Salto nel buio

Variazione quasi comica sul tema di Viaggio allucinante , celebre film di fantascienza del 1966. In un attrezzato laboratorio scientifico, il pilota Tuck Pendelton viene miniaturizzato assieme a una capsula spaziale per essere iniettato nel corpo di un coniglio. L’improvvisa irruzione degli scagnozzi di un bieco affarista interrompe l’esperimento. Dopo un rocambolesco inseguimento, uno degli scienziati inietta la capsula nei glutei di un timido commesso di un supermercato. Ricco di invenzioni visive e trovate comiche, il film non ha praticamente un attimo di sosta. Grande regia di Joe Dante, uno dei pochi (con Steven Spielberg, che produce il film) in grado di coniugare il divertimento e lo spettacolo con le proprie esigenze autoriali. Oscar per gli effetti speciali. (andrea tagliacozzo)

American Dreamz

Il Presidente degli Stati Uniti è appena stato rieletto ma è caduto in una profonda crisi personale: non si muove dal letto e non legge alcun giornale da settimane. Praticamente un uomo nell’anticamera della depressione. Nel frattempo nel paese spopola American Dreamz, reality-show canoro che seleziona giovani di talento da lanciare sul mercato discografico. Martin Tweed, presentatore e produttore senza scrupoli, punta su due ragazzi dall’ugola d’oro: una biondina della provincia con un’ordinaria storia d’amore alle spalle e un giovane arabo da poco arrivato negli Usa da un campo di addestramento terroristi in Medio Oriente (informazione che ovviamente non rivela alla produzione). Intanto alla Casa Bianca hanno l’illuminazione di far partecipare il Presidente all’ultima puntata di American Dreamz per rilanciarne l’immagine traballante: sarà il momento della verità per molti dei protagonisti della trasmissione.

Prospettive di un delitto

Durante un summit che per la prima volta riunisce gli Stati occidentali e i principali Paesi arabi, una serie di attentati punta a far fallire il vertice e a far ripiombare il mondo nel caos e nella paura. Giornalisti, agenti dei servizi segreti, poliziotti locali, turisti e semplici cittadini concorrono a svolgere un’indagine minuziosa che conduce verso esiti imprevisti e terrificanti. La ricerca della verità non può prescindere dalla testimonianza di ciascuno dei protagonisti, ma la visione soggettiva è solo un tassello del mosaico complesso e inquietante che può prendere forma in uno scenario internazionale dominato da tutti i fondamentalismi.

(gerardo nobile)

Savior

Sincero dramma su un uomo che, dopo una tragedia personale, si unisce alla Legione Straniera e finisce col diventare una fredda macchina da combattimento. Ma quando in Bosnia incontra una donna che sta per partorire, si prende cura di lei e presto si affeziona sia alla madre che al bambino. Quaid è eccezionale. Co-prodotto da Oliver Stone.

L’alba del giorno dopo

Agghiacciante. Roland Emmerich, regista di
Independence Day, Godzilla e Stargate,
sforna una pellicola fatalmente indirizzata verso le vette delle classifiche. Siamo dichiaratamente nel genere catastrofico ma se in
Independence Day e Godzilla
erano forze ultraterrene a scatenare l’apocalisse, in
The Day After Tomorrow
siamo noi tutti, coi nostri inquinamenti, a scatenare una nuova glaciazione che ricopre in quarantott’ore tutto l’emisfero nord del pianeta con una spessa coltre gelata. Ma procediamo con ordine…

Il professor Jack Hall (Dennis Quaid), paleoclimatologo, è convinto che la Terra sia sull’orlo di una nuova glaciazione per effetto dell’improvviso distacco di una placca antartica estesa quanto il Rhode Island. I fatti gli danno ragione. Nuova Delhi viene paralizzata da un’eccezionale nevicata, tremendi uragani squassano i grattacieli di Los Angeles, Tokyo è bombardata da chicchi di grandine grandi come ananas. Ed è solo l’inizio della fine: New York, dove il figlio del professor Hall (Jake Gyllenhaal) si trova con alcuni compagni di liceo per una gara di abilità, viene sommersa da uno
tsunami,
un’onda gigantesca, restando poi intrappolata nel ghiaccio. Contro ogni raccomandazione, Jack parte al salvamento del figlio, mentre il mondo intero corre ai ripari come può e i popoli del nord del mondo premono sulle frontiere del sud per salvarsi dalla stretta mortale del gelo.

