Soldier

Nel prossimo futuro, Russell, cresciuto per essere un soldato, viene dichiarato obsoleto, ritenuto morto e scaricato su un pianeta usato come immondezzaio. Diventa amico delle persone che erano finite lì per un incidente tempo prima; poi i suoi vecchi compagni di combattimento si fanno vivi per “ripulire” il pianeta. Russell è bravo, ma il film è ben poco originale, la “scienza” è ridicola e il risultato altamente prevedibile. Per favore torna, cavaliere della valle solitaria!

Rushmore

La saga di un tipo strano ma buono che si gode la vita alla scuola privata di Rushmore in Texas, ma che complica la sua situazione quando si innamora di una professoressa del primo anno (Williams) e fa amicizia con un ricchissimo magnate locale (Murray) che avverte una somiglianza con questo giovane iconoclasta. Un film genuino e originale, pieno di un umorismo fatto di acute osservazioni e di dettagli, con personaggi che suonano sempre veri. Notevole l’interpretazione dell’esordiente Schwartzman (figlio di Talia Shire), in un film perfetto per mettere in mostra il talento di Murray. Scritto da Anderson e Owen Wilson. 

The Ice Harvest

La vigilia di Natale, l’avvocato Charlie Arglist (John Cusack) si prepara a spiccare il volo da Wichita, nel Kansas, con un bel gruzzolo sottratto a un pezzo da novanta della malavita di Kansas City. Ma una serie di imprevisti mettono seriamente e rischio i su

Demonlover

Lo strampalato titolo non dice nulla di questo thriller sul mondo informatico in cui una spia industriale fredda e calcolatrice cerca di fare il doppio gioco durante una fusione commerciale che coinvolge siti porno e di torture. Un film teso e piuttosto leggero, decisamente eccentrico e ambiguo dal punto di vista morale, ma violenza e voyeurismo portano verso una conclusione scontata. La versione originale era di 117 minuti, mentre quella francese arrivava a 128.

Il gladiatore

Nel 180 d.C., la morte dell’imperatore Marc’Aurelio getta l’impero romano nel caos. Maximus, uno dei più capaci generali dell’impero, viene fatto schiavo, mentre Commodo, il figlio di Marc’Aurelio, sale al trono. Ribattezzato Narciso e costretto a diventare un gladiatore, Maximus è costretto a combattere a morte con altri uomini nel Colosseo per il divertimento del pubblico. Ma diventerà un leader del popolo che vuole rovesciare il tiranno… Il successo di fine stagione, dopo che l’anno scorso era toccato a
Matrix
. Dal cyberpunk buddista al ritorno dei sandaloni. Si peggiora. Con la storia del giusto in cerca di vendetta che arriva dritta dai feuilleton ottocenteschi, e una messa in scena in cui si sente sapore di spot e di riprese sportive (con gli stessi otturatori superveloci usati per le partite di basket o le gare di Formula 1), ma non di cinema. Roma antica risorge col digitale, ma con le scritte latine sbagliate e sospetti cupoloni. La sceneggiatura ha dei buchi pazzeschi (ma come fa il cattivo Commodo a non sapere che l’eroe aveva ucciso i sicari?). Eppure è piaciuto a tutti, vuoi perché c’è il bel Russell, vuoi perché lo spettatore d’oggi non ha mai visto
Ben Hur
o
Spartacus
. Peccato solo che i critici non abbiano fatto il loro mestiere, lieti di applaudire quello che passa il convento e timorosi di passare per snob. Ma
Il gladiatore
non vale molto più di altri capolavori del regista, come
L’Albatross
o
1492-La scoperta del Paradiso
.
(alberto pezzotta)

