Alamo

«Ricordatevi di Alamo». Con questo grido il generale Sam Houston incitava i soldati texani alla vendetta contro l’esercito messicano guidato dal dittatore Santa Ana e reo di aver massacrato i compagni asserragliati nel forte di Alamo. Era il 21 aprile del 1836 e Houston si accingeva a entrare nella storia sconfiggendo Santa Ana nella battaglia di San Jacinto e aprendo la strada all’indipendenza del Texas. Eppure, i veri eroi texani non furono i combattenti guidati da Houston ma i circa 200 valorosi, tra quali il leggendario Davy Crockett, che decisero di difendere Alamo contro un esercito di 2400 uomini e nonostante l’esplicito invito del generale ad abbandonare la postazione.
Fin qui la storia. Raccontata centinaia di volte, imparata a memoria da ogni buon americano, celebrata dal cinema non meno che dai fumetti e rispolverata dal regista John Lee Hancock per esaltare ancora una volta lo spirito americano. «Questo è un buon periodo per analizzare il patriottismo senza sciovinismo», ha infatti dichiarato Mark Johnson che, con Ron Howard, è tra i produttori del film.

C’è bisogno di eroi, insomma, e nessun luogo della (corta) memoria americana è in grado di offrirne più della mitica Alamo. Peccato soltanto che una simile lodevole iniziativa si perda in un film dalla regia incerta e dai dialoghi puerili, che tenta di analizzare il lato umano dei suoi eroi da fumetto, riuscendo soltanto a precipitarli nel patetico. Peccato anche per un cast di prim’ordine, almeno sulla carta, che vede Dennis Quaid e Billy Bob Thornton smarrirsi in un drammone storico dai contorni netti come quelli di un cartone animato, in cui i buoni sono redenti e vincenti e i cattivi condannati e puniti. E questo nonostante qualche raro momento di autocritica («perché stai con gli americani?» chiede uno dei suoi al nativo messicano Juan Seguìn «Santa Ana in fondo vuole solo il Messico, questi vogliono tutto il mondo») e il sorriso ironico e disincantato di Thornton-Davy Crockett, l’unico che riesce a regalare qualche, seppur contenuta, emozione.

Ricordatevi di Alamo e dimenticatevi di questo film che, non pago di annoiare lo spettatore, osa anche infliggergli una mezz’ora di troppo per un finale davvero intollerabile.

(sarah massa)

Amores perros

Nella caotica capitale messicana tre diverse vicende si «scontrano» a un incrocio stradale: un giovane in fuga con il suo pit-bull da combattimento ormai esangue; una modella promettente e il suo cagnolino scomparso; un vecchio misterioso, curatore di cani e castigatore degli uomini. I film d’esordio nascondono sempre un rischio: l’autore, per troppa generosità, cerca di dire tutto in una volta rasentando così l’afasia. Iñárritu, per fortuna, evita l’errore e
Amores perros
conserva una linea di fondo unitaria. Tra alti (il secondo episodio organizza molto efficacemente lo spazio in funzione drammatica) e bassi (il primo frammento, con il suo stile da videoclip, è ai limiti della sopportazione), il regista mette in scena un mondo estremamente composito. Non facciamoci ingannare, però: la struttura a racconti intrecciati non riduce per niente la sensazione di una realtà sfaccettata, nella quale estetiche differenti – così come personaggi diversi – passeggiano sullo stesso marciapiede. Iñárritu non appare come un manipolatore di realtà: piuttosto dà l’impressione di essere un sapiente costruttore di architetture urbane. Senza dubbio
Amores perros
contiene troppe idee differenti; tuttavia, più che il suo gusto per la satira o la sua passione per la velocità del digitale, colpisce soprattutto la capacità di cogliere fugaci brandelli di verità. In un film che racconta molte storie, ciò che convince maggiormente sono i momenti morti: le passeggiate del vecchio killer lungo le vie di una città che sembra tutta periferia o i silenzi in cui sprofonda la giovane modella orribilmente mutilata. Se sul talento di Iñárritu non c’è alcun dubbio, forse possiamo sperare di aver scoperto anche un animo attento alle piccole illuminazioni della vita.
(carlo chatrian)

Y tu mamà también – Anche tua madre

Due ragazzi con la fissa del sesso si fanno una scorribanda in automobile con una donna più grande, sposata con un loro cugino, e alla fine portano a casa molto più di ciò che avevano previsto. Un “road movie” con qualche peculiarità, alternativamente chiassoso e malinconico, con pensieri subliminali (e non) al desiderio, al destino, alla politica, al sesso e ad altro. Una nomination agli Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale.