Mezzanotte nel giardino del bene e del male

Sinuoso adattamento del best seller di John Berendt su alcuni dei più eccentrici abitanti di Savannah, in Georgia. Cusack è un reporter newyorkese incaricato di seguire l’esclusiva festa di Natale di Spacey. Quando più tardi quella notte l’affabile nuovo vicco e bon vivant viene accusato di omicidio, Cusack decide di fermarsi a vedere quel che succede. Mai terribilmente avvincente, nonostante molte interpretazioni piacevoli e fatalmente troppo lungo.

Collateral

Max (Jamie Foxx) è un tassista che coltiva l’ambizione di mettersi in proprio. Ma se la realtà è sogno, non sempre è vero anche il contrario e perciò guida lo stesso cab da dodici anni con maniacale precisione, puntualità ed efficienza. Anche Vincent (Tom Cruise, per la prima volta «cattivo» sullo schermo) è puntuale, preciso ed efficiente. Di professione fa il sicario. La serata di Max sembra cominciare bene, con l’incontro di un’avvenente procuratore legale che gli lascia pure il suo biglietto da visita. Ma il cliente successivo è Vincent, il quale decide che sarà Max ad accompagnarlo nel suo raid per le strade di una Los Angeles notturna e lunare. Cinque i «contratti» relativi ad altrettanti testimoni scomodi che Vincent, in una sola notte, dovrà eseguire per conto del mandante Felix (Javier Bardem), schivando le «attenzioni» di polizia ed Fbi, che sono sulle tracce del narcotrafficante.
Magistrale. Michael Mann torna al thriller d’azione, un genere che aveva abbandonato nel ’95 dopo Heat – La sfida, nel quale Al Pacino e Robert De Niro duettavano, per lo più a distanza, ma comunque sulla stessa pellicola, nell’eterna sfida tra poliziotto e criminale.
Pronunciare la parola «genere» potrebbe forse apparire riduttivo per Mann, che è regista con solide fondamenta e che – con Alì e soprattutto con Insider, dove raccontava l’odissea di un ricercatore (interpretato da un Russell Crowe imbolsito per l’occasione), licenziato da una multinazionale del tabacco per averne denunciato gli inconfessabili segreti – ha dimostrato di saper tenere in equilibrio tecnica, cuore e cervello. Ma Collateral, presentato in anteprima a Venezia, è indiscutibilmente un film di genere.
Ciò che lo rende un’opera di livello superiore sono le atmosfere da savana urbana che riesce a trasmettere, grazie alla tecnologia digitale con cui è stato possibile effettuare le riprese notturne che compongono la quasi totalità del film, alla fotografia di Dion Beebe e Paul Cameron, ben dosata, mai sopra le righe, e alla profondità psicologica dei caratteri tratteggiati da Mann, che ha curato anche la sceneggiatura (non solo dei personaggi principali: bravissimo ad esempio Javier Bardem nel cameo del narcotrafficante).
Los Angeles ripresa di notte, coi suoi viali senza fine che si perdono all’orizzonte, magicamente sgombri dal traffico, e i quartieri periferici formati da centinaia di migliaia di villette monofamiliari perfettamente ortogonali e lo skyline del centro, coi grattacieli ripresi silensiosamente a volo d’uccello, danno della megalopoli californiana un’immagine assai distante dagli stereotipi eppure così vera. Che diventa più vera del vero con la scena dei due coyote che attaversano la strada illuminati dai fari del taxi guidato da Max.
Una sceneggiatura curata rende più semplice il compito di Vincent/Cruise e Max/Foxx. Il primo, al suo esordio nel ruolo di un «cattivo», killer infallibile e imperturbabile, solo in apparenza indifferente al destino delle sue vittime, in realtà alla ricerca di una perversa immortalità; il secondo, incapace di rischiare il tutto per tutto pur di realizzare i propri sogni, eppure dotato di solidi principi che saranno la sua unica àncora di salvezza. Epici echi di Faulkner e Peckinpah si rincorrono nella notte, tra scene d’azione mozzafiato che non sono mai fini a se stesse. I dialoghi sono invece la parte meno centrata di un’opera che comunque rimane uno dei migliori film dell’anno.
(enzo fragassi)

