Armageddon – Giudizio finale

Apertura col botto, poi si continua con l’appassionante (anche se improbabile) storia di un esperto di perforazione petrolifera a cui viene affidato il compito di salvare la Terra, minacciata da un enorme asteroide in caduta libera. Ma dopo un po’ tutto diventa prevedibile, e piano piano il divertimento iniziale lascia il posto alla noia. La versione “director’s cut” dura 153 minuti.

Falso tracciato

Negli Usa non ci hanno sputato sopra, e hanno anzi ventilato dei paragoni con
M.A.S.H.
. Perché viene descritto un gruppo di controllori di volo che sono dei cretini totali, interessati solo a battere record, gonfiare i muscoli e cornificarsi a vicenda. Peccato solo non sia una satira, e non ci sia la minima ironia nella descrizione dei personaggi. Cusack è un bulletto che entra in crisi quando arriva un nuovo collega, Thornton: il quale non solo va in giro con una penna in testa perché è mezzo indiano, ma è anche molto più spericolato e ha una moglie (Angelina Jolie) molto più giovane e sexy. Siccome il budget è ridotto, non succede nessun disastro aereo. In compenso nell’ultima mezz’ora il film prende due svolte: prima New Age (con Thornton che, con un’esperienza estrema, riaggiusta i chakra di Cusack), e poi romantica (con Cusack che si fa passare alla radio la moglie che sta viaggiando in aereo, e le canta una canzone). Da non crederci. Soprattutto per i nomi coinvolti.
(alberto pezzotta)

L’uomo che non c’era

Estate 1949, Nord della California, immagini in bianco e nero e voce fuori campo. Ed (Thornton) da sempre lavora nella bottega di barbiere di suo cognato Frank, uno che parla moltissimo. Ed, invece, è molto silenzioso, fuma e basta. La sera torna a casa dalla moglie, Doris (Mcdormand), prepotente, traditrice e ambiziosa. Ed lo sa, ma lascia correre. Un giorno si imbatte in un uomo che ha la scoperta del secolo in mano, ma gli servono diecimila dollari per aprire la prima tintoria con lavaggio a secco. Ed vede uno spiraglio di miglioramento per la sua vita e così ricatta l’amante di sua moglie per farsi dare i soldi. Le cose precipitano e perde il controllo. Premiato all’ultimo Festival di Cannes per la migliore regia, L’uomo che non c’era è un gran bel film, la solita perla dei fratelli Coen. Amaro, poetico, a volte surreale, cinico, duro e ironico. Billy Bob Thornton ormai sembra inarrestabile, non sbaglia mai un ruolo e Frances Mcdormand, ritornata sotto la regia del marito Joel Coen, dopo l’Oscar conquistato per Fargo , è perfetta. Come ogni volta la fotografia di Roger Deakins è impeccabile ed emozionante e questa volta, dopo i colori caldi di Fratello dove sei? , ha interpretato bene un suggestivo bianco e nero. L’idea del film era venuta ai fratelli Coen ai tempi di Mister Hula Hoop nel 1994 e doveva essere realizzato prima di Fratello dove sei? , ma gli impegni di George Clooney hanno fatto invertire gli ordini di precedenza. I Coen, nella scrittura della sceneggiatura, si sono ispirati ai romanzi di Cain, in cui la gente normale è protagonista e dove, dietro tutta quella banalità e normalità, a volte si cela l’incredibile. (andrea amato)

Dead Man

Un contadino, nell’Ottocento, va a cercare lavoro in un paese di frontiera. Quando però viene cacciato, uccide il figlio del datore di lavoro e scappa nella foresta… Di certo il miglior film di Jarmusch, probabilmente uno degli esiti più alti degli anni Novanta. Come molti di questo decennio, un film che canta la fine: ma una fine non più malinconica e nostalgica, ribelle o violenta, come era stata in Coppola, Hill o Peckinpah. Qui siamo dopo la morte di Hollywood, e non importa neanche più il western. Il tempo è quello della fantascienza, la lentezza sembra quella di 2001 (il lavoro sullo spazio-tempo di Dead Man è uno dei più estremi della storia del cinema statunitense). Oltre la frontiera e il gotico americano, oltre Melville e oltre America di Kafka, dalle parti forse di Gordon Pym, il commesso viaggiatore Johnny Depp ci guida per mano verso la morte dell’Occidente e non solo dell’America. Sacerdoti di questa fine sono gli spettri dei nativi, perché nemmeno nella natura c’è speranza, mentre tutti muoiono uccidendosi tra loro come nel finale di Fratelli , altro coevo film epocale. Perfetto Johnny Depp, splendide le musiche di Neil Young, essenziale il bianco e nero di Robby Müller. Un capolavoro nichilista. (emiliano morreale)

