Holocaust 2000

Un industriale vuole costruire una centrale termonucleare in un paese del Terzo Mondo, ma trova la tenace opposizione di diverse persone che, una dopo l’altra, vengono eliminate in circostanze misteriose. L’uomo a poco a poco si convince che il suo progetto è voluto dal Maligno. Mediocre pellicola demoniaca sul filone de
Il presagio,
uscito l’anno precedente. Si salva a malapena il grande Kirk Douglas.
(andrea tagliacozzo)

Il giardino dei Finzi Contini

A Ferrara, alla vigilia della secondo conflitto mondiale, Giorgio, giovane ebreo, è innamorato della ricca Micol, sua coetanea e correligionaria. La ragazza però rivolge le sue attenzioni a Giampaolo, un comune amico. Intanto incombe la tragedia: le leggi razziali e la guerra sconvolgeranno per sempre le loro esistenze. Elegante (ai limiti dello stucchevole) trasposizione del romanzo di Giorgio Bassani. Il film, pur non essendo uno dei migliori di Vittorio De Sica, vinse l’Oscar 1970 per il miglior film straniero. Rimane comunque una delle cose più convincenti dell’ultimo periodo del regista, caratterizzato da una preoccupante inclinazione verso il patetico. (andrea tagliacozzo)

Morte a Venezia

Ritratto di un artista, dei suoi amori, della sua omosessualità, della sua incessante ricerca della bellezza. Magnifica trasposizione cinematografica del classico (e flemmatico) romanzo di Thomas Mann. Musiche di Gustav Mahler (cui si è cercato di far assomigliare Bogarde). Panavision.

Il Gattopardo

Dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, forse il più celebre dei film di Luchino Visconti. Nel 1860, mentre anche in Sicilia spirano venti di rinnovamento sociale e politico, il principe di Salina vede mestamente crollare il suo vecchio mondo. Un lavoro imponente, estremamente raffinato, girato con un uso quasi pittorico dello schermo panoramico (inquadrature molto ampie, anche quando la sintassi cinematografica potrebbe imporre un primo piano). Indimenticabile la lunga sequenza del ballo che venne realizzato in ben 36 giorni di riprese. Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes ex aequo con Seppuku di Masaki Kobayashi. (andrea tagliacozzo)

Novecento

In un paese della Bassa Emiliana, agli albori del Novecento, Alfredo, futuro erede dei possedimenti terrieri di famiglia, nonostante i privilegi di casta stringe amicizia con Olmo, figlio di una contadina e di padre ignoto. Nel secondo atto del film, girato contemporaneamente al primo, le vicende politico-sentimentali dei protagonisti – tra i quali spiccano De Niro e Depardieu – si dipanano negli anni che vanno dall’inizio del secolo alla seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, le lotte contadine, il fascismo e la Resistenza. Bertolucci, un cast d’eccezione e la splendida fotografia di Vittorio Storaro danno vita a un racconto epico e spettacolare, anche se non sempre il regista riesce a coniugare le esigenze dello spettacolo con il discorso politico in un’ambiziosa e didattica Storia della lotta di classe in Italia.
(andrea tagliacozzo)

Che?

Una ragazza ingenua e spaurita sfugge a due bruti e si rifugia in un castello che è una sorta di simpatica sentina di perversioni. Dopo il cupissimo
Macbeth
, un Polanski giocoso e piuttosto solare nell’indagine delle follie umane (forse l’unico film gioioso del polacco oltre a
Pirati
). La claustrofilia polanskiana diventa qui onirica e carrolliana, ispirandosi apertamente ad
Alice nel paese delle meraviglie
. Improvvisato nella villa di Carlo Ponti a Capri,
Che?
è squinternato e liberissimo, percorso da cameo folli. C’è di tutto, da un ululante Mastroianni ad Alvaro Vitali fino al
Chiaro di luna
di Beethoven… E poi un eros poco cattolico – anzi paganissimo e mediterraneo – e molto perverso, sadomaso senza sensi di colpa, da folletto.
(emiliano morreale)

La mandragola

Per conquistare la bellissima Lucrezia, sposa a un ingenuo notaio, Callimaco assicura di poterla guarire dalla sterilità somministrandole la mandragola. Ma c’è un problema: il primo che giacerà con una donna che ha assunto la mandragola, ne morirà… Più che un parente del
Brancaleone
, lo si direbbe un progenitore delle
Ubalde
, se non fosse che la sopraffina eleganza registica di Lattuada – qui davvero al suo massimo – lo consegna a tutt’altro livello. Lattuada, insieme al più morboso Bertolucci, è forse l’unico vero regista erotico del nostro cinema. Qui l’opulento corpo della Schiaffino è alluso e velato, agito metonimicamente (fianchi e ombelico che sostituiscono una visione d’insieme sempre negata) in una maliziosa gara con la macchina da presa. Il film mantiene il fondo di nera cupezza della commedia di Machiavelli, trasformandola semmai in una sorta di malinconia (evidente soprattutto nel personaggio di fra’ Timoteo, interpretato da uno spettrale Totò pre-Pasolini che sembra disegnato da Goya o da Daumier). E la curiosità sta proprio – come sempre negli adattamenti di Lattuada – nel contrasto tra il testo (in questo caso, tra la sua misoginia/misantropia) e il basso continuo dello sguardo sensuale del regista.
(emiliano morreale)