Espiazione

Bryoni, una tredicenne appassionata di letteratura, osserva con curiosità la storia d’amore di sua sorella maggiore, Cecilia, con il fidanzato Robbie. Dopo aver accusato ingiustamente quest’ultimo di violenza sessuale, la ragazzina rovina la sua vita e quella della sorella. Per rimediare alla sua colpa, comincia scrivere un romanzo in cui racconta la verità.

L’ultimo re di Scozia

Guarda la

photogallery
di questo film

Se la giustizia divina è una certezza dei credenti, agli altri resta solo il dubbio che quella terrena non sempre si realizzi, se si pensa che uno dei più efferati delinquenti e tiranni del novecento, Idi Amin che per nove anni, dal 1971 al 1979 quando fu deposto, insanguinò la Tanzania, è morto sicuro e rispettato in Arabia Saudita nel 2003 a 78 anni d’età. In Uganda, pare, ancor oggi c’è chi ne parla con rispetto, nonostante le uccisioni, a migliaia, le torture e perfino episodi di cannibalismo. Certo, all’inizio, apparve come un liberatore, colui che avrebbe potuto fare dell’Uganda la prima nazione dell’Africa nera veramente indipendente, e illuse molti paesi occidentali, tra cui l’Inghilterra.

L’ultimo re di Scozia
– appellativo con cui Amin chiamava se stesso (e ne aveva altri, ugualmente fantasiosi e ancor più iperbolici) – è un film con tante buone intenzioni, come quelle di salvare la verità storica con le esigenze dello spettacolo, il documento col thriller d’avventura. È quindi girato nei luoghi reali degli eventi e descrive l’ascesa dle dittatore fino all’episodio di Entebbe, dove Amin cercò di essere il mediatore-negoziatore coi terroristi palestinesi per liberare dal jet dell’Air France gli ostaggi per lo meno quelli non ebrei e non israeliani. A salvare buona parte di questi ultimi, comunque, ci pensò un commando israeliano con un raid a sorpresa. Il film però si ferma appena prima, quando si conclude l’altra vicenda che viene in parallelo raccontata: la storia, questa inventata, di un giovane ingenuo medico scozzese, diventato per caso il dottore privato del dittatore, poi da costui innalzato a uomo di fiducia, con cariche sempre più importanti. Il giovane accecato dall’ammirazione, da una buona dose di ambizione e da una decisa componente di cretineria commette una serie di errori, prima di scoprire in quali guai si sia ficcato.

Non proseguo nel racconto per non togliere la suspense a chi ancora non abbia visto il film. Il quale ha un punto a suo vantaggio, forse l’unico per cui valga davvero la pena di vederlo: l’interpretazione grandissima (direi strepitosa se non fosse un aggettivo abusato fino alla nausea) di Forest Whitaker nel ruolo di Amin, capace di giocare tutte le corde di una personalità schizoide, con tutta la gamma di antitetiche espressioni, dalla simpatica bonarietà al sospetto, dall’ingenuità bambina alla rabbia improvvisa, alla ferocia più spietata, senza mai cadere nel gigionismo. Purtroppo, accanto a questo fuoriclasse, il regista Kevin Macdonald sceglie come coprotagonista, nel ruolo del medico-gonzo, un inerte James McAvoy, talmente sfocato, stupido e antipatico, che si finisce col trovare simpatico e parteggiare per il sanguinario dittatore.

Non ho letto il romanzo di Giles Foden da cui la storia è ricavata, penso che si lascia leggere con abile scorrevolezza e basta, come del resto si lascia vedere il film, e si lascia dimenticare: un thrillerone
classico,
con una spruzzata etnica e politica come si costruivano qualche decennio fa quando le major erano veramente le major e l’Africa una miniera di trame avventuroso-antropologiche, con già tutti i
j’accuse
a posto, per salvaguardare le coscienze registico-produttive e quelle dello spettatore illuminato.
(piero gelli)

Wanted – Scegli il tuo destino

Una killer apparentemente spietata deve trasformare un ragazzo timido, pigro e insicuro, che in realtà nasconde poteri fuori dall’ordinario, in una macchina per uccidere capace di sparare da veicoli in rapido movimento come auto, treni e metropolitane. Il ragazzo si trasformerà da umile impiegato in killer superdotato, prendendosi anche piccole-grandi rivincite sulla capoufficio che lo tormenta e sulla fidanzata che lo tradisce con il suo migliore amico.

