Le conseguenze dell’amore

Titta Di Girolamo
(Toni Servillo)
è un uomo laconico, solo e misterioso. Da otto anni vive nel bell’albergo di un’anonima cittadina della Svizzera italiana. Passa le giornate al bar, fumando e annotando propositi per il futuro in un block notes, attirando la curiosità della barista
(Olivia Magnani).
La sera, gioca a carte con una coppia di attempati nobilotti rovinati dal gioco e passa le notti insonne, ad ascoltare i vicini di stanza. Otto anni così, assorbito in un’atroce e metodica ripetizione che lo ha inaridito: paga puntuale ogni primo del mese, da 24 anni si fa di eroina una volta a settimana, e una volta l’anno si fa sostituire tutto il sangue. Fa anche altro: ogni tanto porta in una banca valigie con milioni di dollari che fa contare a mano dai dipendenti perché «non vuole smettere di avere fiducia negli uomini». Nulla sembra incrinare l’edificio cinico del suo ordine. Ma il Caso opera le sue rivoluzioni con i fatti più semplici, come la replica piccata della barista che lui ignora e non saluta da due anni.

Così, per un uomo che si è autoesiliato dal mondo (perché tanto «fuori non c’è niente»), privo d’immaginazione e alieno ai cedimenti emotivi (perché teme le conseguenze dell’amore), per il suo effimero equilibrio con cui protegge un segreto inconfessabile, l’incontro con una ragazza ordinaria – che nulla ha da offrirgli se non la remota possibilità di un amore improbabile (che lui non sa costruire e prova a comprare con una decappottabile di lusso) – rappresenta un detonatore dalle conseguenze tragiche. Tragiche perché la vita di Titta non gli appartiene più: dieci anni prima era un commercialista che investiva in borsa, e dopo una transazione sfortunata per Cosa Nostra è stato confinato in quel limbo a riciclare il loro denaro sporco, perdendo la famiglia e il futuro.Tragiche perché Titta è un idealista timido ma coerente che vuole riappropriarsi della sua vita: sfida Cosa Nostra per fuggire con la barista, e quando lei non verrà (un altro tranello innocente del Caso), poiché non crede alla sfortuna («è un’invenzione dei falliti e dei poveri») si erge a beffardo riparatore di torti (omaggia i nobili decaduti dei milioni che aveva sottratto ai mafiosi per rifarsi una vita con la ragazza) e trova il coraggio di andare incontro a una morte rocambolesca.

In un mondo in cui non ci sono eroi e morali, il riciclatore, che vive in una terra di mezzo (non si può dire che sia un drogato ma ha a che fare con la droga, non è un mafioso ma la fiancheggia), non può salvare nessuno e nemmeno se stesso se non, forse, morendo addirittura per vecchi e desueti ideali come l’amore e l’amicizia perenne (commovente la speranza finale che il suo amico d’infanzia, tecnico dei piloni della luce in Trentino, ogni tanto si immalinconisca pensando a lui).

Una storia pura e lineare, costruita come un teorema geometrico, che (r)innova la fiducia nell’amore malgrado le sue imprevedibili conseguenze. Fluida la regia di Sorrentino (abile con poco a rendere il senso di attesa nel vuoto) e strepitoso Servillo, che sa offrire il ritratto di un perdente tremendamente umano nel suo orgoglio. Da vedere.