Dopo aver scomodato alieni e mostri, il regista di origine tedesca Roland Emmerich scommette ancora sulle emozioni forti, scodellando una parabola apocalittico-ambientalista che ripropone il tema
dell’armageddon
climatico. Ciò che più sgomenta non sono le atmosfere cupe e raggelate, gli effetti speciali e la tensione dell’azione, ma la consapevolezza che, benché nella finzione tutto risulti volutamente velocizzato, i processi di riscaldamento globale e di scioglimento delle calotte polari sono davvero in atto. In altre parole, se questo è l’andazzo globale, ci toccherà (toccherà
a noi)
– ed è l’unica scena del film che salviamo a futura memoria – andare a bussare alle porte dei popoli del sud del mondo e pregarli di prenderci con loro anche se extracomunitari privi di permesso di soggiorno. Agghiacciante (ma istruttivo). Nelle sale dal 28 maggio.

(enzo fragassi)

Traffic

Un giudice d’assalto incaricato dalla Casa Bianca intende sgominare il traffico di droga tra gli Stati Uniti e il Messico, ma deve rassegnarsi a occuparsi dei risvolti privati della questione quando scopre che sua figlia è una tossicodipendente. Il referente messicano del giudice si rivela essere al soldo di una grossa organizzazione locale; la moglie di un uomo d’affari americano scopre che il benessere nel quale vive è il frutto del traffico di stupefacenti e fa di tutto pur di conservarlo. Con Steven Soderbergh, tornato alla ribalta grazie al successo di
Out of Sight
e
Erin Brockovich
, il problema è sempre lo stesso. È un cineasta senza personalità né stile, ma che – alla stregua di Oliver Stone – si impegna a fondo per ostentarne uno, o anche più di uno come accade in
Traffic
. La cosa, naturalmente, può dare ai nervi; ciò malgrado in questo film, assai meno gratuito de L’inglese, funziona a sufficienza la scelta di intrecciare tre e più storie, dando allo spettatore la costante impressione di smarrire la bussola. O meglio, funziona finché il meccanismo non si logora e non diventa ripetitivo e accademico. Visivamente, il film al quale
Traffic
assomiglia maggiormente è
JFK
del sunnominato Stone, poiché l’obiettivo è un po’ quello di restituire un quadro frammentato e formicolante di un traffico che non può essere debellato negli Stati Uniti per la semplice ragione che l’economia del Paese prolifera proprio grazie al commercio illecito.

Soderbergh esibisce un massimalismo stilistico abbastanza estetizzante, con ciascun ramo del racconto connotato da una visualizzazione adeguata e artificiosa (tutta la vicenda ambientata in Messico, per esempio, ha un taglio documentaristico, con largo impiego della macchina a mano e una dominante cromatica giallo-ocra). Tuttavia rivela un discreto spessore creativo l’idea di elaborare un tessuto narrativo e iconografico «meticciato» e multiculturale, al cui interno l’immagine del caos rimanda alla varietà di razze, stili di vita e condizioni sociali coesistenti, e dove il «traffico» stesso diventa metafora delle relazioni umane, da esso inevitabilmente condizionate. E le sequenze situate nel ghetto afroamericano, come già in
Out of Sight
, forniscono un contrappunto fortemente antagonista all’upper class infida, corrotta o anche solo benpensante e integerrima. Troppo lungo? Troppo sconclusionato? Troppa carne al fuoco? Prendere o lasciare, questo è Steven Soderbergh: il quale, sedotto dalle lusinghe hollywoodiane, avrebbe potuto anche fare di molto peggio.
(anton giulio mancino)

Il cavernicolo

In piena età della pietra, un cavernicolo, mingherlino ma sveglio, contende le grazie di una procace femmina a un gigantesco e malintenzionato capotribù. Commedia pazza e surreale, decisamente sgangherata, ma resa divertente da alcune gag azzeccate e dalla partecipazione di Ringo Starr, ex batterista dei Beatles. Al suo fianco la moglie Barbara Bach e un Dennis Quaid ancora poco noto.
(andrea tagliacozzo)

In Good Company

Un manager sulla cinquantina (Quaid), dalla vita professionale soddisfacente e dal matrimonio felice, vede il proprio mondo ribaltarsi quando un giovane ventenne di successo e senza esperienza diventa il suo capo; e inizia pure a frequentare sua figlia, studentessa prossima al college. Una commedia elegante e dai risvolti sociali, che in modo davvero divertente affronta una varietà di aspetti “malati” della vita contemporanea. Ruolo esplosivo per Grace, perfetto come dirigente arrivista che scopre la vacuità della propria esistenza. Weitz è al suo debutto in assolo come regista e sceneggiatore. Malcolm McDowell compare non accreditato.

