L’alba del giorno dopo

Agghiacciante. Roland Emmerich, regista di
Independence Day, Godzilla e Stargate,
sforna una pellicola fatalmente indirizzata verso le vette delle classifiche. Siamo dichiaratamente nel genere catastrofico ma se in
Independence Day e Godzilla
erano forze ultraterrene a scatenare l’apocalisse, in
The Day After Tomorrow
siamo noi tutti, coi nostri inquinamenti, a scatenare una nuova glaciazione che ricopre in quarantott’ore tutto l’emisfero nord del pianeta con una spessa coltre gelata. Ma procediamo con ordine…

Il professor Jack Hall (Dennis Quaid), paleoclimatologo, è convinto che la Terra sia sull’orlo di una nuova glaciazione per effetto dell’improvviso distacco di una placca antartica estesa quanto il Rhode Island. I fatti gli danno ragione. Nuova Delhi viene paralizzata da un’eccezionale nevicata, tremendi uragani squassano i grattacieli di Los Angeles, Tokyo è bombardata da chicchi di grandine grandi come ananas. Ed è solo l’inizio della fine: New York, dove il figlio del professor Hall (Jake Gyllenhaal) si trova con alcuni compagni di liceo per una gara di abilità, viene sommersa da uno
tsunami,
un’onda gigantesca, restando poi intrappolata nel ghiaccio. Contro ogni raccomandazione, Jack parte al salvamento del figlio, mentre il mondo intero corre ai ripari come può e i popoli del nord del mondo premono sulle frontiere del sud per salvarsi dalla stretta mortale del gelo.

Dopo aver scomodato alieni e mostri, il regista di origine tedesca Roland Emmerich scommette ancora sulle emozioni forti, scodellando una parabola apocalittico-ambientalista che ripropone il tema
dell’armageddon
climatico. Ciò che più sgomenta non sono le atmosfere cupe e raggelate, gli effetti speciali e la tensione dell’azione, ma la consapevolezza che, benché nella finzione tutto risulti volutamente velocizzato, i processi di riscaldamento globale e di scioglimento delle calotte polari sono davvero in atto. In altre parole, se questo è l’andazzo globale, ci toccherà (toccherà
a noi)
– ed è l’unica scena del film che salviamo a futura memoria – andare a bussare alle porte dei popoli del sud del mondo e pregarli di prenderci con loro anche se extracomunitari privi di permesso di soggiorno. Agghiacciante (ma istruttivo). Nelle sale dal 28 maggio.

(enzo fragassi)

Wimbledon

Peter Colt (Paul Bettany) è un tennista di livello internazionale. Anzi, sarebbe meglio dire un perdente di livello internazionale. Giovane promessa che non ha mai sfondato, langue infatti ai margini delle classifiche ATP da diversi anni; ora, superata la trentina, sta pensando al ritiro.

Colt riesce però a ottenere un’ultima possibilità: una
wild card
per partecipare al torneo più prestigioso del mondo, quello di Wimbledon, e cercare di chiudere la carriera nel modo migliore possibile. Fra un match e l’altro, la sorte gli farà conoscere la giovane americana Lizzie Bradbury (Kirsten Dunst), astro nascente del circuito professionistico. Fra i due, inevitabilmente, sboccerà l’amore. Ma gli impegni sportivi sono destinati a mettere i bastoni fra le ruote alla loro relazione…

Wimbledon
è una pellicola senza troppe pretese, destinata a un pubblico che ricerca un puro intrattenimento. Una commediola romantica che soddisferà gli spettatori che sapranno entrare in sala nel giusto
mood
.

Si tratta infatti di un prodotto onesto, che si avvale innanzitutto di una sceneggiatura spesso spassosa. Le scene più godibili sono certamente quelle che vedono protagonista lo scalcinato agente/procuratore di Peter, Ron, interpretato da Jon Favreau, attore molto simpatico e con un volto azzeccatissimo. Del resto, lo sceneggiatore Adam Brooks si era già appoggiato molto sul carisma di un singolo attore ai tempi del divertente
French Kiss
, il cui protagonista era Kevin Kline, certamente uno dei più grandi attori brillanti dell’ultimo ventennio.

I due protagonisti, belli e atletici quanto basta, completano un cast scelto con una certa cura; ne fa parte anche il poco espressivo Sam Neill, che interpreta il padre della bella e impossibile Lizzie (e fa sempre più o meno le stesse facce sorprese di quando vedeva fuggire dalle gabbie i tirannosauri di
Jurassic Park
…).

Gli schemi della commedia sentimentale sono appena leggermente variati dalla caratterizzazione di perdente del protagonista, vero motore della vicenda, e arricchiti da qualche tocco di qualità: da segnalare il cameo del grandissimo John McEnroe, uno dei più grandi eroi di Wimbledon di tutti i tempi. In ogni caso, le particolarità del film si fermano qui: gli autori non hanno certo calcato la mano, infarcendo la storia di carrettate di scene sentimentali più o meno già viste e provvedendo a ricoprire di melassa il (lietissimo, naturalmente) finale. 
Solo per gli amanti del genere, in definitiva, o al massimo da vedere con gli amici e le amiche del circolo del tennis.
(michele serra)

The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo

Quaid prova a convincere i suoi superiori a Washington (incluso un sosia di Dick Cheney) che i meteorologi sono nel giusto e che sta per verificarsi — a causa dell’effetto serra — una catastrofe su scala mondiale, con tutto il corollario di onde anomale, tornado, spostamenti dei ghiacci, ecc. Alla fine dovrà aprirsi la strada in una Manhattan alluvionata per salvare suo figlio (Gyllenhaal). I personaggi sono piacevoli, i dialoghi non stupidi e gli effetti spettacolari: in altre parole, un sano film catastrofico secondo la vecchia ricetta. Super 35.