Fargo

I fratelli Coen raccontano la storia di un caso di omicidio secondo la loro inimitabile angolazione, arricchendola con buffe osservazioni sugli abitanti del Minnesota e finendo col realizzare un commedia assolutamente disarmante! La McDormand è formidabile nei panni di una poliziotta efficiente (e incinta) con molti omicidi fra le mani; Macy è altrettanto bravo in quelli di un intrallazzatore da due soldi che cerca di mantenere il sangue freddo quando si ritrova invischiato fino al collo in una serie di delitti. E che belle le musiche di sottofondo! Vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura (Joel ed Ethan Coen) e la migliore attrice (McDormand).

La ballata della città senza nome

L’attempato Ben e il giovane Pardner scoprono un filone aurifero. La notizia si sparge in fretta e intorno alla miniera nasce una comunità di quattrocento persone, formata solo da uomini. Un mormone di passaggio vende una delle sue due mogli all’asta. Ben, prontamente, riesce ad aggiudicarsela. Il regista Logan aveva già affrontato il musical due anni prima con
Camelot
, ottenendo risultati non proprio lusinghieri. Questo western canterino è decisamente migliore, anche grazie ai due simpatici protagonisti, anche se non gli impedì di essere un clamoroso fiasco al botteghino.
(andrea tagliacozzo)

La leggenda di Bagger Vance

Savannah, Georgia, 1916. Non c’è torneo di golf che la giovane promessa Rannulph Junuh non sia in grado di vincere. La prima guerra mondiale si incarica però di infrangere le sue sicurezze di golden boy abituato ad avere il successo a portata di mano. Tornato distrutto dal conflitto, supera la crisi accettando di partecipare a un grande torneo organizzato dalla sua ex ragazza, Adele Invergordon. Rannulph ritroverà l’entusiasmo e la forza di andare avanti grazie all’ispirazione di una guida sui generis: il caddy di colore Bagger Vance. Trent’anni fa il ruolo di Matt Damon ne
La leggenda di Bagger Vance
sarebbe stato perfetto per lo stesso Robert Redford, il quale ancora una volta non rinuncia a portare sullo schermo la parabola del giovane wasp che a un tratto scopre – sulla scorta di un’esperienza personale che è insieme generazionale e storica – l’impossibilità di corrispondere alle aspettative di eroe vincente di una società dilacerata. L’ex protagonista di
Come eravamo
e
Il migliore
(film ai quali
La leggenda di Bagger Vance
si riallaccia per temi, personaggi e dinamiche narrative) restituisce un ritratto a tutto tondo di un eroe biondo e fiducioso, tipico esponente di una disponibilità tutta rooseveltiana verso le sorti progressive dell’America democratica e liberale. Il percorso di conflitto e riscatto ambientato nel mondo dello sport, sullo sfondo dell’emblematica città di Savannah (già descritta da Robert Altman in
Conflitto di interessi
e da Clint Eastwood in
Nel giardino del bene e del male
), fanno de
La leggenda di Bagger Vance
un’opera sintomatica che, pur con qualche prolissità, si mantiene aderente all’universo fiero e dolente del Redford maturo, un cineasta che da vent’anni cerca di analizzare i contorni storico-culturali del proprio statuto mitico di attore.
(anton giulio mancino)

The Family Man

Dopo aver lasciato (tredici anni prima) Kate per andare a studiare Londra, Jack Campbell è diventato uno spietato squalo di Wall Street. In attesa di condurre in porto una delicata fusione finanziaria, Jack costringe i suoi colleghi a rimanere in ufficio a fare le ore piccole anche la vigilia di Natale. A notte fonda, deciso a fare due passi, va a comprare del latte in un negozio di alimentari. Qui trova Cash, un afroamericano che in seguito a una lite col commesso coreano tira fuori una pistola. Jack riesce a ricondurre Cash alla ragione: parlando e straparlando, gli tiene pure una specie di arrogante lezione di vita. Ma Cash lo prende alla lettera e gli combina un micidiale scherzetto.

Un regista curioso, questo Brett Ratner. Specialista di commedie d’azione (
Rush Hour-Due mine vaganti
), compare in un gustoso cameo autoparodico in
Black & White
di James Toback. Sorprende quindi trovarlo alle prese con un mélo natalizio frankcapriano fotografato da Dante Spinotti, musicato da Danny Elfman e con tanto di Don Cheadle a fare le veci dell’angelo Clarence. La parabola dei buoni sentimenti è di una letale esemplarità, ma se è vero (come è vero) che di alcuni film si sa già tutto in anticipo e se è vero che – stando a Douglas Sirk – ciò che conta è vedere attraverso quali articolazioni giunge la sospirata parola «fine», allora bisogna dare atto a Ratner di aver costruito il suo intreccio con un certo acume (bello il cameo del padre di Robert Downey).

Evitando facili e moralistici manicheismi,
The Family Man
riflette amaramente sull’impossibilità di essere felici. Dopo la conclusione, forse, non resta altro da fare che sognare la vita che non si è avuta e pensare che sarebbe stata davvero «un’altra vita».
(giona a. nazzaro)

Face/Off – Due facce di un assassino

Forse l’unico incontro felice tra Hollywood e i nuovi maestri dell’action di Hong Kong. John Woo dirige una sceneggiatura immaginosa, inverosimile e avvincente di Mike Werb e Michael Colleary: un poliziotto si sostituisce a uno spietato killer mediante una chirurgia futuristica (gli viene letteralmente applicata la faccia dell’altro); ma il killer riesce a fare altrettanto. E questo è solo il filo conduttore: la storia si complica con continui colpi di scena, l’evidente dimensione di allegoria della lotta tra Bene e Male viene sostenuta da un ritmo travolgente. Qui Woo riesce davvero a trapiantare in un modello «hollywoodiano» tutto il suo mondo e il suo stile, giocando al rialzo e liberando il cinema d’azione occidentale da ogni scrupolo di bon ton. Le passioni esplodono, le sparatorie si moltiplicano, i simboli troneggiano. Una lezione per registi e cinefili occidentali. (emiliano morreale)