La strada verso casa

Dopo Non uno di meno, La strada verso casa : Zhang Yimou si manifesta sempre più come un autore ambiguo, che imbarazza i suoi estimatori e conferma i suoi detrattori. A differenza di altri registi cinesi che sono riusciti a contemperare, senza eccessivi scompensi, tradizioni culturali ed esigenze spettacolari (da Ang Lee con La tigre e il dragone a Wong Kar-wai con In the Mood for Love ), Zhang Yimou soffre irrimediabilmente la nostalgia di un’epoca di forte identificazione culturale, a fronte di un sistema che richiede nuove soluzioni e nuovi approcci. Ne ha dato prova con il penultimo film Non uno di meno , nel quale, trattando il tema della scuola a confronto con i cambiamenti sociali, tentava un’analisi – sulla carta non compromessa – dell’impatto della cultura americana sulla Cina. Con La strada verso casa assesta parzialmente il tiro, ma non centra comunque il bersaglio.
Al centro della scena c’è ancora la scuola, ma vista in una chiave ancor più marcatamente malinconica. Nella Cina rurale profonda, la vedova del maestro vorrebbe onorare il marito defunto organizzando una marcia funebre che ne riporti al villaggio le spoglie. Si tratta di un uso tradizionale che qui si carica di accentuate valenze simboliche, poiché il maestro è morto proprio nella città dove era andato cercare i soldi necessari alla riapertura della scuola. La rievocazione degli anni d’oro dell’amore fra i due coniugi viene resa da Zhang Yimou con un colore dolciastro e leccato che contrasta con il bianco e nero bluastro dei giorni nostri, segnati da uno sconforto senza via d’uscita. La lettura in senso reazionario-nostalgico dei tempi che furono, pur con un accento polemico verso la gestione della politica del Partito unico, rende il senso e il limite dell’operazione. La significativa intuizione che sostiene il film – ovvero che i valori dell’insegnamento, dell’istruzione e della tradizione (il «ritorno verso casa») prevalgono su quelli di una politica definitivamente morta – pecca proprio per essere una riflessione che guarda esclusivamente al passato, senza nessuna possibilità di applicarsi al presente.
Da un punto di vista formale, inoltre, l’esito complessivo appare inficiato dalle scelte di linguaggio cinematografico adottate da Zhang Yimou, che strizzano apertamente l’occhio all’uditorio internazionale. Non bisogna infatti dimenticare che anche questa pellicola è stata prodotta dalla Columbia: solo così si spiega come nella casa di una vedova, in uno sperduto villaggio della campagna cinese, campeggino ben due poster di Titanic e che la colonna sonora faccia il verso – ancora! – allo smielato tema del kolossal di Cameron. (dario zonta)

Seven Swords

Una trama complessa che, nelle intenzioni dell’autore, paga sicuramente un pegno – non solo nella scelta del sette come numero totemico – ai samurai di

Kurosawa
e alle successive germinazioni (primo fra tutti il bellissimo
I magnifici sette
di

John Sturges),
ma soprattutto alla saga di Guerre stellari di

George Lucas.
All’inizio del XVII secolo in Cina, la dinastia Ching conquista il potere in seguito a violente battaglie. Per stroncare ogni tentativo di resistenza, i nuovi regnanti impongono il divieto di ogni arte marziale. Lo spietato Vento di Fuoco, un ex ufficiale dell’esercito sconfitto, si pone al servizio dei nuovi potenti, seminando terrore e distruzione ovunque. A lui si opporrà, con l’uso della magia e di una tecnica marziale sopraffina, un manipoli di coraggiosi, guidati da Fu Qingzhu, un ex boia redento della dinastia perdente. Tra i sette combattenti c’è anche una donna e l’amore sarà l’ingrediente finale di questa storia tratta da un romanzo d’appendice pubblicato in Cina circa trent’anni fa dallo scrittore  Liang Yusheng.

Mongol

Racconto della vita di Gengis Khan in cui siripercorrono i drammatici e tormentati primi anni del sovrano nato nel 1162 col nome di Temugin – dalla sua difficile infanzia, fino alla battaglia che segnerà il suo destino – facendone un ritratto complesso che lo dipinge non più come uno spietato sovrano, ma come un nobile condottiero impavido e visionario.