The Ice Harvest

La vigilia di Natale, l’avvocato Charlie Arglist (John Cusack) si prepara a spiccare il volo da Wichita, nel Kansas, con un bel gruzzolo sottratto a un pezzo da novanta della malavita di Kansas City. Ma una serie di imprevisti mettono seriamente e rischio i su

Babbo Bastardo

Due lestofanti si fanno assumere in un grande magazzino e, vestendo i panni di Babbo Natale e di un elfo, si impegnano per svaligiarlo durante la notte di Natale. Le cose cambieranno quando i due incontreranno un simpatico bambino che gli spiegherà il vero significato della festa più attesa dell’anno.
Già regista dell’ottimo Ghost World (2001), Terry Zwigoff stavolta se la prende con i buoni sentimenti che fra qualche settimana ci investiranno con puntualità inesorabile: quelli legati al Natale. Un Billy Bob Thornton tutto sommato a suo agio anche in una commedia regge con efficacia il ruolo dell’emarginato che, fra cattiverie assortite e battute di grana grossa, approfitta della festa più attesa dai bimbi per guadagnarsi la pagnotta in maniera disonesta. Prodotto dai fratelli Coen («da un’idea dei fratelli Coen», strilla furbamente la locandina) il film rappresenta una validissima alternativa ai classici film natalizi che anche quest’anno non mancheranno di invadere le sale. Peccato solo che esca con anticipo eccessivo e che, a meno di miracoli, difficilmente a Natale sarà ancora nei cinema. John Ritter, al suo ultimo film, è il gestore del negozio. (maurizio zoja)

Love Actually

Mancano quattro settimane al Natale… E succedono tante cose, si intrecciano tante storie, nella Londra di oggi. C’è David, il Primo Ministro (scapolo) che, appena insediato a Downing Street, allunga gli occhi sulla sua responsabile del catering, Natalie, una ragazza grassottella che infila una gaffe dopo l’altra. C’è Daniel, il vedovo fascinoso, che sogna Claudia Schiffer ed educa sentimentalmente il figliastro Sam, dieci anni, senza mamma ma distrutto per amore di una coetanea. C’è Jamie, lo scrittore, che sorprende a letto la fidanzata con il suo (di lui) fratello, va a vivere in uno chalet in riva al lago e perde la testa per la cameriera portoghese Aurelia. C’è Karen, la sorella del Primo Ministro, non più giovanissima, che trova nella tasca del marito, Harry, una collana d’oro, crede che sia il suo regalo di Natale ma quando apre il suo pacchetto sotto l’albero trova un disco di Joni Mitchell. Capisce (ma no?) che la collana era per Mia, la giovane collega belloccia del marito… C’è la pop star Billy Mack sul viale del tramonto che azzecca il rifacimento di una canzone, scala le classifiche, ne fa di tutti i colori e scopre di amare Joe, il suo manager grassoccio… E poi c’è il ragazzino con il mito degli Usa (meglio, delle donne Usa), la ragazza che da due anni e passa muore dietro al collega, il ragazzo innamorato della neosposa del suo miglior amico… Poi arriva Natale… E tutti i desideri, tutti i sogni diventano realtà.
Ecco la stucchevole, scontata e banalotta commedia di Natale all’insegna dell’«amore che trionfa» e del buonismo più mieloso. Firmata da Richard Curti, lo sceneggiatore del ben più godibile Quattro matrimoni e un funerale (ma anche de Il diario di Bridget Jones, Notting Hill e di molti Mr. Bean). Già l’inizio, per la verità, non promette nulla di buono con tutta una serie di frasi amorose da far impallidire i baciperugina. Poi tutte le storie – dieci, se ne perde il conto – che si intrecciano e che, dalla prima inquadratura, fanno capire senza il minimo dubbio come andrà a finire. All’insegna del già visto. Il tutto scandito dalle settimane che passano e che ci avvicinano fatalmente al Natale con la prevedibile cascata finale di melassa. Che, tra l’altro, non arriva mai, perché – massimo del sadismo – il film dura due ore e un quarto. Beh, comunque c’è anche qualcosa di buono: il cast, ovviamente. Una parata di stelle e di bellezze. Da Hugh Grant a Colin Firth, da Liam Neeson a Billy Bob Thornton (odioso presidente Usa), da Rowan Atkinson ad Alan Rickman, per quel che riguarda gli uomini. Ed Emma Thompson, Keira Knightley, Claudia Schiffer, Laura Linney, tra le attrici. Grazie a loro, qualche battuta (poche) fa finalmente ridere e grazie a loro almeno ci si rifà gli occhi. Ci si domanda perché tanto dispiego di forze per questo filmetto. Che piace agli (alle) adolescenti sognatori e alle persone romantiche (ma molto, molto romantiche…). Gli altri possono risparmiarselo. (d.c.i.)