Il mio nemico

Due astronavi, guidate rispettivamente da Davidge, terrestre, e dall’alieno Jeriba, proveniente dal pianeta Dracon, si danno battaglia e finiscono per precipitare sull’ostile asteroide Fyrine IV. Alla mercé dei carnivori abitanti del pianeta, i due nemici decidono, anche se a malincuore, di unire le loro forze. Una parabola sulla tolleranza in forma fantascientifica, non banale, a tratti commovente, ben diretta dal tedesco Wolfgang Petersen. Realizzato con un budget notevole, il film fu un insuccesso al botteghino.
(andrea tagliacozzo)

Horsemen, The

A casa, il rancoroso detective della polizia Aidan Breslin (Dennis Quaid) si estranea sempre di più dai suoi giovani figli, Alex (Lou Taylor Pucci) e Sean (Liam James) dopo la morte della moglie. Al lavoro, si trova coinvolto in un’indagine sui perversi omicidi seriali legati alla profezia biblica dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse: il Cavaliere bianco, un maestro dell’inganno e il leader inatteso che è pronto a tutto per raggiungere i suoi scopi; il Cavaliere rosso, un guerriero acuto, che cerca di mettere gli uomini uno contro l’altro e dotato di un’innocenza che nasconde una profonda rabbia interiore; il Cavaliere nero, un tiranno manipolativo e oscuro, senza equilibrio ma sempre un passo avanti rispetto agli altri; e il Cavaliere pallido, un esecutore che ha una forza disarmante, determinato a provocare la morte con precisione chirurgica. Mentre Breslin compie delle nuove scoperte sul caso, si accorge piano piano di un legame scioccante tra lui e i quattro sospettati.

Sembra un horror, ma una ridicola sorpresa finale apre le porte al dramma sociologico moralista. Il regista ha alle spalle una storia di visionari videoclip di rock duro e si vede. Ma non sa dirigere degli attori, né tappare le innumerevoli falle del copione di Dave Callaham.

D. O. A. – Cadavere in arrivo

Rifacimento di
Due ore ancora
(1949) di Rudolph Maté. Ad Austin, nel Texas, un giovane professore della locale università viene misteriosamente avvelenato e scopre di avere solo ventiquattro ore di vita. Aiutato da una sua giovane allieva, l’uomo utilizza le sue ultime ore per tentare di scoprire l’avvelenatore e l’oscuro motivo del suo gesto. Inferiore all’originale e stroncatissimo dalla critica, il film risulta interessante soprattutto per alcune soluzioni visive (che i maligni hanno ricollegato allo stile dei videoclip).
(andrea tagliacozzo)

Alamo

«Ricordatevi di Alamo». Con questo grido il generale Sam Houston incitava i soldati texani alla vendetta contro l’esercito messicano guidato dal dittatore Santa Ana e reo di aver massacrato i compagni asserragliati nel forte di Alamo. Era il 21 aprile del 1836 e Houston si accingeva a entrare nella storia sconfiggendo Santa Ana nella battaglia di San Jacinto e aprendo la strada all’indipendenza del Texas. Eppure, i veri eroi texani non furono i combattenti guidati da Houston ma i circa 200 valorosi, tra quali il leggendario Davy Crockett, che decisero di difendere Alamo contro un esercito di 2400 uomini e nonostante l’esplicito invito del generale ad abbandonare la postazione.
Fin qui la storia. Raccontata centinaia di volte, imparata a memoria da ogni buon americano, celebrata dal cinema non meno che dai fumetti e rispolverata dal regista John Lee Hancock per esaltare ancora una volta lo spirito americano. «Questo è un buon periodo per analizzare il patriottismo senza sciovinismo», ha infatti dichiarato Mark Johnson che, con Ron Howard, è tra i produttori del film.

