American College

In una scuola privata americana lo studio è un interesse marginale per le giovani matricole: attività principale è la caccia alle coetanee del vicino college femminile. Qualche volto noto – Matthew Modine, Phoebe Cates e Sylvia Kristel – ma la regia e sceneggiatura – che scivola spesso e volentieri nel volgare o nella battuta di bassa lega – sono praticamente inesistenti. (andrea tagliacozzo)

Un sogno per domani

L’insegnante di scienze sociali Eugene Simonet, dal volto completamente deturpato, assegna alla sua scolaresca un tema: pensare a una cosa che non va e tentare di porvi rimedio. Il piccolo Trevor prende alla lettera Simonet e invita a casa Jerry, barbone tossicodipendente che vive in una discarica. Arlene, madre di Trevor, che prova in tutti i modi di dimenticare il vizio del bere, si precipita a scuola per far sentire le sue lamentele. In realtà il piccolo Trevor ha messo in atto una vera e propria strategia esponenziale della bontà: fare un favore e chiedere al destinatario di passarlo ad altre tre persone e così via. Per vie del tutto misteriose, tra i beneficiari di questa strategia c’è anche il giornalista Chris Chandler.

Nonostante gli arabeschi di uno script degno di una qualsiasi delle fiction Rai (con tutte le prevedibili sorprese al posto giusto in modo che non sorprendano nessuno), il terzo film di Mimi Leder conferma tutto ciò che di negativo si era intuito sul suo conto dopo
The Peacekeeper
e
Deep Impact
. La Leder è probabilmente la cineasta più genuinamente pornografica attualmente in circolazione: il modo in cui tratta emozioni e sentimenti tentando sempre di evidenziarne il plusvalore spettacolare, lo sguardo colmo di ricatti con il quale filma gli ultimi o gli svantaggiati, meriterebbero il disprezzo più feroce se tutto ciò si accompagnasse a una sorta di malafede ideologica (cosa di cui invece, a causa della propria sconvolgente banalità, pare addirittura incapace).

La Leder sembra essere infatti la prima vittima del suo mediocre sistema di pensiero. Nel suo mondo, nel quale la «bontà» è l’unica arma attraverso la quale gli umiliati e gli offesi possono dire la loro, lei – per onorarli – si inventa nel finale un dolly orribile e osceno, che pare una via di mezzo fra l’estetica del Giubileo e un matrimonio di massa del reverendo Moon (senza contare la «trucidata» della morte del povero Haley Joel Osment). Insomma: un film orribile più che detestabile, inguardabile più che pessimo.
(giona a. nazzaro)

Alla ricerca dell’assassino

Sulla base di labili prove, un ragazzo viene ingiustamente condannato per l’omicidio di Victor Daniels, stimato medico. Convinta dell’innocenza del giovane, la prostituta Angela Crispini, amante del defunto dottor Daniels, assolda l’investigatore privato Tom O’Toole per trovare il vero responsabile. Grande spreco di talenti per un prevedibile giallo tratto da una pièce di Arthur Miller, autore anche della sceneggiatura (il commediografo non lavorava per il cinema dai tempi de
Gli spostati
, datato 1961).
(andrea tagliacozzo)

La legge di Murphy

Charles Bronson, diretto da uno dei suoi registi preferiti (J. Lee Thompson), interpreta il solito ruolo del poliziotto dai metodi violenti e sbrigativi. Qualcuno, con l’evidente intenzione di incastrarlo, gli sottrae la pistola e gli uccide l’ex moglie. Ingiustamente messo in manette, il nostro eroe scappa e si rifugia presso un ex collega. Il film, concepito su un cliché ormai collaudato, sembra la brutta copia di decine di altre pellicole interpretate dello stesso Bronson (con in testa quelli della serie de
Il giustiziere della notte
).
(andrea tagliacozzo)