Monster’s Ball – L’ombra della vita

Nel Sud degli Stati Uniti, dove ancora i pregiudizi razziali sono forti, le vite di molte persone si incontrano, si scontrano e cambiano. Hank e Sonny sono padre e figlio, entrambi secondini del penitenziario di Jackson, sono addetti al braccio della morte ed è imminente l’esecuzione della condanna a morte inflitta a Lawrence. Hank (Billy Bob Thornton) odia suo figlio (Heath Ledger) perché gli ricorda la moglie, lo vede debole, non riesce a comportarsi come lui vorrebbe, come suo padre (Peter Boyle) ha preteso da lui. L’esecuzione di Lawrence li mette definitivamente in conflitto. Parallelamente la famiglia del condannato, la moglie Leticia (Halle Berry) e il figlio Tyrell, vive con angoscia quel momento. Altre tragedie colpiranno entrambi i nuclei familiari, fino a far incontrare Hank e Leticia, un incontro che cambierà entrambi, in una sorta di mutuo soccorso. Halle Berry, premiata al Festival di Berlino con l’Orso d’Argento e agli Oscar come migliore attrice protagonista, ha finalmente fatto il salto di qualità, regalando una prestazione matura e convincente. Stesso discorso per Billy Bob Thornton, quest’anno magistrale interprete di
Un uomo che non c’era
(dei fratelli Coen), ma snobbato da nomination e premi vari. Il film è forse un po’ troppo pieno di eventi drammatici e prima di arrivare al nocciolo della questione ci sono già troppi morti sul piatto. La regia ha qualche sbavatura e la fotografia non è molto azzeccata, non riuscendo a trasmettere la luce del Sud. Da antologia la scena di sesso tra i due protagonisti.
(andrea amato)

Bandits

Due evasi, uno duro come una roccia (Bruce Willis) e l’altro ipocondriaco e nevrotico (Billy Bob Thornton). Decidono di mantenersi rapinando banche, ma non con le solite pistole: «Fermi tutti questa è una rapina», bensì andando a casa del direttore della banca la notte prima del colpo. Da questo vengono chiamati la Banda della buonanotte. Il loro grande progetto è andare a vivere in Messico rilevando un hotel. Tutto fila liscio, diventano star televisive, la gente impazzisce per loro, quasi fossero dei novelli Robin Hood. Ma a un certo punto si mette di mezzo una donna (Cate Blanchett), insoddisfatta dalla sua vita piatta, annoiata e arrabbiata. Lei si innamora di tutti e due e loro iniziano a litigare, fino a quando… Commedia leggera con un po’ di azione e molto umorismo. Non ha picchi di genialità, ma si mantiene sempre su un livello medio accettabile. Bravissimo Billy Bob Thornton nei panni del nevrotico, un po’ sottotono Bruce Willis. Funzionale il gioco di montaggio voluto dal regista Barry Levinson (
Good Morning Vietnam, A cena con gli amici
), che basa la narrazione sui flashback.
(andrea amato)

