I

I dolci inganni

Un Lattuada curioso, quasi Nouvelle Vague. Inizia indugiando per alcuni minuti sul risveglio di una quattordicenne Catherine Spaak e prosegue accompagnandola in giro per una Roma altoborghese e svagata, in una giornata alla fine della quale diventerà – psicologicamente e simbolicamente – donna. In alcune parti si proietta troppo netta l’ombra de
La dolce vita
, ma se il film oggi regge è, più che per la pittura d’ambiente, per lo sfasamento imposto dallo sguardo esitante e sensuale del regista, che assume in pieno il punto di vista della ragazzina non limitandosi a porlo come un enigma moderno e amorale (il che invece accade in tutti i film successivi con la Spaak, da
La voglia matta
a
La noia
). Peraltro, l’erotismo de I dolci inganni (che pure fu massacrato dalla censura, con un quarto d’ora di tagli) è tra i più arditi e lampanti di tutto il cinema degli anni Sessanta. Una di quelle pellicole che catturano l’aria del tempo, con pazienza e finta distrazione.
(emiliano morreale)

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