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Super Size Me

Negli Stati Uniti e nel resto della parte benestante del globo il problema dell’obesità è già oggi la seconda più diffusa causa di decesso dopo il fumo di sigaretta. Circa il 37% dei bambini e degli adolescenti americani sono a rischio e due adulti su tre sono sovrappeso oppure obesi. Perché, si è domandato
Morgan Spurlock,
scrittore regista e produttore di numerosi
commercial
e video musicali, nato trentacinque anni fa a Parkersburg, West Virginia? La sua risposta – in forma di documentario satirico – ha vinto il premio per la miglior regia al Sundance Film Festival del 2004 ed è stato candidato all’Oscar 2005 nella categoria riservata ai documenti filmati. Spurlock ha individuato nella catena di ristoranti fast-food McDonald’s il principale indiziato dello scempio e ha voluto sperimentare per trenta giorni gli effetti di una McDieta sul suo fisico, fino a quel momento in perfetta forma, grazie anche ai sani manicaretti cucinatigli dalla premurosa (ma un po’ pallosa) fidanzata, di professione chef vegetariana. A furia di panozzi e bibitoni, tra salsine e chilate di zuccheri assunti in forme diverse, con la spada di Damocle del menù
Super Size
– quello che solo i ciccioni più incalliti sanno reggere con disinvoltura – sempre pendente sul cranio, che addestrate sirene del bancone propongono con flautata diabolica disinvoltura, il povero Morgan si mette all’ingrasso come un’oca da paté. E rischierebbe di fare la stessa fine, se tre medici specialisti e una dietologa non lo tenessero costantemente sotto controllo. Durante la rapida trasformazione in McSchiavo, l’autore girovaga in lungo e in largo gli States, intervistando vittime più o meno consapevoli del sogno di Ray Kroc (fondatore di McDonald’s, morto nel 1984 all’età di 82 anni. Le cronache non riferiscono se fosse o meno aduso a consumare i suoi pasti presso uno dei millanta ristoranti del suo impero).

Ora, la domanda potrebbe essere: se McDonald’s si
demecdonaldizzasse,
ci
demecdonaldizzeremmo noi?
In altre e più comprensibili parole: se McDonald’s smettesse di perseguire un modello di alimentazione non salubre e innaturalmente uniforme – «globalizzato» si direbbe – ciò rappresenterebbe la fine di McDonald’s? La risposta è no. E
Morgan Spurlock
lo sa bene. Ecco perché, divertendoci alla visione del documentario da lui realizzato,
Super Size Me,
si è affacciato alla nostra mente un pensiero indecente: vuoi vedere che alla fine vincono tutti tranne loro, quelli che ormai la ciccia ce l’hanno e se la devono portare a spasso ogni giorno? E sì, perché mentre il bravo videomaker raccoglieva le prove per la sua tesi filmata e poi la esponeva nei festival, ricavandone meritate soddisfazioni, la possente catena di fast-food era già intenta in una riconversione di cui oggi possiamo vedere i risultati: menù con insalate e verdure a volontà, frutta fresca in alternativa ai micidiali dolcetti dall’aspetto innocuo ma dal potere calorico di una fornace, tante dichiarazioni di principio e lotta dichiarata all’obesità infantile. Tutto vero? Forse no, ma il processo di
demecdonaldizzazione
è già cominciato. Dunque? Dunque:
che viva McDonald’s compañeros,
mettete dell’insalata fresca nei vostri cannoni.
(enzo fragassi)

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