Al di là del bene e del male

Liberamente ispirato alla realtà storica. È la storia di un ménage a tre tra Lou Von Salomé, il filosofo Friedrich Nietzsche e Paul Rée. Le cose vanno nel modo peggiore e Nietzsche impazzisce, mentre Rée trova la morte per mano di alcuni teppisti. Pellicola molto densa e a tratti pretenziosa, con momenti decisamente poco riusciti.

Fanny e Alexander

Indimenticabile e affascinante saga familiare autobiografica ambientata nella Svezia di inizio Novecento; un compendio della carriera di Bergman (ai tempi annunciato come il suo ultimo film). Scene di gioia, esuberanza, dolore e tormento squisitamente rappresentate, e in gran parte viste attraverso gli occhi di un ragazzino. Prodotto originariamente per la televisione è una sorta di film testamento, girato da Bergman in Svezia dopo cinque anni di esilio volontario per problemi fiscali. E’ una commedia che si colora anche di dramma, dove l’arte bergmaniana perviene a una serena conciliazione degli opposti della vita, vista come uno spettacolo dove tutto può accadere. Quattro Oscar come miglior film straniero e per i costumi, la scenografia e la splendida fotografia di Sven Nykvist. Ridotto da una miniserie televisiva ancora più lunga, che durava 312 minuti. Occhio a Lena Olin nella parte di una cameriera. La storia della famiglia di Bergman viene esplorata anche in Con le migliori intenzioni, Il figlio della domenica e Conversazioni private.

Lo sguardo di Ulisse

A., cineasta greco esiliato negli Stati Uniti, torna nella sua città natale, Ptolemais, per la prima di un suo film ma soprattutto per ritrobare i negativi del primo film greco, girato all’inizio del secolo dai fratelli Manakias. Moderna odissea di un intellettuale alla ricerca delle proprie radici professionali e storiche, il film di Angelopulos è ineguale e frammentario, ha momenti di grande commozione ma anche troppe concessioni a un’idea di cinema autoriale. L’idea di chiudere il film con un non-finale è comunque un atto di coraggio. Gran Premio della Giuria a Cannes, accolto dal regista con la smorfia di chi si aspettava la Palma d’Oro. 

Scene da un matrimonio

Ritratto appassionato, rivelatorio e onesto di un matrimonio, della sua disintegrazione e della relazione che segue. La Ullmann e Josephson sono notevoli per tutto il film, intimo e spesso doloroso, realizzato originariamente come sceneggiato tv in sei episodi e ridotto per il cinema dall’autore e regista Bergman. La versione originale dura 299 minuti.

Il giorno prima

A Francoforte, quindici volontari di varie nazionalità accettano di passare venti giorni all’interno di un attrezzatissimo rifugio antiatomico. Ma qualche giorno dopo l’inizio dell’esperimento, un annuncio televisivo getta il gruppo nel panico: un missile atomico si sta inesorabilmente dirigendo verso Francoforte. Sulla falsariga di
The Day After,
un dramma psicologico a tema più interessante del modello, ancorché mediocre e afflitto da non poche banalità. Il soggetto del film è stato scritto dal giornalista Piero Angela.
(andrea tagliacozzo)

Sarabanda

La Ullmann e Josephson tornano a interpretare Marianna e Johan, la disfunzionale coppia a cui avevano dato vita in modo così indimenticabile in Scene da un matrimonio, riuniti trent’anni dopo il divorzio e coinvolti in liti familiari. Una rilevante sottotrama che riguarda il figlio e la nipote di Johan è meno efficace, ma è un piacere vedere le due star insieme; le loro scene possiedono quella ricca, profonda complessità emotiva che caratterizza i migliori film di Bergman. Un’altra notazione: l’asettica fotografia digitale fa rimpiangere quella grezza qualità che il 16mm conferiva al suo predecessore. In origine realizzato per la televisione svedese.

L’immagine allo specchio

La superba performance della Ullmann e la fotografia di Sven Nykvist compensano in parte la sensazione di déjà vu che proviene da questo dramma su una psichiatra colpita da un grave esaurimento nervoso. Straziante, non per tutti i gusti o gli stati d’animo. In origine era una serie in quattro parti per la tv svedese.

Dopo la prova

Mentre sta preparando la messa in scena di uno spettacolo teatrale di Strindberg, un anziano regista ex donnaiolo rimane affascinato da una giovane attrice, figlia di una sua vecchia fiamma (a sua volta attrice, poi caduta in disgrazia). Nonostante la breve durata, risulta piuttosto impegnativo per lo spettatore, che si dibatte tentando di indovinare come andrà a finire tra i due. Nato come film per la tv: in effetti, la pellicola sembra più accessibile se vista sul piccolo schermo. Ottimi attori, comunque.

L’infedele

Marianne è un’attrice. A Bergman, un amico regista che vive da solo su un’isola, racconta la sua vita: legata al famoso direttore d’orchestra Markus, si innamora di David, migliore amico del marito e regista teatrale e cinematografico dalle alterne fortune. Markus, pur consapevole dell’attrazione di Marianne per David, finge di non accorgersi di ciò che accade sperando che si tratti di una passione passeggera. Al di là della superficialità con la quale alcuni commentatori hanno accolto questo film della Ullmann, non si può fare a meno di notare che si tratta di una straordinaria prova registica. Pur imperniato con una determinazione feroce sulla centralità della parola, L’infedele mette in campo una spietata e crudele ossessione del desiderio, che si articola attraverso una serie di primi piani e figure intere cui solo il persistere dello sguardo conferisce la tregua della compassione. Bisogna resistere alla tentazione di filtrare il film attraverso la suggestione della vicenda autobiografica (peraltro evidente). Lavoro di una durezza estrema, atemporale e avulso da qualsiasi connotazione e collocazione sociale, L’infedele tesse l’elogio della finzione, del teatro come «antidolorifico» necessario nei confronti del desiderio. Ciò che inquieta, infatti, è la completa assenza della seduzione dal discorso del film. I corpi sono abitati da una voracità desiderante che si risolve (nel caso di Markus) in una terribile pulsione autofaga che tenta consapevolmente di distruggere qualsiasi forma di vita al di là della propria percezione. Lucidamente moderno, votato a un nitore clinico – e coraggiosamente inattuale – dell’immagine, L’infedele si situa nell’alveo di una classicità disturbante che lavora la parola per intuire nuove realtà di cinema. (giona a. nazzaro)

Sussurri e grida

Dramma con una magnifica fotografia, splendidamente recitato, che ha come protagonista una donna morente, le sue sorelle e una domestica. Nonostante sia stato accolto con un incredibile successo di critica, potrebbe essere troppo verboso per alcuni. Il direttore della fotografia Sven Nykvist vinse un Oscar.