Ho voglia di te

Step (Riccardo Scamarcio) torna a Roma dopo aver trascorso due anni negli Stati Uniti. Il giovane deve affrontare i fantasmi del suo recente passato, a cominciare dal ricordo dell’amore finito con Babi (Katy Louise Saunders). Ma c’è anche un’altra novità: si chiama Gin (Laura Chiatti), una splendida ragazza che gli farà provare emozioni mai sperimentate. Riuscirà anche a fargli dimenticare per sempre Babi? Seguito di
Tre metri sopra il cielo,
il film è tratto dal secondo best seller di Federico Moccia e conclude la serie. Lo scrittore romano, figlio di Giuseppe Moccia – in arte Pipolo, recentemente scomparso, autore con Castellano di numerose sceneggiature di successo – ha infatti già dato alle stampe un nuovo romanzo,
Scusa ma ti chiamo amore,
in cui affronta con personaggi nuovi il rapporto sentimentale fra una diciassettenne e un uom

Notte senza fine

Come definire il cinema di Elisabetta Sgarbi? Cinema di pensiero, o di parola? In ogni caso parola letteraria. Certamente, dietro alle sue intenzioni si avvertono le elucubrazioni cinefilosofiche di Enrico Ghezzi (sempre acute, sempre provocanti ma a volte anche autofagiche) e le lezioni oggi troppo dimenticate di Godard e di de Oliveira, di Kluge e di Straub (ricordate? ebbe l’ardire di filmare il
Moses und Aron
di Schoenberg).

Che cos’è, di fatto,
Notte senza fine?
Innanzitutto un film affascinante, inquietante e per i primi minuti lievemente narcotizzante, talmente siamo poco abituati alla camera fissa, alla rarefazione estrema del montaggio, al buio che invade e sala e schermo, un buio strappato da poche luci che piombano sui volti degli attori. Anzi, delle attrici e di un solo attore, che interpretrano tre testi e/o monologhi di tre autori contemporanei.

Gli interpreti: Galatea Ranzi, che recita
L’amore lontano
dello scrittore libanese Amin Maalouf; Toni Servillo e Laura Morante, alternati, ne
La Fatalità della bellezza
del marocchino Tahar Ben Jelloun; e, infine, Anna Bonaiuto psicoticamente sdoppiata ne
Il buio
del pakistano Hanif Kureishi. Sono testi di vario genere letterario, dal racconto al monodramma, che la Sgarbi ha «sceneggiato» come monologhi, immergendo l’interprete in una notte appena rischiarata da una luna fintissima ma illuminando i volti di luci di scena violente e isolanti, aggettanti, in modo tale che l’espressione e la parola emergano con forza, a persuadere, a emozionare, a riempire il buio e il silenzio di esterni che sembrano tutti fondali da tragedia greca.

Come la cava di Marlungo a Carrara dell’ultimo episodio, oppure la villa palladiana Badoera di Fratta Polesine. Non sto neppure ad accennare alla trama dei singoli testi, che possiamo leggere raccolti in un volume Bompiani curato dalla Sgarbi stessa. Letterariamente, posso dire che il testo che più mi ha convinto è
Il buio
di Kureishi, una convinzione che riverbera anche cinematograficamente, perché la regista con la sua quasi maniacale economia di movimenti e la dilatazione progressiva della luce riesce a restituire l’emergere angoscioso di una verità che forse è pirandellianamente proiezione di follia.

Cinema di provocazione, di ricerca, tentativo di restituire alla parola quel ruolo che ha perso; ma anche di ridare alle immagini un peso e un valore che la produzione contemporanea, sempre più standardizzata e videoclippata, ha come nullificato. In tal senso, l’improvviso sbalzare di particolari, sia l’agitarsi di una tenda mossa dal vento, l’aggettarsi una colonna, o la sosta su un muro sbreccato costituiscono l’alternativa figurativa alla parola, la sua sottolineatura interpretativa, come in tutti i testi dello scrittore tedesco W.G. Sebald, che la Sgarbi per prima ha fatto conoscere in Italia.
(piero gelli)

La vita che vorrei

Laura, attrice poco più che trentenne con un’incerta carriera alle spalle, viene scelta per interpretare da protagonista un film in costume ambientato nell’Ottocento, storia di un amore assai tormentato. Sul set fa la conoscenza di Stefano, coprotagonista e attore piuttosto affermato. Fra i due nasce una relazione che ripercorre nella realtà le tappe e gli sviluppi della storia recitata sul set.

