Nel corso del tempo

Viaggio attraverso la sconosciuta provincia tedesca di un camionista e di un autostoppista alla ricerca di se stesso, sul finire degli anni Settanta. Ennesimo film on the road di Wenders dopo Alice nelle città e Falso movimento (con i quali forma una sorta d’ideale trilogia), il film è anche un sentito omaggio del regista al cinema d’altri tempi, con numerose citazioni e riflessioni sull’argomento. Girato in un rigoroso e splendido bianco e nero. (andrea tagliacozzo)

A torto o a ragione

Berlino, la guerra è appena finita, gli alleati sono i nuovi padroni della città e la priorità di tutti è quella di denazificare la Germania. Il Maggiore Steve Arnold (Harvey Keitel) ha ricevuto l’ordine di interrogare lo stimato direttore d’orchestra tedesco Wilhelm Furtwängler (Stellan Skarsgård) e raccogliere le prove che lo vedrebbero implicato come simpatizzante nazista. Nel 1933, dopo la presa del potere di Hitler, molti artisti ebrei furono costretti ad abbandonare la Germania. Altri, per protesta, scelsero volontariamente la strada dell’esilio. Furtwängler decise di restare. Da qui l’accusa di fiancheggiare il regime nazista. Se da una parte Furtwängler aiutò a mettere in salvo molti musicisti ebrei, dall’altra rappresentò una delle più ragguardevoli personalità del mondo della cultura nazista. Riferito a un episodio storico reale, il film si sviluppa sul duello verbale e psicologico tra l’interrogato e l’interrogante. Le ragioni del liberatore americano e la difesa dell’artista tedesco. La questione della responsabilità politica dell’artista in un regime totalitario è tuttora aperta: se sia giusto restare e servire il proprio paese o abbandonare la propria patria. Alla fine entrambe le posizioni vacillano. Un film forse troppo lento, ben interpretato, ma poco approfondito al punto di vista psicologico.
(andrea amato)

Munich

Guarda la

photogallery
di questo film

Settembre 1972, Olimpiadi di Monaco. Un commando di estremisti palestinesi uccide due membri della squadra israeliana e ne prende in ostaggio altri nove. I corpi speciali tedeschi tentano un blitz per liberare gli ostaggi ma la reazione dei palestinesi dà luogo a un massacro con morti da entrambe le parti. Ad Avner, un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani, viene richiesto di mettersi a capo di una squadra incaricata di stanare e uccidere i responsabili dell’eccidio.

Ispirato a
Vendetta
di George Jonas (pubblicato in Italia da Rizzoli) e sceneggiato da Eric Roth con la supervisione del drammaturgo Premio Pulitzer Tony Kushner, il nuovo film di Steven Spielberg affronta con stile quasi documentaristico le conseguenze di uno degli eventi più drammatici nella storia del conflitto fra israeliani e palestinesi.

Il messaggio di
Munich
è chiaro: la violenza chiama altra violenza e l’uso della forza non serve a risolvere i conflitti. L’ultima scena, con le Torri Gemelle sullo sfondo, è esemplificativa in questo senso. Trattandosi di un film di Spielberg,
Munich
è ben girato (pur peccando di eccessiva ingenuità nel mostrare città da cartolina), oltre che utile ad approfondire un momento importante di un conflitto tuttora in atto. Fin qui i lati positivi.

Commentatori più autorevoli di noi hanno però fatto notare che il libro di George Jonas che ha ispirato il film è considerato da molti una montatura. Secondo fonti israeliane Yuval Aviv, colui che ha sostenuto di essere il modello ispiratore del personaggio di Avner, non ha mai lavorato per i servizi segreti. Inoltre, nonostante abbia più volte dichiarato che il suo non è un film anti-israeliano ma piuttosto un tributo agli atleti che morirono a Monaco, Spielberg non mostra mai i palestinesi nell’atto di compiere le azioni per cui sono stati poi braccati, mentre gli israeliani si comportano in maniera efferata per tutta la durata della pellicola. Infine, nel film non c’è traccia dell’Islam radicale e delle dittature arabe, per le quali la distruzione di Israele era un obiettivo non certo secondario. Abolendo questi fattori, Spielberg crea uno scorretto miscuglio di storia e fiction, all’interno del quale è molto facile lanciare il suo messaggio politicamente corretto.
(maurizio zoja)

Interno berlinese

Pellicola davvero malriuscita, recitata in inglese da attori provenienti da tutta Europa: la trama, tratta da un romanzo di Junichiro Tanizaki (La croce buddista), è incentrata sull’amore lesbico tra la Landgrebe e la figlia dell’ambasciatore giapponese Takaki, nella Germania nazista. Il film è senz’anima, e non riesce neppure a essere sexy nonostante la presenza della splendida Landgrebe, già protagonista della Donna in fiamme.

