Mumford

Sono anni che Lawrence Kasdan sembra aver rinunciato a realizzare film di grande richiamo commerciale. E tutto sommato le scelte più discrete del celebrato autore de
Il grande freddo
e
Silverado
lo hanno condotto a quelle che sono apparse, a un’analisi scevra da mode generazionali, le sue opere migliori:
Turista per caso
e
Grand Canyon
. È in quest’alveo più impervio e meditativo, seppure con toni più leggeri e con accenti esistenziali meno pretenziosi, che si colloca
Mumford
. In questo lavoro, interpretato da attori di non particolare richiamo, è concentrata tutta la tendenza del regista-sceneggiatore a concedersi il tempo necessario per svolgere la vicenda sul piano della descrizione ambientale e caratteriale. Il film è scritto talmente bene, con dialoghi che scivolano con noncurante eleganza e con personaggi che prendono possesso della scena con estrema naturalezza, che lo stesso sviluppo della storia è subordinato a tale indugio e non scopre le carte per almeno mezz’ora. L’analista Mumford opera nell’omonima ridente cittadina americana e con i suoi pazienti non si comporta esattamente come uno psicologo modello: li manda via prima che il tempo della seduta sia scaduto, si spazientisce nell’ascoltare sempre le stesse fantasie erotiche, dice con molta franchezza ai pazienti quello che pensa, racconta a chiunque – e specialmente a un’amica barman – i problemi delle persone che ha in cura. Il film sembra non voler imboccare alcuna strada precisa, trascorrendo con sereno e ironico spirito minimalista. Ma le apparenze ingannano, e la tranquilla facciata corale cela un segreto. Kasdan, che ha in serbo una satira della psicanalisi, conosce molto bene le regole del gioco, ed è la sua sicurezza di scrittore che non gli fa temere di alienarsi la simpatia dello spettatore ridimensionando l’azione e i colpi di scena. Cosicché, quando la trama prende quota, ci si ritrova ad aver familiarizzato con tutti i personaggi. Mumford non è uno psicologo vero, ma un impostore. Da ex agente del fisco corrotto e cocainomane si è creato una nuova identità e una nuova professione, approfittando della capacità di indurre l’interlocutore ad aprirsi, ascoltarlo ed empatizzare con lui. Sarà scoperto, certo, ma la sua lealtà renderà meno grave la condanna. Risolverà pragmaticamente i problemi di tutti i suoi pazienti, e con scarsissimo spirito deontologico accetterà persino l’idea di innamorarsi – ricambiato – di una di loro.
(anton giulio mancino)

K-PAX – Da un altro mondo

Alla Grand Central Station di New Yok durante una rissa si materializza un uomo con gli occhiali scuri. La polizia lo ferma e lo porta in manicomio. Dice di essere Prot (Kevin Spacey) e di venire da K-PAX, un pianeta a mille anni luce dalla noi. È arrivato sulla Terra su un raggio di luce per studiare la popolazione del pianeta BA-3… Lo cura il dottor Mark Powell (Jeff Bridges), il direttore della clinica psichiatrica di Manhattan che si appassiona al caso. Prot è gentile, calmo, buono, simpatico, soprattutto lucido. E porta sempre quegli occhiali scuri perché non tollera la luce. Gli altri pazienti lo ascoltano, seguono i suoi consigli, sperano di ritornare con lui su K-PAX. Perché Prot è qui provvisoriamente, in attesa di tornare il 27 luglio sul suo pianeta dove la famiglia non esiste, dove far l’amore è doloroso… Il dottore scava nel caso. Gli fa anche trascorrere una giornata con la sua famiglia, lo fa analizzare da un gruppo di scienziati che restano di sasso di fronte alle sue nozioni astronomiche, lo sottopone a ipnosi e scopre che quell’alieno è solo un uomo che ha subito una tragedia ed è un evidente caso di sdoppiamento della personalità…

Tratto dal romanzo di Gene Brewer,
K-PAX
parte da una premessa non originale (il matto che si crede un alieno e che viene a studiare gli umani), eppure la storia regge: anzi quel matto che divora la frutta (bucce di banane comprese) e che prende appunti in una strana grafia sembra proprio un extraterrestre che viene qui a farci riflettere su noi stessi. Fino a quando la terapia del dottor Powell non svolta con l’ipnosi, resta il dubbio che Prot venga davvero da K-PAX e che questa sia un’altra bella favola hollywoodiana. La realtà è diversa. Il regista inglese Iain Softly (
Le ali dell’amore
) è riuscito a non scadere nel melodramma (con qualche perplessità sulle scene finali) e nel patetico lacrimoso. Lasciando anche un finale non definitivo. Il messaggio è comunque chiarissimo: non c’è tempo da sprecare nella vita, meglio rendersi conto subito delle cose che contano, perché si può perdere tutto in un lampo. E allora il dottore ripenserà al suo rapporto assente con moglie (una brava Mary McCormack) e bambine e alla totale mancanza di dialogo con il figlio maggiore al college. Bella e curata la fotografia con efficaci giochi di luci e ombre che avvolgono i protagonisti (accattivanti anche gli scorci di Manhattan al di là del manicomio e splendido il New Mexico della parte finale). Strepitoso, come sempre, il pluridecorato agli Oscar Spacey (statuetta come migliore attore in
American Beauty
e come attore non protagonista ne
I soliti sospetti
), perfetto folle con i tic e gli atteggiamenti del malato, ma mai esagerati. Bravo anche Bridges nella parte del razionale psichiatra costretto dall’alieno a riconsiderare la sua vita affettiva. E per una volta nella storia del cinema il manicomio è visto come un ambiente quasi sereno, senza troppe violenze. Il film, che negli Usa è stato giudicato come un remake (o addirittura plagio) della pellicola argentina
Man Looking Southeast
del 1986, ha sbancato il botteghino nelle prime settimane di programmazione.

Beauty Shop

Queen Latifah ritorna nei panni di Gina (che aveva già interpretato in Barbershop 2). Ora è ad Atlanta, madre single: stufa del suo capo, decide di rilevare un negozio e di trasformarlo in un salone di bellezza. Le battute si sprecano. La Silverstone ricopre il ruolo che fu di Troy Garity in Barbershop. Queen Latifah è anche co-produttrice. Panavision.

Grand Canyon

A Los Angeles, s’intrecciano i destini di alcune persone: un avvocato, rimasto fermo con la macchina in un quartiere malfamato, si salva da una banda di giovinastri grazie all’intervento di un meccanico afroamericano; un produttore di film sanguinolenti e commerciali, ferito gravemente alla gamba da un delinquente, decide non realizzare più pellicole che incitino alla violenza. Accolto con perplessità da pubblico e critica, uno dei migliori film di Lawrence Kasdan, lucido e sincero nell’affrontare i temi e le varie sfaccettature che offre la storia, spesso ricorrendo a toni e stili diversi tra loro. Ottimo il cast. Vincitore dell’orso d’Oro al Festival di Berlino.
(andrea tagliacozzo)