Il regista e i protagonisti di
Luce dei miei occhi,
contestatissime coppe Volpi a Venezia nell’edizione la cui giuria era presieduta da Nanni Moretti, tornano al lavoro in un film formalmente inappuntabile ma assai poco emozionante. Una storia troppo «telefonata» per rendere davvero significativo un lavoro senza infamia né lode, decisamente inferiore a film dello stesso Piccioni come
Fuori dal mondo
(1999) e il già citato
Luce dei miei occhi.
Il film in costume fa da contrappunto e accompagnamento all’amore tra i due attori, rendendo prevedibili la maggior parte delle sequenze. A salvare la pellicola dal totale naufragio, le buone interpretazioni della Ceccarelli e di Lo Cascio. Con un brevissimo cameo di Silvio Muccino nel ruolo di se stesso.
(maurizio zoja)

Guarda le

immagini
tratte dal film

Un viaggio chiamato amore

Non ha avuto una vita facile Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo. Ha visto la madre tentare il suicidio, è stata violentata da un collega che è stata obbligata a sposare, le hanno portato via il bambino che non vede da vent’anni… Una esistenza movimentata, una cerchia di amicizie illustri, di amori famosi, una vita intellettuale vivacissima. Legge le poesie di Dino Campana. Gli scrive. E decide di incontrarlo nel paesello toscano dove lui passa per matto. Lei è una splendida quarantenne, lui ha dieci anni di meno. Scoppia una passione travolgente, folle, delirante, violenta e tenera. Fino alla invitabile conclusione.
Michele Placido firma la regia di questo film che ha per protagonisti due belli del cinema italiano in un periodo di gloria: Laura Morante e Stefano Accorsi (Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2002 come miglior attore). Una storia d’amore forte che, però, non riesce a coinvolgere né tantomeno ad appassionare, con i suoi flash-back e le incursioni nella guerra in bianco e nero. Troppa carne al fuoco, forse. La guerra, la cultura, il femminismo, la passione, la malattia, il nuovo secolo… Un film pretenzioso, insomma. Sempre brava Laura Morante, ma Accorsi convince poco con la sua recitazione sempre sopra le righe e francamente poco espressiva.

Appassionate

Napoli, 1929: Michele uccide la moglie che lo tradisce dopo aver visto un film.
Napoli, oggi: Rosa sogna, ascoltando canzoni alla radio, un amore che non giunge mai, convinta che il padre sia morto. Caterina, sua sorella, ammazza l’ex amante che si è sposato con un’altra. Maddalena, una prostituta che ha assistito alla scena, sconvolta, decide di cambiare vita: uccide un suo cliente e poi si consegna ai carabinieri. In carcere conosce Caterina. Intanto, in una masseria di campagna, la Madonna delle Galline sorge dalla terra. Nonostante le polemiche e le ironie che hanno accolto il film di Tonino De Bernardi,
Appassionate
è e resta un capolavoro, uno dei pochi partoriti dal cinema italiano negli ultimi anni. De Bernardi possiede il dono di girare con una leggerezza sensuale e inusitata, nella quale sembrano ritrovarsi le illuminazioni rosselliniane, il realismo magico di Kiarostami e la plasticità del miglior cinema portoghese. A tutto ciò aggiunge una fame di vita che gli permette di riprendere i corpi incantandosi dinnanzi al loro splendore carnale. De Bernardi filma a frammenti, eppure tutto si muove fluido e generoso, congiungendosi con le lacrime dello spettatore nel luogo dove il cinema è situato ancora all’altezza del cuore. Sarebbe curioso, infine, abbinare
Appassionate
a
Rosatigre
, pellicola nella quale De Bernardi ritorna a Napoli ritraendola con un’urgenza e una furia che si decantano in una sorta di action painting del gesto filmante.
(giona a. nazzaro)