Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro

Mortimer “Mo” Folchart (Brendan Fraser) e sua figlia di dodici anni, Meggie (Eliza Hope Bennett), condividono la grande passione per i libri ed entrambi possiedono il dono unico e magico di dar vita ai personaggi dei libri, semplicemente leggendo ad alta voce le loro storie. Ma il loro incredibile dono è anche decisamente rischioso, perchè ogni volta che danno vita ad uno dei personaggi dei libri che leggono, una persona reale scompare nelle sue pagine.

Durante una delle loro visite in un negozio di libri di seconda mano, Mo sente delle voci che non aveva più sentito da molti anni. Mo individua il libro da cui provengono le voci e, all’improvviso, sente un brivido percorrergli la schiena. Si tratta di Inkheart, un libro che Mo cerca da quando Meggie aveva tre anni, quando Resa (Sienna Guillory), la mamma di sua figlia, è scomparsa all’interno del suo mondo fantastico. Il piano di Mo di utilizzare il libro allo scopo di trovare e salvare Resa…

2010 – L’anno del contatto

Seguito di
2001: odissea nello spazio
. Una missione spaziale, composta una équipe di scienziati sovietici e americani, parte per Giove alla ricerca dell’astronave «Discovery», scomparsa in strane circostanze nove anni prima. Ma l’imminente scoppio di un conflitto tra le due superpotenze costringe i due equipaggi a dividersi. Un discreto film di fantascienza, ben fotografato dallo stesso Hyams, che ha l’unico torto (non da poco…) di volersi confrontare con il capolavoro di Stanley Kubrick.
(andrea tagliacozzo)

Excalibur

Nascita, infanzia e vocazione di Artù, fino alla formazione dei Cavalieri della Tavola Rotonda, alla lotta contro gli incantesimi di Morgana e all’amore di Ginevra e Lancillotto. Su suggestioni New Age-Tolkien-metacinema (il Drago che è la Natura, Merlino-regista) e sempre a un passo dal kitsch (i Carmina Burana , Wagner…), Boorman – che nel 1972 aveva diretto Deliverance/Un tranquillo week-end di paura – ritrova nella leggenda alcuni dei suoi temi prediletti e si dimostra perfettamente a suo agio nel creare una visione particolarmente ambigua del Male e della Natura. Ne è venuto fuori un grande e rutilante spettacolo (del resto bisognava sostenere il confronto con il trionfante Spielberg, ma anche con Apocalypse Now ), pur se la limpidezza del connubio tra fiaba, allegoria e visione ne risulta intasata. Un film di crisi, sospeso e senza equilibrio tra Inghilterra, Irlanda e Hollywood, con momenti abbaglianti e un’atmosfera barbarica e artificiosa che oggi appare piuttosto datata. (emiliano morreale)

In ostaggio

Un uomo d’affari di successo viene rapito di mattina. Mentre la moglie e le figlie sperimenteranno le traversie di avere le loro vite invase dall’Fbi, in attesa di una comunincazione, la vittima inzia a conoscere il suo carceriere durante la fuga per i boschi. Più un’analisi dei personaggi che una scenenggiatura convenzionale, questo interessante film ermetico gioca con la cronologia in modo avvincente ma non termina con una conclusione soddisfacente. Le tre star sono eccellenti.