C’è bisogno di eroi, insomma, e nessun luogo della (corta) memoria americana è in grado di offrirne più della mitica Alamo. Peccato soltanto che una simile lodevole iniziativa si perda in un film dalla regia incerta e dai dialoghi puerili, che tenta di analizzare il lato umano dei suoi eroi da fumetto, riuscendo soltanto a precipitarli nel patetico. Peccato anche per un cast di prim’ordine, almeno sulla carta, che vede Dennis Quaid e Billy Bob Thornton smarrirsi in un drammone storico dai contorni netti come quelli di un cartone animato, in cui i buoni sono redenti e vincenti e i cattivi condannati e puniti. E questo nonostante qualche raro momento di autocritica («perché stai con gli americani?» chiede uno dei suoi al nativo messicano Juan Seguìn «Santa Ana in fondo vuole solo il Messico, questi vogliono tutto il mondo») e il sorriso ironico e disincantato di Thornton-Davy Crockett, l’unico che riesce a regalare qualche, seppur contenuta, emozione.

Ricordatevi di Alamo e dimenticatevi di questo film che, non pago di annoiare lo spettatore, osa anche infliggergli una mezz’ora di troppo per un finale davvero intollerabile.

(sarah massa)

Un amore una vita

Dal regista di
Ufficiale e gentiluomo
, la storia di un campione di football americano che, negli anni Cinquanta, sposa una giovane appena eletta reginetta di bellezza. Sembra l’unione perfetta, destinata a durare in eterno, ma il precoce declino atletico del campione e la contemporanea affermazione della donna nel mondo degli affari incrinano i loro rapporti. Tratto dal romanzo di Frank DeFord, un film troppo lungo, inutilmente prolisso, ma ben raccontato e ottimamente interpretato dai due protagonisti e da alcuni comprimari di lusso come Timothy Hutton e John Goodman.
(andrea tagliacozzo)

Far From Heaven – Lontano dal paradiso

Inverno 1957. Cathy e Frank Whitaker sono la famiglia più invidiata di Hartford, piccola cittadina del Connecticut. Lui è il direttore commerciale di un’azienda di elettrodomestici che va a gonfie vele, lei la sua devota moglie, dedita alla cura della casa e dei due bambini. Sotto l’apparente perfezione del loro matrimonio si nasconde però l’omosessualità di Frank. Quando la donna scopre la relazione del marito con un altro uomo, decide di iniziare a frequentare un giardiniere di colore, attirando su di sé i pettegolezzi di tutta la cittadina.

Giunto alla sua quarta prova da regista (dopo
Poison, Safe
e
Velvet Goldmine),
Todd Haynes decide di ricostruire nei minimi particolari l’immaginario cinematografico degli anni Cinquanta, dal look dei protagonisti alla fotografia agli interni delle case, per poi mostrare la disgregazione di una famiglia apparentemente felice. Il suo è un omaggio ai melodrammi americani dell’epoca, reso credibile dall’ottima interpretazione di Julianne Moore, davvero convincente nei panni di una donna tanto entusiasta quanto ingenua, e di Dennis Quaid, che ne interpreta il mediocre e ipocrita marito. Il fallimento del loro matrimonio è il perfetto prodotto di una società bigotta e razzista, fondata su meschinità e ipocrisie. Haynes gioca a metterne in evidenza le caratteristiche più distanti rispetto alla realtà odierna (la separazione fisica fra neri e bianchi, l’omosessualità trattata come una malattia), riuscendo in tal modo a smontare l’iniziale illusione indotta nello spettatore. Non tutto però gira alla perfezione: i «colpi di scena» previsti dalla sceneggiatura sono tutt’altro che sorprendenti e molto, troppo spesso, si ha la sensazione di assistere a un semplice esercizio di stile. Meglio tornare all’originale: a Douglas Sirk e al suo
Secondo amore
(1955), forse la pellicola che più di ogni altra ha ispirato Haynes nella realizzazione di questo lavoro.
(maurizio zoja)

Benvenuti in paradiso

Nel 1937, a Los Angeles, l’ex sindacalista Jack McGurn trova lavoro in una sala cinematografica del quartiere giapponese. Il giovanotto s’innamora di Lily, la giovane e graziosa figlia del suo datore di lavoro, e, sebbene la famiglia lei non sia d’accordo, i due si sposano. Nel 1941, all’indomani dell’attacco di Pearl Harbour, Lily, come altri suoi connazionali, finisce in un campo di concentramento. Ben interpretato dai due protagonisti, il film finisce per risentire dell’approccio freddo e accademico del regista a una storia che avrebbe meritato un maggior coinvolgimento emotivo.
(andrea tagliacozzo)

Pandorum – L’universo parallelo

In un futuro in cui la vita sulla Terra è diventata impossibile, la nave spaziale Elysium viene inviata nello spazio con 60000 “prescelti” per colonizzare un pianeta simile alla terra, Tanis. Il viaggio interstellare, però, ha degli impervisti e due piloti risvegliatosi dal sonno criogenico dovranno affrontare le loro peggiori paure e portare a termine la propria missione. Solaris incontra Alien, ma anche una scartina come Punto di non ritorno, in un fantahorror con pretese ecologico-apocalittiche e un finale con neo-genesi già bruciato sull schermo mille altre volte. Meglio la prima, lentissima parte, comunque, della resa dei conti finale.

