oppiomane, è assolutamente da dimenticare: l’attore americano si muove come un manichino vestito dall’ultimo grido che spende la maggior parte del proprio tempo a rimirarsi nel ruolo, ormai stantìo (ha quasi quarant’anni) del bohemien maudit.
(cristiano biondo)