Major League – La squadra più scassata della Lega

A Cleveland, una ricca vedova eredita dal marito la squadra di baseball degli «Indians». La donna, che vorrebbe andarsene dalla città dell’Ohio, fa di tutto per farla arrivare all’ultimo posto in classifica, condizione richiesta dal regolamento per trasferire il team in un altro luogo. Ma non ha fatto i conti con l’orgoglio dei giocatori. Piacevole e interpretato da un buon cast, ma il film aggiunge poco o nulla alla già sterminata filmografia americana sul baseball. Cinque anni dopo lo stesso Ward ne girerà un sequel. (andrea tagliacozzo)

The Hi-Lo Country

Dopo la seconda guerra mondiale la stirpe dei cowboy di razza sta tramontando, soppiantata dai grandi allevatori che non si servono più di loro se non come manovalanza asservita. Big Boy e Pete si sforzano di resistere al signorotto locale, condividono tutto e rischiano di scontrarsi per amore di una donna. Tuttavia le vere insidie non riguardano la rivalità in amore e nemmeno la conflittualità con il padrone, ma sono concentrate invece nel nucleo familiare del protagonista. Il mondo dei cowboy e dei loro complessi rapporti con la controparte femminile, visti da un osservatore esterno che privilegia un taglio distaccato e fatalista: è questo il vero contenuto di un film che andrebbe visto più come saggio antropologico sui cowboy piuttosto che come western. In questa prospettiva,
The Hi-Lo Country
è probabilmente il più sottovalutato e moderno racconto sul crepuscolo del mito della frontiera americana realizzato negli ultimi anni. Stephen Frears, che l’ha diretto (e a cui è molto affezionato, tanto da sceglierlo come uno dei suoi film preferiti all’ultimo festival di Taormina) è un cineasta inglese trapiantato stabilmente negli Stati Uniti, che poco o niente sa del vecchio West. E così ha finito per trasformare questo vecchio progetto di Sam Peckinpah – tratto da un romanzo di Max Evans, scritto da Walon Green (lo sceneggiatore de Il mucchio selvaggio) e prodotto da Martin Scorsese – in uno spaccato sociale che non rinuncia però a un sincero omaggio ai vecchi film con John Wayne, con Woody Harrelson che gli fa il verso rivelando anche un inedito sottofondo di sventata fragilità e di comprensione nei confronti delle donne.
(anton giulio mancino)

Non bussare alla mia porta

Una tormentata star di film western fugge a cavallo dal set del nuovo film e decide di tornare alle proprie radici, e dalla famiglia che ha abbandonato anni prima. Di nuovo nel Southwest di Paris, Texas, Wenders e Shepard (che hanno collaborato alla storia) sembrano essere qui solo in visita, ma la sceneggiatura di Shepard si ritaglia un ruolo sostanzioso e fa il grosso del lavoro, specialmente nelle scene con la Saint (nel ruolo della madre) e la Lange. La fotografia di Frank Lustig è straordinaria. Arriscope.

Il gigante di ferro

Sorprendente ed originale lungometraggio animato getta garbatamente il ridicolo sulla paranoia degli anni Cinquanta (e sui film di fantascienza) quando un ragazzo fa amicizia con un’enorme creatura robotica proveniente dallo spazio. Che l’autore-regista Bird e i suoi animatori possano inculcare tali sentimenti in un personaggio metallico è solo uno dei vanti del film. Basato sul libro L’uomo di ferro di Ted Hughes. Celco-Widescreen.

Ritorno a Cold Mountain

1864, vigilia della Guerra Civile Americana. Un reverendo lascia Charleston per il clima più mite di Cold Mountain, nella Carolina del Nord. È con lui la sua incantevole figlia Ada che adocchierà (e sarà adocchiata da…) il giovane taciturno Inman. Lui, da confederato, andrà alla guerra. Vedrà orrori e sarà ferito, ma avrà sempre il pensiero lì, alla sua Ada che ha giurato di aspettarlo. Lei infatti lo aspetta. E imparerà a far andare avanti la sua fattoria anche grazie a una ragazza-maschiaccio Ruby…

