Turista per caso

La vita di Macon Leary (William Hurt) autore di guide pratiche per turisti, viene sconvolta dalla morte del figlio di dieci anni, ucciso durante una sparatoria in un supermercato, e dal conseguente abbandono della moglie (Kathleen Turner). L’improvviso incontro con la svampita Muriel (Geena Davis), però, sembra portare una ventata di freschezza nella sua grigia esistenza. Un film triste e malinconico, a tratti perfino disperato (le sequenze tra Hurt e Kathleen Turner), ma illuminato da frequenti digressioni umoristiche. Ottima la sceneggiatura, tratta dal libro di Anne Tyler e scritta dallo stesso Kasdan in collaborazione con Frank Galati. Una rivelazione la Davis, premiata con l’Oscar 1988 come miglior attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Moonlight & Valentino

Una giovane donna non riesce ad accettare il fatto di essere rimasta improvvisamente vedova, nonostante il supporto della sua migliore amica, della giovane sorella e della ex suocera che le stanno accanto. Insolito soggetto trattato con abilità e imprevedibilità, anche se alcuni potranno trovarlo troppo parlato e/o artefatto nella sua eccentricità. La Perkins regala una straordinaria interpretazione. Ellen Simon (figlia di Neil) ha qui adattato una sua opera teatrale, basata sulla sua stessa esperienza. Peter Coyote compare, non accreditato, come marito della Goldberg.

La guerra dei Roses

Oliver e Barbara si conoscono casualmente a un’asta, s’innamorano e, dopo breve tempo, si sposano. Dopo diciotto anni di matrimonio, durante i quali lei ha rinunciato a costruirsi una carriera, cominciano ad affiorare alcune incomprensioni. Quando Barbara chiede il divorzio, tra i due coniugi si scatena una vera e propria guerra. Senza esclusione di colpi. In una Hollywood ancora reaganiana e nostalgica, Danny De Vito (che due anni prima aveva già diretto una commedia nera, Getta la mamma dal treno ) sforna una delle pellicole più cattive dell’epoca. Douglas e Turner capovolgono uno degli schemi classici della commedia hollywoodiana, quello del «ri-matrimonio»: una coppia sposata all’inizio del film entra in crisi, si lascia e alla fine torna insieme. Qui invece il percorso conduce all’annichilimento fisico dei due coniugi. Ma è l’ossessione americana della casa, più ancora che la dinamica della coppia, a venir devastata con allegria sempre più cupa. De Vito si diverte a distruggere una ricca abitazione, e accumula violenze e disastri con cinismo sorprendente. Come regista non è male, e si rifà a certe cose dei Coen più demenziali. Come attore – già lo sapevamo – è irresistibile. Le due star protagoniste stanno al gioco, rivivendo al rovescio i cataclismi di All’inseguimento della pietra verde . La Turner, in particolare, è una Erinni sensualissima e grottesca, memore dell’ Onore dei Prizzi . (emiliano morreale) .

Il giardino delle vergini suicide

Tratto da un romanzo di culto dei primi anni Novanta (Jeffrey Eugenides, «Le vergini suicide», Mondadori), esce – a più di un anno dalla presentazione a Cannes – il primo lungometraggio di Sofia Coppola. Sottovalutato dalla critica e destinato al tritatutto degli esperti (televisivi e non), Il giardino delle vergini suicide è uno dei film sugli adolescenti più disperati e autentici mai realizzati.
Provincia americana, anni Settanta: cinque sorelle bionde, belle e misteriose sono l’oggetto del desiderio dei compagni di scuola, che ne spiano i movimenti e ne studiano i comportamenti. La tragedia annunciata arriva subito, con la più piccola che dapprima cerca di uccidersi e alla fine ci riesce, segnando tutto lo svolgimento della storia fino alla luttuosa chiusura. In mezzo, un teen-ager movie esistenzialista e vagamente allucinato che, a dispetto del tono indiziario della narrazione, rinuncia a offrire una vera spiegazione dell’accaduto. I misteri rimangono irrisolti e la curiosità dei ragazzi cui è affidata la narrazione inappagata. Non c’è niente da capire nel suicidio delle cinque sorelle Lisbon, niente che possa essere ricondotto a un coerente sistema causale. È vero, la madre è un’arpia bigotta e il padre un vecchio ragazzo inconcludente e debole, il ridicolo Dominic si innamora vanamente di un’altra e il bel Trip Fontaine fugge dopo una notte d’amore, ma tutto questo non basta. Tutte le piste sono false, tutte le ipotesi parziali. Il malessere che affligge mortalmente queste ragazze viene dall’interno, come il cancro che mina gli olmi del viale e il sangue mestruale che periodicamente esce dal loro corpo. Ma non si va oltre, e sorge il sospetto che anche questa simbologia non faccia altro che aggiungere un ulteriore tassello allo scacco del narratore.
Il mistero, doloroso e tragico, dell’adolescenza rimane insondabile, e anche il film resiste all’interpretazione. L’unica chiave – ma non si tratta di una chiave d’accesso, bensì piuttosto della dichiarazione di un’esclusione – è data da Cecilia, che allo psicanalista (colui che di mestiere interpreta la psiche) dichiara: «È evidente che lei non è mai stato una ragazzina di tredici anni». Questa battuta, nella sua disarmante ovvietà, riassume il senso del film e spiega la distanza cui tutti – adulti e spettatori – vengono tenuti. La tragedia adolescenziale di non poter condividere l’esperienza si traduce, nel film di Sofia Coppola, nella dimostrazione della vanità di ogni racconto. La logica viene sconfitta e rimane soltanto il dolore. (luca mosso)

Peggy Sue si è sposata

Il matrimonio della quarantenne Peggy Sue con Charlie sta lentamente naufragando. Nel corso di una rimpatriata con altri ex compagni del liceo, la donna accusa un malore e sviene. Quando riprende coscienza, si ritrova inspiegabilmente proiettata indietro nel tempo, con la possibilità di rivivere i suoi diciott’anni. Una favola nostalgica, allo stesso tempo malinconica e divertente, con alcune pagine di grande cinema e qualche virtuosismo gratuito (all’inizio, con la Turner che si pettina davanti a un fin troppo evidente falso specchio). Per certi versi simile (se non altro per spirito e ambientazione) a Ritorno al futuro , realizzato l’anno precedente da Robert Zemeckis. Nel cast anche un giovane Jim Carrey e la figlia di Coppola, Sofia, futura regista. (andrea tagliacozzo)

All’inseguimento della pietra verde

Divertente pellicola d’avventura sulla falsariga de I predatori dell’arca perduta . Una bella scrittrice si ritrova coinvolta con un avventuriero nella caccia ad una mitica e preziosa pietra verde tra i mille pericoli della giungla colombiana. Robert Zemeckis, degno allievo di Spielberg, evita le trappole del derivativo e del già visto puntando su una serie quasi ininterrotta di trovate, sul ritmo sostenuto del montaggio e delle sequenze d’azione, nonché sull’ironia e la simpatia degli interpreti, praticamente perfetti nei ruoli ideati dalla sceneggiatrice Diane Thomas (e, non accreditato, Lem Dobbs). Lo stesso terzetto d’interpreti tornerà l’anno nel meno riuscito Il gioiello del Nilo. (andrea tagliacozzo)

Detective con i tacchi a spillo

V.I. Warshawsky, meglio nota come Vic, è un’avvenente investigatrice privata di Chicago. La donna incontra un ex giocatore di hockey, Boom Boom, che le affida momentaneamente la custodia della figlia. Poche ore dopo, l’uomo muore in strane circostanze. Vic, per niente convinta che Boom Boom sia stato vittima di un incidente, decide di indagare. L’idea poteva essere interessante – la splendida Turner sulla scia degli investigatori privati macho dei vecchi film hollywoodiani – ma la sceneggiatura è terribilmente piatta, priva di guizzi realmente originali.
(andrea tagliacozzo)

Cambio marito

La giornalista televisiva Christy Colleran, divorziata dal collega e caporedattore John Sullivan, intende lasciare la professione e sposarsi con un aitante e ricco giovanotto. John, che non vuole lasciarsi scappare il suo migliore elemento, alletta l’ex moglie con un scoop che difficilmente può rifiutare. Tratto dalla commedia Prima Pagina di Ben Hecht e Charles McArthur che, in passato, aveva già ispirato il capolavoro di Howard Hawks (
La signora del venerdì
, 1940) e l’ottimo film Billy Wilder (
Prima pagina
, 1974). Messa a confronto con le precedenti, questa versione di Ted Kotcheff ci perde, ma risulta comunque gradevole e divertente. Merito degli interpreti e del gran ritmo che Kotcheff riesce a imprimere al racconto.
(andrea tagliacozzo)

Il nido dell’aquila

Uno scalatore (Boothe), incaricato da un collezionista (Pleasance) di raccogliere le rarissime uova dell’aquila calva, si avventura sui ripidi pendii della montagna. Ma deve scontrarsi con l’ostile proprietario della zona (Hauer), un reduce del Vietnam. Un mediocre film di stampo avventuroso, con un fin troppo chiaro messaggio ecologista.
(andrea tagliacozzo)

L’onore dei Prizzi

Il boss mafioso Corrado Prizzi vuole far sposare sua nipote Maerose al killer Charley Partanna, ma questi s’innamora della bella Irene Walker. Durante una «lavoretto», Charley scopre che la ragazza, che fa il suo stesso mestiere, ha sottratto ai Prizzi un milione di dollari. A settantanove anni, il già malato John Huston (morirà nel 1987) dirige un gangster movie ironico e pungente con la freschezza di un esordiente di grande talento. Una delle prove migliori della sua carriera. Oscar 1985 alla bravissima Anjelica Huston (figlia del regista) come migliore attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Ho perso la testa per un cervello

Terza collaborazione tra l’attore Steve Martin e il regista Carl Reiner, iniziata nel 1979 con
Lo straccione
. Uno scienziato di grande fama, accortosi che la moglie mira solo al suo denaro, s’innamora del cervello di una ragazza, ormai defunta, con il quale riesce a comunicare telepaticamente. Trama ai limiti dell’assurdo e toni farseschi per un film ricco di gag, anche se non tutte colpiscono nel segno. Ma l’irresistibile interpretazione di Martin – che nella finzione porta l’esilarante ma impronunciabile nome Michael Hfuhruhurr – rende quasi d’obbligo la visione.
(andrea tagliacozzo)