(salvatore vitellino)

Denti

Sergio Rubini ha due incisivi enormi e una compagna bella e aggressiva che, nel corso di una lite, si premura di spezzarglieli. La peregrinazione da un dentista all’altro alla ricerca di un rimedio si trasforma in un viaggio allucinato alla ricerca della felicità e di una nuova vita. Come al solito, con Salvatores, ci si ritrova alle prese con un film e un cineasta divisi da una profonda incomprensione. Da un lato il regista profondamente legato agli anni Settanta (Procol Harum & co.), dall’altro l’intellettuale che tenta in tutti i modi di sintonizzarsi sulle nuove emergenze tecnologiche e linguistiche. In mezzo, un vuoto pneumatico di idee che un florilegio di stili non riesce a nascondere: anzi denuncia crudelmente. Ma poi, nella vicenda odontoiatrica del film, qualche idea potrebbe pure esserci. Salvatores intuisce che il cinema che conta oggi si gioca tutto sulla sparizione del campo: sull’immanenza dell’immagine autosufficiente e senza profondità, sull’abolizione del fuori-campo. E fin qui ci siamo. Salvatores intuisce gli snodi cruciali del raccontare per immagini oggi. Sa come manipolare suoni e montaggio, anche se il prologo (in perfetto stile
Pink Floyd Live at Pompei
) dice tutt’altro sul Nostro… Ma, come ogni buon contenutista della sua generazione, non riesce ad accettare la libertà che il vuoto necessariamente comporta. Salvatores, insomma, non riesce a far cinema dopo «la morte del cinema» e quindi si aggrappa inutilmente alla parola nella sua forma più deteriore: la sceneggiatura.
Denti
, invece di inebriarsi del nulla che lo costituisce e che solo avrebbe potuto salvarlo, arretra terrorizzato e cerca redenzione in un inquietante psicologismo d’accatto (viva la mamma…). Errore di prospettiva e di metodo. Il flusso visuale post-cinematografico, infatti, non è l’equivalente del flusso di coscienza di Joyce, di Svevo, di Musil. Non basta smontare la linearità della narrazione per ritrovare la vertiginosa profondità della parola-sonda che rivela mondi e sentimenti. La contraddizione di
Denti
, film di pure superfici, è di voler annullarsi in una parola in grado di orientare il flusso delle immagini. Il suo fallimento è tutto racchiuso in questo cortocircuito: la parola non può redimere l’immagine e l’immagine ormai viaggia senza la parola. In questo senso, la letteratura del Novecento non solo ha anticipato il cinema, ma si è spinta in regioni che sono e saranno sempre restie al
visuel
. Al cinema (quel che ne resta…), per trovare una nuova forma di verginità linguistica, non rimane altro che dover giocare con i simulacri della propria finitezza. Salvatores invece continua a parlarci di corpi addirittura pre-cinematografici, con un linguaggio che invece si vorrebbe giunto alla fine stessa delle immagini.
(giona a. nazzaro)

Goodbye e amen – L’uomo della C.I.A.

L’agente della C.I.A. John Dhannay è a Roma per organizzare un attentato politico in un Paese africano. La sua missione è disturbata però da un suo amico, funzionario dell’ambasciata americana, che, dopo aver informato un emissario del Paese in questione, si barrica con due ostaggi in una stanza dell’Hotel Hilton. Dal romanzo «Sulla pelle di lui» di Francis Clifford, un dignitoso film spionistico all’americana reso efficace soprattutto dalla solidità della regia di Damiano Damiani.
(andrea tagliacozzo)

Il nascondiglio

22 dicembre 1957. Nel corso di una violenta tormenta di neve, una grande casa isolata in una cittadina dell’Iowa è sconvolta da un terribile delitto. Cinquantacinque anni dopo, in quella medesima abitazione rimasta chiusa per mezzo secolo, una donna di origini italiane decide di aprire un ristorante. È appena uscita dalla clinica psichiatrica dove è stata ricoverata per quindici anni in seguito al suicidio del marito, ed è decisa a costruirsi una nuova vita, ma non appena mette piede nell’edificio, i fantasmi del passato tornano a tormentarla.

Sembra un horror anni Settanta, con un cast di caratteristi dolorosamente invecchiati. Ma Avati evita il soprannaturale e sceglie la soluzione più crudele, beffando la sua eroina. Anacronistico e con varie ingenuità, è privo del sentimentalismo vischioso di un regista a cui preti e suore, inconsciamente, fanno più paura dei fantasmi.