Wimbledon

Peter Colt (Paul Bettany) è un tennista di livello internazionale. Anzi, sarebbe meglio dire un perdente di livello internazionale. Giovane promessa che non ha mai sfondato, langue infatti ai margini delle classifiche ATP da diversi anni; ora, superata la trentina, sta pensando al ritiro.

Colt riesce però a ottenere un’ultima possibilità: una
wild card
per partecipare al torneo più prestigioso del mondo, quello di Wimbledon, e cercare di chiudere la carriera nel modo migliore possibile. Fra un match e l’altro, la sorte gli farà conoscere la giovane americana Lizzie Bradbury (Kirsten Dunst), astro nascente del circuito professionistico. Fra i due, inevitabilmente, sboccerà l’amore. Ma gli impegni sportivi sono destinati a mettere i bastoni fra le ruote alla loro relazione…

Wimbledon
è una pellicola senza troppe pretese, destinata a un pubblico che ricerca un puro intrattenimento. Una commediola romantica che soddisferà gli spettatori che sapranno entrare in sala nel giusto
mood
.

Si tratta infatti di un prodotto onesto, che si avvale innanzitutto di una sceneggiatura spesso spassosa. Le scene più godibili sono certamente quelle che vedono protagonista lo scalcinato agente/procuratore di Peter, Ron, interpretato da Jon Favreau, attore molto simpatico e con un volto azzeccatissimo. Del resto, lo sceneggiatore Adam Brooks si era già appoggiato molto sul carisma di un singolo attore ai tempi del divertente
French Kiss
, il cui protagonista era Kevin Kline, certamente uno dei più grandi attori brillanti dell’ultimo ventennio.

I due protagonisti, belli e atletici quanto basta, completano un cast scelto con una certa cura; ne fa parte anche il poco espressivo Sam Neill, che interpreta il padre della bella e impossibile Lizzie (e fa sempre più o meno le stesse facce sorprese di quando vedeva fuggire dalle gabbie i tirannosauri di
Jurassic Park
…).

Gli schemi della commedia sentimentale sono appena leggermente variati dalla caratterizzazione di perdente del protagonista, vero motore della vicenda, e arricchiti da qualche tocco di qualità: da segnalare il cameo del grandissimo John McEnroe, uno dei più grandi eroi di Wimbledon di tutti i tempi. In ogni caso, le particolarità del film si fermano qui: gli autori non hanno certo calcato la mano, infarcendo la storia di carrettate di scene sentimentali più o meno già viste e provvedendo a ricoprire di melassa il (lietissimo, naturalmente) finale. 
Solo per gli amanti del genere, in definitiva, o al massimo da vedere con gli amici e le amiche del circolo del tennis.
(michele serra)

The Last Station

Dopo quasi cinquant’anni di matrimonio, la Contessa Sofa, devota moglie di Leo Tolstoj, scopre improvvisamente che tutto il suo mondo va gambe all’aria. In nome della sua nuova religione utopica e delle sue idee anarco-cristiane, il grande romanziere russo ha rinunciato al titolo nobiliare e alle sue proprietà per diventare povero, vegetariano e celibe e potrebbe inoltre essere stato convinto da Chertkov, il suo discepolo, a lasciare i diritti dei suoi iconici racconti al popolo russo anziché alla famiglia. Con ogni stratagemma, la donna lotta ferocemente contro la comunità libertaria che si è installata in casa sua per quel che ritiene le appartenga. Allontanata da Tolstoj riuscirà a rivederlo solo in punto di morte, nell’ultima stazione.