Ovosodo

Piero è un liceale. «Con la mamma morta, il padre in galera, il fratello handicappato…», dice lui in un momento di sconforto. Abita in quartiere popolare di Livorno, Ovosodo. Dove cresce con la ragazzina del piano di sotto con l’apparecchio ai denti che gli fa gli occhi dolci; Ivanone, il fratello ritardato; la nuova donna del padre delinquente incinta… Vita grama, insomma. Ma è bravo a scuola. Bravissimo. Tanto che la sua insegnante lo sprona ad andare avanti con la gli studi e riesce a farlo iscrivere nella sezione migliore del liceo classico, pieno di figli di papà. Dove Piero si riesce anche a guadagnare qualche lira passando ai compagni i compiti in classe. Poi, dice Piero, la svolta quando arriva in classe Tommaso, rampollo di una ricca famiglia (ma Piero lo scoprirà molto più tardi) che lo trova naif e se lo porta in giro. A Roma Piero conoscerà la cugina, bella-depressa-viziata, di Tommaso. Perde la testa e si fa bocciare perché ha solo lei nella testa. Finisce a lavorare come operaio proprio nella fabbrica del padre di Tommaso, che intanto va negli Stati Uniti a studiare. Ma c’è quella ragazzina, ormai cresciuta, che aveva l’apparecchio ai denti. È una come lui, che lavora, una brava ragazza. E anche se Piero continua ad avere quella strana sensazione nello stomaco come se un uovo sodo andasse su e giù nella gola, i due si prendono per mano per costruire una vita insieme…
Un buon film di Paolo Virzì, alla sua terza prova. Con l’educazione sentimentale di un ragazzo qualunque di una qualunque famiglia che tira a campare, con tutti i problemi possibili e immaginabili. Il film inizia con Paolo che cerca di telefonare alla cugina di Tommaso a Roma e poi ripercorre la sua infanzia e l’adolescenza, fino a tornare al presente. Non c’è retorica (e se c’è è alleviata dall’ironia), anche se il rischio di scivolare nel patetico – sentimentale e ideologico – era altissimo. Certo, la divisione tra ricchi-belli-fortunati e poveri-brutti-sfigati è un po’ troppo netta, come il destino a senso unico di Piero e Tommaso. Tutti al loro posto, insomma. Buona la sceneggiatura, ottime le battute. Buono il successo del pubblico e Gran premio della giuria a Venezia nel 1997.

Baci e abbracci

Un interessante spaccato di una provincia che si arrabatta alla ricerca di un ipotetico benessere. Al centro, due cognati, Gambacciani e Gremigni che, insieme alla Cruciani, provano a riciclarsi come allevatori di struzzi dopo aver perso il lavoro in fabbrica. Quando decidono di invitare per Natale un assessore allo scopo di ottenere dei finanziamenti, inizia una commedia degli equivoci non banale, amara ed esilarante al tempo stesso.

Ora o mai più

Giugno 2001. David, studente dell’ultimo anno di Fisica nella più prestigiosa università italiana, la Normale di Pisa, vive in una dimensione parallela alla vita reale, fatta di profonde riflessioni sui massimi sistemi e scarsi rapporti con le persone e le cose quotidiane. Curriculum ineccepibile e media vertiginosa, nel giorno del suo ultimo esame incontra la bella Viola nei corridoi dell’università. La ragazza gli lascia un volantino e si allontana, lui rimane folgorato e, senza pensarci due volte, la segue. In un attimo si ritrova catapultato dentro un’assemblea del collettivo studentesco. Per lui inizierà un nuovo periodo di scoperte e di crescita.

Giunto al suo terzo lungometraggio, Lucio Pellegrini tente il salto di qualità dopo le poco impegnative commediole
E allora mambo!
e
Tandem.
La storia di David, ragazzo introverso e intelligente che viene iniziato al mondo della politica, ricorda troppo spesso quelle raccontate in altre innumerevoli pellicole di ultima generazione e scontati sono anche i personaggi del collettivo studentesco. Viene in mente il Muccino alle prime armi, proveniente proprio come Pellegrini, dal mondo della televisione. E
Ora o mai più
è davvero troppo vicino all’immaginario della fiction televisiva e dello sceneggiato da piccolo schermo, sia nei dialoghi, poco convincenti, che nell’interpretazione del cast. I due protagonisti, Jacopo Bonvicini e Violante Placido, riescono a trasmettere poco o nulla dei loro appassionati e ingenui personaggi. Per fortuna, alternando momenti comici e drammatici, la pellicola non annoia. Forse perché, passando attraverso il mondo colorato delle occupazioni studentesche, degli sgomberi e dell’impegno sociale, trasmette quel vago sentimento di nostalgia per una giovinezza ormai trascorsa, rivelando in tal modo le reali intenzioni evocative del regista.
(emilia de bartolomeis)