Non desiderare la donna d’altri

La vita del maggiore Michael Lundberg (Ulrich Thomsen) sembra avere un buon equilibrio: è un ufficiale rispettato, ha una moglie che adora, Sarah (Connie Nielsen), e due bambine deliziose. Tutto l’opposto è il fratello minore Jannik (Nikolaj Lie Kaas), ribelle, reduce dalla galera, in rotta col padre e con ogni regola. Ma Michael l’ha sempre protetto e, dovendo partire nel contingente Onu per l’Afghanistan, vuole lasciare le cose a posto. Pochi giorni dopo l’arrivo, il suo elicottero viene abbattuto e lui fatto prigioniero dai talebani. In patria lo danno per morto, e Jannik, ferito dai genitori che piangono il solo figlio amato, trova nella vicinanza alla famiglia del fratello la molla per uscire dal suo disfattismo: così, lui scopre che la cognata non è quella borghese perbenista che credeva, e lei che il cognato non è solo un ubriacone fallito. L’attrazione, trattenuta e imbarazzata, sfocia in un bacio, ma c’è ben altro in ballo, come l’affetto crescente delle nipoti per quello zio giocherellone così diverso dal padre metodico e prevedibile.
Intanto la prigionia scardina tutti gli equilibri di Michael; liberato dagli americani torna a casa ma non è più lo stesso perché per sopravvivere si è macchiato di una colpa orrenda che non sa perdonarsi. Le figlie temono i suoi sbalzi umorali, la moglie non riesce a penetrare il suo muro di silenzio, lui si sente estraneo al mondo che ha lasciato e alla famiglia e la tragedia esplode quando si convince del tradimento della moglie. 
C’è del marcio in Danimarca, potremmo dire con Shakespeare. Questo sembra dirci (o almeno suggerirci) l’ultimo lavoro di Susanne Bier, interamente made in Denmark e premiato dal pubblico del Sundance Festival. La sceneggiatura (opera della regista e di Anders Thomas Jensen) eredita la solidità psicologica e d’impianto dell’acclamato Open Hearts del 2002, con l’aggiunta però di un pessimismo di fondo, non risolto e controverso, migliorativo rispetto alla pellicola precedente. Lo stile, simil Dogma ma con moderazione, è fatto di dettagli insistiti su visi e occhi (specie del protagonista, per rendere più tangibile il suo estraniamento), di brevi riprese in esterni, impersonali e fredde, contrapposte a lunghe sequenze in interni lievemente claustrofobiche, con una fotografia appena desaturata per sottolineare la cupezza boreale, distante, che scorre in tutto il film. Non tutto sembra essere al suo posto, vuoi per certe alternanze di ritmo, vuoi per i tempi di svolta dei personaggi (troppo breve, ad esempio, è l’intervallo tra la Sarah che detesta Jannik e quella che lo bacia). Ma se si riesce a superare il «disagio» dell’impatto (quello di un’opera impenetrabile, restia a svelarsi, o che lo spettatore non riesce a tradurre) si deve ammettere che il film «sedimenta» proprio grazie al suo non-detto, a quei fugaci dettagli che diventano ellissi inconsce che lo spettatore stesso intuisce e viene spinto a riempire: Jannik proverà a conquistare Sarah o rinuncerà per sempre? e lei, chiarito che non stima poi tanto il marito, lo assisterà nel suo recupero con amore e compassione per la scoperta debolezza di lui? Il finale, poi, che s’apre con la confessione di Michael, porterà al perdono o all’inizio di un dramma più grande? è in questa complessità psicologica, che non cerca consolazioni e lascia le questioni aperte, che va riconosciuta la maturazione della Bier, una complessità prudente, forse non spinta alle estreme conseguenze, ma coraggiosamente pessimista perché l’unica morale che offre è che gli uomini sono isole incomunicabili, soli, vili e deboli. (salvatore vitellino)  

Basic

Cos’è successo durante l’ultima esercitazione del gruppo guidato dal sergente Nathan West? Perché i soldati dell’esercito statunitense si sono ammazzati l’un l’altro? Il comandante della base da cui il plotone era partito non sa che pesci pigliare e per condurre le indagini convoca un ex militare diventato agente della narcotici, temporaneamente sospeso dal servizio a causa delle sue equivoche amicizie. Assieme al capo della polizia militare dovrà interrogare gli unici due sopravvissuti e pervenire a una soluzione. Ognuno fornirà la propria verità ma cos’è accaduto veramente?

Un po’ thriller, un po’ film di guerra, la nuova pellicola di John McTiernan, il regista di
Die Hard,
riesce perfettamente nel suo dichiarato intento: tenere il pubblico con il fiato sospeso fino all’ultimo istante. I colpi di scena si susseguono a buon ritmo e quando la verità sembra a portata di mano, ecco un elemento che sposta gli equilibri e fa ripartire la giostra delle ipotesi finché un finale talmente a sorpresa da risultare eccessivo non manda tutti a casa. John Travolta e Samuel Jackson, i memorabili gangster di
Pulp Fiction,
sono un detective che ne ha viste troppe e un sergente di ferro stile
Full Metal Jacket,
ottimamente scelti dal regista per interpretare i due ruoli cardine del film. Se la cava bene anche Giovanni Ribisi nel ruolo di un soldato sopravvissuto alla strage mentre Connie Nielsen è un capitano troppo algido e affascinante per non risultare stereotipato. Eccessivi, secondo la stampa americana, anche il numero e la tipologia dei colpi di scena partoriti dalla fantasia dello sceneggiatore James Vanderbilt. Può darsi, ma
Basic
è un film godibile, ben confezionato e persino
politically correct.
Serve altro?
(maurizio zoja)

Mission to Mars

Opera incredibilmente piatta che narra di una missione esplorativa su Marte nell’anno 2020, scandita da incidenti, tragedie e alcune strabilianti scoperte cosmiche. Il film adotta un approccio realistico che presto indebolisce il tutto, con un climax fin troppo didascalico, per quelli che ancora non hanno capito 2001: Odissea nello spazio. Frequente comparsa di marchi commerciali come Dr Pepper. Armin Mueller-Stahl compare non accreditato. Panavision.