Alamo

«Ricordatevi di Alamo». Con questo grido il generale Sam Houston incitava i soldati texani alla vendetta contro l’esercito messicano guidato dal dittatore Santa Ana e reo di aver massacrato i compagni asserragliati nel forte di Alamo. Era il 21 aprile del 1836 e Houston si accingeva a entrare nella storia sconfiggendo Santa Ana nella battaglia di San Jacinto e aprendo la strada all’indipendenza del Texas. Eppure, i veri eroi texani non furono i combattenti guidati da Houston ma i circa 200 valorosi, tra quali il leggendario Davy Crockett, che decisero di difendere Alamo contro un esercito di 2400 uomini e nonostante l’esplicito invito del generale ad abbandonare la postazione.
Fin qui la storia. Raccontata centinaia di volte, imparata a memoria da ogni buon americano, celebrata dal cinema non meno che dai fumetti e rispolverata dal regista John Lee Hancock per esaltare ancora una volta lo spirito americano. «Questo è un buon periodo per analizzare il patriottismo senza sciovinismo», ha infatti dichiarato Mark Johnson che, con Ron Howard, è tra i produttori del film.

C’è bisogno di eroi, insomma, e nessun luogo della (corta) memoria americana è in grado di offrirne più della mitica Alamo. Peccato soltanto che una simile lodevole iniziativa si perda in un film dalla regia incerta e dai dialoghi puerili, che tenta di analizzare il lato umano dei suoi eroi da fumetto, riuscendo soltanto a precipitarli nel patetico. Peccato anche per un cast di prim’ordine, almeno sulla carta, che vede Dennis Quaid e Billy Bob Thornton smarrirsi in un drammone storico dai contorni netti come quelli di un cartone animato, in cui i buoni sono redenti e vincenti e i cattivi condannati e puniti. E questo nonostante qualche raro momento di autocritica («perché stai con gli americani?» chiede uno dei suoi al nativo messicano Juan Seguìn «Santa Ana in fondo vuole solo il Messico, questi vogliono tutto il mondo») e il sorriso ironico e disincantato di Thornton-Davy Crockett, l’unico che riesce a regalare qualche, seppur contenuta, emozione.

Ricordatevi di Alamo e dimenticatevi di questo film che, non pago di annoiare lo spettatore, osa anche infliggergli una mezz’ora di troppo per un finale davvero intollerabile.

(sarah massa)

Levity

Manual Jordan esce di prigione. Ha scontato diciannove anni per avere ucciso in gioventù un ragazzo, Abner Easley era un giovane studente che lavorava come commesso nel negozio che Manual e altri due suoi compari volevano rapinare. Da allora il commesso è diventato una presenza costante nella sua vita. Ora che è uscito dal carcere, Manual si trova faccia a faccia con il passato. Entra in contatto con la sorella della sua vittima, cerca di instaurare un rapporto con lei senza svelare la sua identità. Intanto lavora come custode presso un centro sociale gestito dal pastore Miles…

Può un uomo che ha commesso il più atroce dei crimini riabilitarsi con la società e con se stesso? Questo l’interrogativo che il film sembra porre. Una storia sulla redenzione dei peccati che si mette dalla parte di Caino, analizzando il suo percorso. Una strada lunga per chi si trascina il peso del rimorso. Il protagonista non può tornare indietro nel tempo ma può aiutare gli altri a non commettere i suoi stessi errori. La pellicola porta a galla anche il problema della rieducazione del criminale: Caino può essere più utile se gli viene permesso di aiutare il suo prossimo. Dal macrocosmo della società, che deve essere protetta e rassicurata, l’obiettivo si sposta sul microcosmo della singola vita umana, che deve essere recuperata, sulla pecorella smarrita che deve essere ritrovata. Dal punto di vista tecnico,
Levity
è un film di istantanee con una bella fotografia. Diciannove anni di prigione sono angoli, muri, soffitti, uno spazio troppo piccolo per un ricordo in movimento. La lentezza è palpabile. Billy Bob Thornton offre il suo viso, le sue espressioni, i suoi capelli lunghi e grigi. E tutto questo basta. Il carcere limita i suoi movimenti e appesantisce i suoi muscoli. La leggerezza diventa un bene inestimabile, l’oro per l’anima e il corpo. In questo senso Thornton ci fornisce un’altra grande prova recitativa. Il regista non riesce però a evitare un finale scontato e il film perde quota in dirittura d’arrivo anche perché vengono un po’ sprecate le potenzialità di personaggi come il pastore Miles (Morgan Freman), lasciando un po’ d’amaro in bocca allo spettatore.
(francesco marchetti)