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Osama

Nella Kabul oppressa dai talebani c’è una madre che tira a campare facendo l’infermiera. Con lei c’è sempre una figlia ragazzina. A casa le aspetta la nonna. Tre donne. E nessun uomo, perché sono tutti morti. Una tragedia nella Kabul dei talebani dove le donne non possono nemmeno uscire di casa da sole. Allora la nonna dice alla nipote che dal giorno dopo si vestirà da ragazzo. Le taglia le treccine. Le adatta i vestiti che erano stati del fratello. E dal giorno dopo Maria (che un amico ribattezzerà Osama) vivrà la sua vita da maschio. Andrà a bottega da un lattaio, finirà nella madrassa per l’addestramento religioso e militare…
Siddiq Barmak è il quarantaduenne regista afghano per la prima volta alle prese con un lungometraggio. Anche se la passione e l’esperienza cinematografica non gli mancano. Oltre a una laurea in cinema all’università di Mosca, è autore di corti. Ma tutti i suoi lavori vennero sequestrati sotto il regime dei talebani. Tanto che si trovò costretto a lasciare prima Kabul e poi riparò in Pakistan. E proprio quando era in esilio a Peshawar lesse su un quotidiano la lettera di un vecchio insegnate che raccontava la storia di una bambina desiderosa di andare a scuola, cosa vietata alle donne. E si era travestita da maschietto. Questa vicenda colpì Barmaq tanto che, rovesciato il regime talebano, ha voluto raccontarla in un film. Il primo film afghano dopo il crollo. Un progetto durato due anni con le ultime riprese girate nel gennaio 2003. La storia è ambientata nel 1996, in piena dittatura degli studenti e dei mullah integralisti, nella periferia di Kabul. Gli attori sono tutti non professionisti, scelti per lo più nei campi profughi. Come la protagonista, Marina, scoperta per strada dove faceva l’elemosina e dopo aver «provato» quasi tremila altre ragazzine. E la storia è agghiacciante. Si sa che in quegli anni le donne non potevano uscire di casa se non accompagnate, non potevano lavorare, non potevano studiare… Ma la realtà documentata così crudelmente e così seccamente è impressionante. Bellissima la fotografia, ma non è una sorpresa: Ebrahim Ghafuri è lo stesso che ha lavorato in Ritorno a Kandhar di Mohsen Makhmalbaf e in Alle cinque della sera della figlia del regista iraniano, Samira (padre e figlia sono stati tra i finanziatori di questa pellicola, la quarantesima di un secolo di cinematografia afghana). Il film duro – a tratti un po’ lento – sulla paura, sull’ingiustizia, sulle assurdità religiose, sul destino ineluttabile e sulla Storia. Senza via di scampo. Una favola senza lieto fine, ma anche un documentario sulla follia di un regime. E sembra di intuire una volontà, come dire, didascalica da parte di Barmaq nell’insistere su certi particolari portati in primo piano (il sandalo della mamma, per esempio). Forse per imprimere nella mente dello spettatore realtà incredibili. «Osama – ha scritto il regista – è la storia amara e tragica della nostra vita. Il periodo più orrendo, quello in cui nessuno aveva il diritto di decidere qualsiasi cosa». Peccato per il doppiaggio della protagonista Maria-Osama: la ragazzina deve avere sì una voce femminile (che non riesce a far diventare roca), ma qui è garrula e (giustamente) lamentosa, ma in modo così accentuato da diventare fastidiosa. Osama ha vinto il Golden Globe 2004 come miglior film straniero, ha avuto una menzione speciale al Festival di Cannes 2003 e la Medaglia Fellini dell’Unesco. (d.c.i.)

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