Francesco

Risibile e inetto dramma storico, con un Rourke fuori parte che bofonchia nel ruolo di Francesco d’Assisi (!), il figlio di un ricco mercante italiano che passa attraverso una rinascita spirituale. La narrazione è spesso confusa, la regia è sciatta e il risultato è una vera noia.

Camminando sull’acqua

Secondo Eytan Fox, regista di questo interessante e avvincente
Camminando nell’acqua,
gli israeliani sono ancora ossessionati dalla Shoah, anche se nel film questo tema mi pare più un pretesto per illustrare ben altro; non per nulla i protagonisti sono due giovani più o meno trentenni, con turbamenti più esistenziali che storico-politici.

Eyal (Lior Ashkenazi) è un agente speciale del Mossad. All’inizio lo vediamo abilmente uccidere con una siringa piena di un fulminante veleno un arabo in vacanza con moglie e figlio. Di ritorno a casa scopre che la moglie, depressa, si è uccisa. Eyal ne è profondamente scosso. Il suo capo (Gideon Shemer), un vecchio amico di famiglia, se ne accorge e gli affida un incarico meno importante, più collaterale: cercare di sapere se un vecchio ufficiale nazista emigrato in Argentina è tuttora vivo.

La nipote del nazista, Pia (Carolina Peters), vive in un kibbutz in Israele e sta per ricevere la visita di suo fratello Alex (Knut Berger), in partenza da Berlino. Eyal si fingerà guida turistica per entrare in contatto con i due giovani tedeschi. Piano piano si appassionerà all’incarico, dapprima visto come un ripiego: non solo perché certe verità vengono fuori attraverso colloqui carpiti surrettiziamente ai due fratelli ma anche perché l’atteggiamento aperto, sincero e spregiudicato di Alex riuscirà in qualche modo a sciogliere l’introversione ossessiva dell’israeliano. In giro per Israele, da Gerusalemme al Mar Morto, i due giovani, così diversi, avranno modo di conoscersi e confrontarsi: la disponibilità di Alex contro i pregiudizi di Eyal. Alex è un omosessuale che non nasconde le sue preferenze. Eyal dapprima ne è irritato, poi incuriosito: di una curiosità sospetta. Eyal partirà per Berlino, per terminare l’incarico ma felice anche di poter ritrovare l’amico.

La seconda parte del film, quella berlinese, risolve in maniera sorpendente e intelligente il problema, ma è una soluzione che non può essere rivelata per non togliere la sorpresa. Il meglio del film consiste soprattutto nel gioco di specchi che si instaura tra i due giovani, il confronto tra due mentalità, la cui diversità è soprattutto un portato sociale. La liberalità di Alex non deriva soltanto dalla sua diversità, che del resto nell’ambiente in cui vive non costituisce più un grosso problema, ma è il frutto di un società affluente, occidentale, che «globalmente» ha risolto alcuni problemi, per semplificare, di acculturazione psicologica e antropologica; mentre la durezza della vita in Israele, la guerra continua, il nemico sempre più insidioso in casa non permettono la stessa maturazione, anzi attuano una sorta di rovesciamento: da oppressi gli israeliani inavvertitamente diventano oppressori. Il messaggio è chiaro e venendo da un regista israeliano tanto più apprezzabile poiché trasmesso attraverso sequenze narrative di grande impatto emozionale, anche se venate da un eccesso di sentimentalismo che ne attenua l’efficacia. Certi dettagli poi sono inaccettabili, per convenzionalità opportuna, come l’ambiente del Mossad, alcune sequenze di vita omosessuale. L’ultima sequenza poi, a mo’ di epilogo, che intende chiudere il film, con una sorta di inopportuno happy-end hollywoodiano, è davvero inattesa, sbagliata, appiccicata lì, forse per timore di aver osato troppo, in terra biblica!
(piero gelli)