Condannato a morte per mancanza d’indizi

Un onesto magistrato, in crisi di coscienza perché troppo spesso costretto a prosciogliere imputati accusati dei crimini più agghiaccianti, entra a far parte di un tribunale massonico che s’incarica di riparare con l’omicidio alle mancanze della giustizia. Un thriller di discreta fattura, confezionato con indubbio mestiere da Peter Hyams. Buono anche il cast.
(andrea tagliacozzo)

Il gabbiano Jonathan

Un film unico, basato sul best-seller di Richard Bach, su un gabbiano “esistenziale”. Una superba fotografia ci permette di cogliere il punto di vista del gabbiano quando lui abbandona il suo stormo per esplorare le meraviglie del volo. Il dialogo non funziona altrettanto bene, neanche l’invasiva colonna sonora di Neil Diamond. Due nomination agli Oscar (Fotografia e Montaggio).

Il socio

Benché di sicuro non il miglior lavoro di Sydney Pollack, con il passare del tempo Il socio – tratto dal solito, arzigogolato legal-thriller di John Grisham – acquista spessore e rischia di apparire un buon film. Anzi, sebbene pieno di passaggi narrativi improbabili e di personaggi un po’ troppo sopra le righe, «è» un buon film. E, soprattutto, a risultare sempre meno fantapolitica e sempre più attinente alla realtà, è l’idea centrale del giovane avvocato in carriera che si vede lautamente remunerato da uno studio legale che si occupa delle cause del crimine organizzato. Ovviamente, la sua sarà una carriera irreversibile. Pena: la morte. Sorvolando sugli aspetti sensazionalistici, vanno messi in conto – positivamente – lo spirito anarcoide che spinge il protagonista a guardarsi sia dai gangster che dall’Fbi, la convinzione che per fermare l’apparato criminale occorre innanzitutto arrestare gli avvocati e il postulato, sotteso, che un vistoso benessere implica sempre affari assai loschi. Niente male per una parabola sulla perdita delle certezze e dello spazio privato, confezionata da uno dei grandi intimisti hollywoodiani. Eppoi, come non ammirare l’accoppiata Tom Cruise-Sydney Pollack, che preannuncia l’exploit kubrickiano di Eyes Wide Shut ? Ottima la colonna sonora di Dave Grusin. (anton giulio mancino)

Giorni di passione

Hopper offre una profonda interpretazione in un ruolo inconsueto: un insegnante/fattore di una cittadina del Midwest che continua a rinviare il matrimonio con la fidanzata (Irving), ma poi viene sedotto — non contro la sua volontà — da una vamp adolescente (Locane). La profusione di nudi può attirare l’attenzione. Basato sul romanzo di Jim Harrison. Barreto è il marito della Irving, e la Pointer è sua madre.

Men of Honor-L’onore degli uomini

Il primo capo Billy Sunday è un feroce istruttore di palombari che fuma una pipa regalatagli da MacArthur in persona. Carl Brashear ha un solo sogno: entrare in marina e diventare un primo capo. Sunday, determinato e razzista, non ha alcuna intenzione di aprire il suo corso di addestramento agli afroamericani. Carl, però, è ancora più determinato di lui nel voler perseguire a tutti i costi il suo obiettivo. «I have a dream», diceva il dottor King, e come per incanto la pursuit of happiness si salda, senza colpo ferire, con il sogno dell’integrazione razziale secondo Hollywood. Inevitabilmente il film di Tillman jr. risulta tutto già visto, per cui non si sa bene se stroncarlo a causa della sua prevedibilità o se divertirsi affidandosi alla melodia del déjà vu. Anche se la prima ipotesi sarebbe quella teoricamente preferibile, non si può fare a meno di notare come l’aurea mediocrità d’altri tempi del film (con i suoi ritmi soporiferi e ultradilatati), l’appello a un tranquillo e pacato sdegno civile, l’ecumenismo «cromatico» che mette in ombra l’istituzione al cui interno si combatte cotanta nobile pugna, sembrano contenere in sé gli anticorpi di qualsiasi obiezione critica. Tutto già visto? Quindi tutto potenzialmente da rivedere. C’è qualcosa del segreto stesso dell’artigianato high budget hollywoodiano nella serena banalità di questo film. E perciò ci si arrende: si ripercorrono luoghi noti, ci si commuove dove richiesto, si ride quando previsto. E un po’ ci si sorprende del valore pedagogico che sortisce la colorita espressione «culo nero» che, date le circostanze, viene mondata di qualsiasi intento dispregiativo. «I have a dream», diceva il dottor King. Anche noi.
(giona a. nazzaro)

Giulia

Lilian e Giulia, amiche fin dall’infanzia, si separano negli anni ’30, quando la prima diventa una commediografa di successo, mentre l’altra, studentessa in medicina, si trasferisce a Vienna. L’avvento del nazismo renderà a Giulia, di origini ebraiche, la vita difficile. Il film, tratto dal romanzo autobiografico di Lilian Hellman «Pentimento», è una gara di bravura tra le due protagoniste, Jane Fonda e Vanessa Redgrave, vinta sul filo di lana dall’attrice inglese. Solida e senza fronzoli la regia del veterano Fred Zinnemann. Meryl Streep, che interpreta il ruolo di Anne Marie, era al suo debutto sul grande schermo. Oscar alla sceneggiatura (di Alvin Sargent), alla Redgrave come attrice non protagonista e a Jason Robards come attore non protagonista. Tre Oscar e ben altre otto nomination. (andrea tagliacozzo)

Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan

Clint Eastwood torna per la seconda volta a vestire i panni del tenente Harry Callaghan. Un sindacalista, assolto per insufficienza di prove in un processo che lo vedeva accusato dell’omicidio di un rivale, viene a sua volta ucciso da alcuni misteriosi killer. Il tenente Callaghan sospetta che gli assassini si nascondano tra le fila della polizia. Scritto da John Milius e Michael Cimino, il film è decisamente inferiore al precedente, che era diretto dall’ottimo Don Siegel, ma pur sempre godibile. Interessante notare l’approfondimento che Eastwood riesce a dare al proprio personaggio (che la critica bollò – a torto – come fascista): Callaghan sarà pure individualista, ma rifiuta di unirsi alla banda di giustizieri e preferisce agire, nel bene e nel male, seguendo le regole imposte dalla società.
(andrea tagliacozzo)