Calendar Girls

Un tranquillo paese dello Yorkshire, Skipton. Quella fetta di Inghilterra con le pecore, il verde, i muretti a secco e le famigliole con villetta e garage. Qui un gruppo di donne, non giovanissime né bellissime, si riunisce nella locale sezione del Women’s Institute per disquisire ora di broccoli, ora di composta di prugne, ora di lavoro a maglia, ora di fiori secchi… Una di loro, Annie, ha il marito malato. Che muore di leucemia. E mentre le riunioni riprendono, Annie e Chris, la più vivace delle signore e sua amica da una vita, cercano un modo per raccogliere fondi: vogliono comprare un divano per la sala d’attesa dei parenti da regalare all’ospedale. Chris ha un’idea: fare un calendario. Ma non con le foto delle chiese o delle torte, come sempre: con le loro foto. Nude. Comincia l’opera di convincimento delle altre dame ritrose (ma non troppo…), della presidentessa dell’associazione nazionale, dei mariti. Arriva il momento del servizio fotografico. E poi il successo, Hollywood, i giornalisti, i soldi…
Commediola tutta inglese basata su una storia vera (fu il calendario del 2000 che incassò dalle vendite qualcosa come 600 mila sterline) firmata dal regista Nigel Cole (L’erba di Grace). Leggera, divertente solo a tratti, molto scontata. Furbetta quando vuole strappare la lacrimuccia. Il soggetto è tuttavia simpatico: purtroppo, si capisce dove si va a parare dalla prima inquadratura. E lo svolgimento è a volte noioso, soprattutto nella seconda parte, quella hollywoodiana, francamente di troppo. Forse, tra i difetti del film, c’è anche la volontà del regista di mettere troppa carne al fuoco (che c’entra quella scena del figlio che sembra volersi buttare giù dalla roccia?). Presentata come la risposta rosa a Full Monthy, Calendar Girls è comunque molto ben interpretato dalle lady con cellulite, rughe e quant’altro. Che sanno ridere di se stesse, sanno mettere in atto nel loro piccolo una storica rivoluzione, facendosi fotografare nude dietro all’annaffiatoio del giardino o a una tavola imbandita, sedute con il cappello di Babbo Natale intonando Merry Christmas. Ad ogni modo si esce dal cinema di buon umore. È tutto. (d.c.i.)

The Queen – La regina

The Queen

mame cinema THE QUEEN - STASERA IN TV. HELEN MIRREN È ELISABETTA II scena
Michael Sheen e Helen Mirren in una scena del film

Diretto da Stephen Frears, The Queen (2006) è ambientato nel maggio 1997, quando Tony Blair (Michael Sheen) vince le elezioni e diventa Primo Ministro del governo di Sua Maestà. Elisabetta II (Helen Mirren), di conseguenza, ufficializza la sua nomina. Ma un tragico evento attende il nuovo incarico di Blair: la morte improvvisa di Lady Diana Spencer, che avviene il 31 agosto 1997.

Da tempo è nota la rivalità tra Lady D e la famiglia reale. Quando la Principessa del Popolo perde la vita così tragicamente, i britannici la piangono con grande dolore. Ma la regina, nel tentativo di salvaguardare i nipoti dai media, opta per il silenzio, rifiutandosi di rilasciare dichiarazioni a proposito del drammatico evento. E le conseguenze di tale decisione, naturalmente, mettono in cattiva luce la monarchia. Toccherà quindi al nuovo Primo Ministro l’opera di convincimento della sovrana: Blair cercherà di convincere la regina a esporsi, anziché nascondersi, altrimenti la sua figura sarà compromessa agli occhi dei suoi sudditi. Riuscirà la regina ad aprire un nuovo capitolo della monarchia? O il fantasma di Diana oscurerà per sempre la famiglia reale?

Curiosità

  • Per la sua interpretazione della regina Elisabetta II, Helen Mirren ha vinto il premio Oscar e il British Academy Film Award come Migliore attrice protagonista e il Golden Globe come Migliore attrice in un film drammatico. Peter Morgan, invece, si è aggiudicato un Golden Globe per la Migliore sceneggiatura.
  • La pellicola si è inoltre aggiudicata il premio come Miglior film ai British Academy Film Award.
  • Il film contiene inesattezze minori: infatti l’idea dell’espressione Principessa del popolo, che fa parte del comunicato di Tony Blair il giorno dopo la morte di Diana, viene attribuita al suo collaboratore Alastair Campbell, mentre invece fu lo stesso Blair il suo autore.
  • Inoltre, non viene ricordato che la principessa dopo il divorzio dal coniuge mantenne il titolo di Principessa di Galles, ma senza il trattamento di Altezza Reale. Rimase però membro ufficiale della famiglia reale, in quanto madre del principe ereditario, per la prima volta nella storia dei reali britannici.

Io, Caligola

Il primo porno da 15 milioni di dollari dell’industria cinematografica (senza considerare i video) – prodotto da “Penthouse” e ambientato nella Roma del I secolo D.G. (Dopo Guccione) – segue lo spietato imperatore attraverso una serie infinita di decapitazioni e sbudellamenti. L’impudenza e sei minuti di metraggio hard-core non male gli valgono la mezza stella per l’accuratezza, ma parecchi spettatori lo troveranno (a ragione) ripugnante. Inoltre, Jay Robinson impersona molto meglio Caligola in La tunica e I gladiatori. Successivamente distribuito in una versione da 105 minuti, vietata ai minori di 17 anni e considerevolmente manipolata.