Cartoline dall’inferno

Dal romanzo autobiografico di Carrie Fisher (la figlia di Debbie Reynolds, meglio nota per aver interpretato il ruolo della principessa Leia in
Guerre Stellari
). Il film descrive i rapporti non proprio idilliaci tra Suzanne, giovane attrice in precoce declino dedita alle droghe, e la sua celebre madre Doris Mann, ex diva del cinema dedita all’alcool. Ottime le prove delle due protagoniste, anche se non sempre riescono a sopperire alle mancanze della regia di Mike Nichols, sorprendentemente piatta e senza mordente.
(andrea tagliacozzo)

Lo squalo 3

Film su un disastro alla Irvin Allen, che non è in relazione ai precedenti due Lo Squalo, se non per la progettazione: questa volta uno squalo è libero nel parco acquatico Sea World della Florida. Questo lo rende un remake non ufficiale di La vendetta del mostro? Può andar bene in TV ma nelle sale cinematografiche il suo unico vero patrimonio sono gli eccellenti effetti in 3-D. Rititolato Jaws III per la tv e l’homevideo. ArriVision.

All American Boys

Le avventure di un ragazzo del Michigan, appassionato di ciclismo, che, con grande disappunto del padre, sogna continuamente l’Italia e come suo idolo ha eretto il grande Fausto Coppi. Una gara contro gli spocchiosi universitari gli dà l’occasione di dimostrare il suo valore. Una commedia briosa e divertente, in cui l’inglese Peter Yates, anche grazie all’ottimo copione di Steve Tesich e a un manipolo di giovani attori (tra i quali la futura star Dennis Quaid), riesce a descrivere con grande acume uno spaccato di provincia americana. Il film vinse l’Oscar nel 1979 per la migliore sceneggiatura originale. (andrea tagliacozzo)

Dragonheart – Cuore di drago

Una favola decisamente insolita su un cavaliere “della vecchia scuola” (siamo nel I secolo d.C.), il cui giovane re diventa malvagio dopo che gli è stata salvata la vita da un dragone che gli ha dato metà del suo cuore. Anni dopo, il cavaliere fa amicizia con quello stesso dragone, con il quale si allea per sconfiggere il crudele sovrano. L’improbabile soggetto è reso credibile dalla persuasiva interpretazione di Quaid e dalla carismatica presenza di Connery che, nella versione originale, dà voce al dragone (nonché dall’eccezionale e aggiornatissima animazione digitale). Bella colonna sonora di Randy Edelman. Ne fu girato un seguito per la televisione. Panavision. Nomination agli Oscar per gli effetti speciali.

The Big Easy

A New Orleans, Anne Osborne, giovane e graziosa assistente del Procuratore Distrettuale, indaga su alcuni presunti atti di corruzione avvenuti in un distretto di polizia. Tra i sospettati figura anche il tenente Remy McSwain. Nonostante la ragazza si sia a poco a poco innamorata del poliziotto, una volta ottenute le prove della sua colpevolezza non esita a incriminarlo. Pellicola di discreta fattura che privilegia maggiormente il tratteggio dei personaggi rispetto all’intreccio poliziesco vero e proprio. Jim McBride tornerà a dirigere Dennis Quaid un paio d’anni più tardi nel pirotecnico
Great Balls of Fire.
(andrea tagliacozzo)

The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo

Quaid prova a convincere i suoi superiori a Washington (incluso un sosia di Dick Cheney) che i meteorologi sono nel giusto e che sta per verificarsi — a causa dell’effetto serra — una catastrofe su scala mondiale, con tutto il corollario di onde anomale, tornado, spostamenti dei ghiacci, ecc. Alla fine dovrà aprirsi la strada in una Manhattan alluvionata per salvare suo figlio (Gyllenhaal). I personaggi sono piacevoli, i dialoghi non stupidi e gli effetti spettacolari: in altre parole, un sano film catastrofico secondo la vecchia ricetta. Super 35.