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Confidenze troppo intime

William Faber (Fabrice Luchini) è un consulente finanziario di mezz’età, ha lo studio in casa propria, ereditata dal padre, come il lavoro e la clientela. Un giorno gli si presenta una donna, Anna (Sandrine Bonnaire), esile, nevrotica e fumatrice compulsiva: gli racconta della sua impossibilità di parlare con qualcuno e della crisi col marito. Lui capisce che è stato scambiato per lo psichiatra di quel piano ma, più intrigato che disorientato, non rivela lo scambio di persona. Non ha il coraggio di farlo nemmeno al successivo incontro, quest’improvviso affaccio nella vita di una sconosciuta lo seduce. Del resto tra i due si è instaurata un’insolita fiducia, che non viene meno neanche quando la donna scopre l’equivoco e l’inganno, tanto che poco dopo riprende il loro strano rituale di «sedute» impreviste e confidenze scabrose.
William Faber è un uomo solo, mai sposato, con una ex fidanzata ora sua confidente e unica amica. Anna è una commessa, ballerina mancata, succube di un marito zoppo che non la desidera più e che, per ritrovare la passione, vuole spingerla tra le braccia di un altro uomo. Sta cercando di ritrovare, assieme al marito, la «gaiezza» di lui che l’aveva fatta innamorare, o sta assecondando la morbosa volontà del consorte scegliendo William come vittima? O vuole forse capire cosa è rimasto di se stessa dopo la svolta infelice del suo amore?

William Faber è un abitudinario, non ha mai viaggiato se non per lavoro, e convive, nella protettiva vetustà della sua casa, con l’ordine e i vizi cristallizzati dalla solitudine che Anna scardina: lui ne accoglie le critiche sul look, si rinnova e predispone al cambiamento, ringiovanisce; per lei è più difficile cambiare, ma lui con pazienza la sprona a inseguire vecchi sogni, a credere di nuovo nel futuro. È fatale che s’innamori di quella donna e dei suoi segreti.
Nell’attesa confidente del prossimo incontro, della prossima rivelazione, William Faber si avvicina al vero psichiatra suo vicino, e ne sorbisce (a pagamento) perle di saggezza e consigli terapeutici. Trascura il lavoro, la segue, vive nell’attesa di rivederla. Lei risolve, parte, lui la ritrova e le confidenze si fanno intimità…

Leconte continua a clonare se stesso e i suoi temi feticcio – il voyeurismo sentimentale e l’amore come ossessione (vedi
Il marito della parrucchiera
e anche
L’insolito caso di Mr. Hire),
l’unione salvifica tra due solitudini
(Tandem
e
L’uomo del treno) –
e lo fa con la misura e la delicatezza dei suoi film più riusciti.
Chi lo conosce e ama ritroverà in questa storia «d’amor devoto» tutta l’attenzione lecontiana ai personaggi miti e alle loro debolezze, l’intimismo partecipe del suo sguardo, la poetica del loro riscatto dopo l’incontro con l’altro.

Chi non lo apprezza o non lo capisce solleverà eccezioni sulla coerenza psicologica di Anna, sul lieto fine (che forse contraddice la disillusione strisciante della storia), o sul ritmo e l’umorismo (che non decollano come in una vera commedia). In ogni caso non si può non ammettere che proprio la sceneggiatura scarna e quasi teatrale, gli interni cameristici per sottolineare la vita «claustrofobica» di William, e l’interpretazione imprescindibile di Fabrice Luchini (le cui facce da ragazzo non cresciuto, candido e innamorato, da sole reggono il film), fanno affezionare a questo introverso per antonomasia, capace di rivelare un mondo di romanticismo dimesso ma non per questo meno tenero e commovente. E Leconte amplifica per tutto il film tale emozione di fondo, giocando sulle attese dei personaggi (e dello spettatore), e caricando solo nello sguardo tutto il desiderio di un amore che resta preludio, e si consuma fuori dalla pellicola. Ottimista, e con un retrogusto malinconico che non guasta.
(salvatore vitellino)

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