Il regista inglese, di origini italiane, Anthony Minghella
(Il paziente inglese, Il talento di Mr. Ripley)
firma
Ritorno a Cold Mountain,
un kolossal sentimental-bellico in costume. Una grande storia d’amore, una storia americana, un grido contro la guerra. Una storia d’amore che si basa appena su qualche sguardo e su un unico bacio appassionato, dove lei, la splendida (e brava) Nicole Kidman, e lui, un bello e bravo Jude Law – attore amato da Minghella – poco si vedono insieme durante il film. Ma tutto il film è basato su questo legame forte e indistruttibile, su questo magnetismo a distanza. Viaggiano lontane e parallele le due storie, lui in guerra, in fuga, in tentazione, nel dolore. Lei, nel dolore, nel tentativo di farcela, di crescere… Con una terza figura importante, quella della aspra e maschia Ruby, una ragazza tutta praticità e niente (apparentemente)
cuore che rappresenta l’altra metà di Ada. Una poetica, sognatrice, suonatrice di piano e delicata, l’altra dura, attiva, forte, robusta. Peccato che Ruby sia interpretata da una francamente insopportabile Renée Zellweger, tutta un arricciar di naso, tutta una smorfia e una fastidiosa andatura da maschiaccio e nonostante un Oscar come miglior attrice non protagonista. E poi è un grido contro la guerra: perché qui non si parteggia né per il Nord, né per il Sud. Qui si fa il tifo solo perché la guerra finisca. È la guerra vista da chi dalla guerra è disorientato e annientato, per cui la guerra non ha giustificazioni né spiegazioni. O forse è solo la scusa per compiere nefandezze e obbrobri.
Un duplice, romantico viaggio ricostruito perfettamente (e maniacalmente): con imponenti scene di guerra, ma anche con paesaggi, particolari e costumi ricostruiti alla perfezione. Ottima la fotografia (il film è stato girato in Romania), bellissime le scene di Dante Ferretti. Certo, ci sono lungaggini (in due ore e mezzo di film c’è il rischio di annoiarsi), la melassa è in agguato, ma il kolossal della storia e del sentimento è comunque ben fatto. È furbo, perché batte sui tasti giusti. Sul sentimento e sull’ideale perduto da riconquistare. Appassiona, anche. A patto di essere in vena di sentimentalismi… Tra i comprimari, Donald Sutherland, Philip Seymour Hoffman, Giovanni Ribisi, Brendan Gleeson, Natalie Portman.
(d.c.i.)

Ironweed

William Kennedy ha fatto l’adattamento del suo romanzo vincitore del premio Pulitzer Prize sulla gente di strada, ambientato ad Albany, New York, nel 1938. Nicholson interpreta un uomo che cerca di venire a termini con una vita che gli ha voltato le spalle anni prima. La Streep è la sua compagna da molto tempo che, come lui, non riesce a stare a lungo lontano dalla bottiglia. Primo film americano di Babenco ha un’atmosfera forte ed è pieno di immagini ossessionanti: ma è lungo e ininterrottamente desolante, con davvero troppo pochi picchi drammatici. Si salva grazie a Nicholson e alla Streep ed è un privilegio guardare le loro interpretazioni. Nomination all’Oscar per Jack Nicholson e Meryl Streep.

The Cell

Chi è Tarsem? Regista indiano. Regista di cosa? La risposta si impone da sé. Uno che gira un film come
The Cell
non può che essere un pubblicitario o un regista di videoclip musicali. Da cosa lo si deduce? Caratteristica comune a tutti i fedeli alla linea Mtv che provano a fare un film è la totale mancanza di un’idea di cinema che non sia pura e semplice rappresentazione dell’immagine in sé. Qui l’esercizio di stile è portato agli estremi, approfittando di un canovaccio che supporta qualsiasi invenzione visiva: il film inscena l’esplorazione dell’inconscio di un serial killer da parte di una fantasmagorica Jennifer Lopez nei panni di un’improbabile cyber-psicologa. Sembra a tutti gli effetti un’operazione studiata al tavolino, perché Tarsem deprime – forse volutamente – tutte le possibilità che un film del genere poteva assicurargli, concentrandosi unicamente sull’esposizione di estetiche di fine millennio. Più che un film, sembra il clip pubblicitario della collezione di alta moda di un futuro stilista schizofrenico. Lopez sfila su passerelle virtuali, mettendo in mostra la sua statuaria eleganza e niente più. E il cinema sta a guardare.
(dario zonta)