L’importanza di chiamarsi di Ernest

Jack Worthing (Colin Firth) ha un segreto, una doppia vita. In campagna da uomo morigerato, tutore di una giovane donna molto ricca, in città libertino, frequentatore di locali e bische. Per scappare dalla campagna si è inventato un fratello scapestrato che vive a Londra, Ernest. In città ha un amico, Algy Moncrieff (Rupert Everett), sempre in bolletta e amante della bella vita. Algy chiede di incontrare la pupilla di Jack per sposarla, fingendosi poi il famoso fratello Ernest. Jack a sua volta vuole sposare la cugina di Algy. A creare problemi c’è la zia di Algy, Ogasta (Judi Dench), e il particolare che le due promesse spose desiderano esclusivamente uomini che si chiamano Ernest. Tra equivoci e humour inglese una piacevole commedia, brillante, dove la modernità di Oscar Wilde è ben evidente e dove gli attori, soprattutto i due protagonisti maschili, fanno il resto. La «delicata bolla di fantasia», come il grande autore dandy l’aveva definita, riesce, anche per la durata contenuta della pellicola, a mantenere l’attenzione dello spettatore tra una risata e l’altra. Una nota in più per le scene e la fotografia.
(andrea amato)

Frenzy

Richard Barney viene scambiato per un maniaco omicida, Bob Rusk, che ha ucciso diverse donne, tra le quali l’ex moglie del sospettato. Riuscito a fuggire di prigione, l’uomo si mette sulle tracce del vero assassino. Tornato in Inghilterra (a più di vent’anni da
Sotto il capricorno
), Hitchcock realizza un thriller alla sua maniera, sebbene più esplicito e violento dei suoi precedenti. Il divertito compiacimento nel mostrare i delitti rendono infatti il film leggermente ambiguo moralmente, ma anche decisamente memorabile. Ineccepibile (e cinica) l’idea del regista di usare donne poco attraenti nei ruoli delle vittime: secondo Hitchcock in questo modo il pubblico non si sarebbe dispiaciuto troppo per la loro morte.
(andrea tagliacozzo)