Beloved – L’ombra del passato

Il successo non paga a Hollywood, e non pagano i crediti acquisiti al box office. Se così non fosse non si spiegherebbe diversamente l’incredibile sorte dell’ultimo lavoro di Jonathan Demme, Beloved , tratto dall’omonimo romanzo di Toni Morrison vincitore del premio Pulitzer. Il film, vecchio ormai di due anni, è stato un flop colossale negli Stati Uniti, tanto che in Italia – dopo essere stato annunciato nei listini della Buena Vista – non è mai stato distribuito nelle sale, né con ogni probabilità uscirà mai per l’home video. Paradossalmente, questa recensione è resa possibile unicamente dal fatto che Beloved viene programmato in esclusiva assoluta, a partire da questo mese, su Tele+. E pensare che Jonathan Demme, accingendosi a girare questo film fluviale, realisticamente denso e inquietante, era reduce da due enormi successi commerciali planetari e vincitori di numerosi premi Oscar: nientemeno che Il silenzio degli innocenti e Philadelphia. Certo, Beloved, pur potendo contare sul richiamo di un celebre romanzo di partenza, non è uno di quei film che corre incontro al pubblico o che il pubblico può accogliere a braccia aperte. Demme impone un cast tutto di attori di colore e la stessa major che l’ha prodotto – la Buena Vista – sembra fare di tutto perché il film vada incontro a un insuccesso. La vicenda comincia nel 1865, con una serie di manifestazioni sovrannaturali nella dimora di Sethe: una donna di colore che, stabilitasi nell’Ohio dopo essere sfuggita a una famiglia di schiavisti del Kentucky, convive con lo spirito di una figlia morta, un’anziana madre, due figli maschi che alla prima occasione se la danno a gambe, un cane e la seconda figlia, terrorizzata e isolata da tutti a causa di questa situazione paradossale. Dopo sette anni si fa vivo un vecchio amico della donna, Paul, che vorrebbe stabilirsi lì e diventare il suo uomo, anche a costo di dover tenere testa alla presenza sovrumana che alberga nella casa.
Si tratta di un’opera difficile, attraversata com’è da una tensione metafisica che già dalle prime sequenze l’autore restituisce con accentuazioni orrorifiche esplicite, scarti visivi forti e indecifrabili e certamente inopportuni per un dramma in costume sull’apparente falsariga de Il colore viola di Spielberg. È chiaro che occorre leggervi dell’altro, a partire da segnali di un discorso politico militante sulla persistenza della questione razziale nell’America contemporanea, tema cui l’autore si è sempre dedicato tanto nelle opere di fiction quanto in quelle di non-fiction. Un’America democratizzata solo in superficie ma intimamente perversa e crudele, che si riconferma, anche indirettamente, teatro tragico di contraddizioni inestinguibili e dell’ipocrisia ideologica – oggi politicamente corretta – del melting pot. Allora come non dare ragione a Demme, che è un autore ancora convinto che gli argomenti scomodi e controversi ci siano e vadano stanati? (anton giulio mancino)

A Love Song For Bobby Long

Avvertita della morte della madre, che non vede da anni, l’adolescente Purslane torna a New Orleans per il funerale e scopre che la casa della donna è abitata da due bizzarri individui. Uno, Bobby Long, è un ex professore di letteratura malato e alcolizzato. L’altro, Lawson Pines, è il suo ex assistente, impegnato nella stesura di un romanzo e anch’egli dedito all’alcool. La convivenza si rivela a dir poco difficoltosa ma giorno dopo giorno i tre scoprono segreti che li legheranno per sempre.

Liberamente tratto dal romanzo di Ronald Everett Caps, il film con il quale l’immarcescibile John Travolta ha conquistato gli applausi di Venezia è una storia di emarginazione e redenzione ambientata in una delle città maledette per eccellenza: New Orleans. Frutto di cinque anni di lavoro, la sceneggiatura è opera dello stesso regista (Shainee Gabel) e rappresenta, secondo Travolta, la risposta attuale alle storie raccontate da Tennessee Williams. Il protagonista di Pulp Fiction, imbolsito e imbiancato, mette in scena in maniera convincente un decadimento fisico e morale cui fanno da contraltare la freschezza e la relativa innocenza di Purslane, una Scarlett Johansson adolescente cresciuta in fretta ma con la testa saldamente sulle spalle. Alla Mostra si è gridato al capolavoro. Un’esagerazione, anche se il Bobby Long di Travolta è quasi da Oscar. (maurizio zoja)

Ladykillers

Il sedicente plurilaureato professor Goldthwait Higginson Dorr è in realtà un ciarlatano a capo di una raffazzonata banda intenzionata a compiere il colpo del secolo: la rapina al caveau di un battello-casinò. La centrale operativa del colpo è situata nella cantina di una devota vecchietta, cui i criminali hanno fatto credere di essere un ensemble di musica sacra. I ladri dimostrano fin da subito di non essere in possesso dei requisiti per effettuare il colpo e, come se non bastasse, la padrona di casa viene a sapere del piano e minaccia di denunciarli. Resta solo una soluzione: eliminare la donna. Molto più facile a dirsi che a farsi.
Remake de La signora omicidi, film di Alexander Mackendrick girato nel 1955, la nuova pellicola dei fratelli Coen è una divertentissima commedia a sfumature noir in cui Tom Hanks dimostra tempi comici perfetti nel ruolo che fu di Alec Guinness. «Dalla versione originale del film – ha spiegato Ethan Coen – abbiamo estrapolato la spina dorsale ed eliminato tutto il resto». Di loro, i due fratelli ci mettono quattro straordinari personaggi di contorno, l’irresistibile padrona di casa e una serie di microgag che aggiungono sapore a un piatto già succulento. Molto ben riuscita anche l’ambientazione nel Sud degli Stati Uniti, con tanto di chiesa battista e scatenato coro gospel. (maurizio zoja)