Mosquito Coast

Le vicende irresistibili e romanzate di un inventore iconoclasta e idealista (Ford in una interpretazione eccezionale) che porta la sua famiglia in un remoto villaggio dell’America centrale per creare la sua incredibile utopia… e giocare a fare Dio. Non per tutti, dato il personaggio insopportabile di Ford (anche se è ancora più insopportabile nel romanzo di Paul Schrader). Pellicola seria ed emozionalmente coinvolgente. Due nomination ai Golden Globes.

Gosford Park

1932, Gosford Park. In una tenuta inglese, si riuniscono per una battuta di caccia di fagiani un gruppo di aristocratici e no. Sir William, padrone di casa, e lady Sylvia, sua moglie, una coppia non propriamente affiatata né innamorata, ospitano una contessa, una coppia in crisi, un eroe della Prima Guerra Mondiale, un attore e cantante inglese, un produttore cinematografico americano… Ognuno si presenta nella residenza dei McCordle con valletti e camerieri (o cameriere) al seguito. Gli ospiti sono alloggiati nelle belle stanze del piano di sopra, la servitù ai piani bassi tra lavanderia, cucine e corridoi che non finiscono mai. I due mondi sono (sembrano) separati. La prima sera fila via liscia tra aperitivo e cena sontuosamente apparecchiata e servita. Eppure… Le coppie che non sono poi così felici, le signore ingioiellate non sono poi così ricche, le amicizie non sono poi così disinteressate… Al piano di sotto la servitù lavora, commenta, spettegola. Quando c’è buio, la padrona di casa adesca un valletto (che in realtà valletto non è), il padrone di casa fa altrettanto con una servetta, e via così con incontri clandestini che si consumano nella magione. Poi c’è il giorno della caccia, cui segue un omicidio. Sir William viene trovato morto nella sua biblioteca. Arriva l’ispettore di turno, iniziano le indagini che, però, non sconvolgono più di tanto la vita degli ospiti né della servitù… Del resto, a parte una domestica, nessunao rimpiange l’uomo.
Uno splendido ritratto della società britannica dei primi anni Trenta di Altman, perfetta l’ambientazione, perfetta la fotografia dei nobili, delle loro virtù e dei loro vizi. Ma altrettanto perfetta la fotografia del mondo del piano di sotto, di quei maggiordomi, cuoche e servette che non solo «parlano attraverso i loro padroni», ma animano un mondo tutto loro di piccoli vizi, grandi dedizioni, perfezionismo, ambizioni, snobismo e servilismo. Ecco, un umanissimo ritratto, quello in cui il regista americano è assoluto maestro. In un ordinatissimo intricarsi di classi sociali, sesso, generazioni… Un omaggio ad Agatha Christie, ma anche a Le regole del gioco di Renoir, alla commedia di maniera… Con un cast che è un who is who del cinema britannico, con una strepitosa Meggie Smith, candidata agli Oscar come miglior attrice non protagonista, nella parte della anziana zia supersnob ma senza una sterlina e di una irresistibile simpatia. Eccellenti anche Kristin Scott Thomas, nella parte della lady insoddisfatta ma che si toglie le sue soddisfazioni, Michael Gambon, il baronetto padrone di casa ucciso e da nessuno rimpianto, Helen Mirren, la governante Mrs Wilson, Eileen Atkins, la cuoca Mrs Croft… Con quella di Meggie Smith, il film si è guadagnato sei candidature agli Oscar 2002.

The Last Station

Dopo quasi cinquant’anni di matrimonio, la Contessa Sofa, devota moglie di Leo Tolstoj, scopre improvvisamente che tutto il suo mondo va gambe all’aria. In nome della sua nuova religione utopica e delle sue idee anarco-cristiane, il grande romanziere russo ha rinunciato al titolo nobiliare e alle sue proprietà per diventare povero, vegetariano e celibe e potrebbe inoltre essere stato convinto da Chertkov, il suo discepolo, a lasciare i diritti dei suoi iconici racconti al popolo russo anziché alla famiglia. Con ogni stratagemma, la donna lotta ferocemente contro la comunità libertaria che si è installata in casa sua per quel che ritiene le appartenga. Allontanata da Tolstoj riuscirà a rivederlo solo in punto di morte, nell’ultima stazione.